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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

Luoghi di libertà (3) / Contro la restaurazione, partire dalle donne

2 novembre 2018
di Elettra Deiana

Dopo gli interventi introduttivi di Fulvia Bandoli e di Francesca Koch, proseguiamo la pubblicazione dei contributi all’incontro Luoghi di libertà.

Restaurazione

di Elettra Deiana

Bisogna partire dalle donne per capire dove siamo e verso dove giri oggi la storia. La nuova fase che si è aperta in Italia è in consonanza con dinamiche che caratterizzano molti Paesi occidentali, gli Stati Uniti di Donald Trump tra i primi. L’Italia, con l’avvento del governo gialloverde e col larghissimo consenso elettorale che ha permesso alle due formazioni populiste (Lega e Cinque Stelle) di salire al potere, è diventata, come altre volte nella storia, un pericoloso laboratorio politico delle più generali tendenze in atto in Europa.
Ma tutta l’Unione europea ne è fortemente attraversata e il nuovo governo italiano funge da punto di riferimento per i vari leaders sovranisti del continente.
Siamo di fronte a forti e dichiarate intenzioni di restaurazione politica e simbolica, a un cambio di passo sostanziale che tende a dar vita a un regime nazionalistico reazionario. Per il momento un obiettivo di grande portata è quello di svuotare di senso i richiami alla Costituzione, creare un clima di adattamento dell’opinione pubblica rispetto alla inutilità di tali richiami e lavorare in vista delle prossime elezioni europee per rafforzare il fronte nazional-sovranista nel Parlamento europeo.
Bisogna partire dalle donne, dai grandi cambiamenti di cui le donne sono state artefici e protagoniste, per capire in che direzione si concentrino le intenzioni del governo in questa fase. Quello che succede alle donne o quello di cui le donne diventano artefici e protagoniste non è infatti mai casuale e non riguarda quasi mai soltanto la sfera delle relazioni personali di donne e uomini. E’ fuorviante pensare che Pillon, col suo Ddl, voglia solo rispondere alla lobby dei supposti poveri padri angariati dalle loro ex mogli. Il rapporto tra donne e uomini e tra donne e Stato – uso donne e non cittadine non casualmente – è un sintomo della società nel suo complesso, delle sue dinamiche e delle sue contraddizioni, dei punti di cambiamento positivo avvenuti e delle persistenze negative. Oppure, come avviene nel tempo che viviamo, di vere e proprie involuzioni regressive, di strategie politiche che tentano di riportare indietro l’orologio della storia.
Un aperto e minaccioso avvertimento alle donne segna fin dall’inizio del mandato ricevuto, il governo gialloverde, soprattutto l’ala leghista, va detto, ma gli altri se ne stanno zitti su tutto e lasciano correre. Il misconoscimento di quello che donne e movimenti femministi hanno sedimentato, come azione tangibile di civilizzazione della vita del Paese, è messo apertamente in discussione. Bisogna leggere bene il Ddl Pillon e interpretare non superficialmente le dichiarazioni pubbliche dello stesso Pillon e di Fontana, ministro della famiglia e della disabilità, un ministero fatto apposta per lui. Fontana ha scelto per il suo ministero un’accoppiata di parole che è già un programma di governo circa il ruolo della famiglia e delle donne all’interno di essa. Nel complesso delle dichiarazioni e delle proposte di legge dei due ministri, si configura un duro attacco misogino, che va alla radice delle conquiste femministe più significative ed è imperniato sul ritorno del controllo maschile sulla vita e sul corpo delle donne. Il che porta con sé anche regressi sostanziali sui diritti civili di gay e lesbiche, e su tematiche come quelle delle unioni civili omo e dell’ omogenitorialità. Sostanzialmente è in gioco la ridefinizione del diritto di famiglia, cioè la rimessa in discussione della riforma del diritto di famiglia del 1975, che cambiò le relazioni familiari in senso antipatriarcale e antiautoritario.
Il matrimonio, nelle intenzioni di Pillon, deve essere di nuovo indissolubile. Il che potrà avvenire, seguendo il filo del suo Ddl, attraverso percorsi giuridici e burocratici tali da rendere impossibile o difficilissimo divorziare. Non abbiamo a che fare con ministri fuori di testa né si tratta di iniziative parlamentari di tipo personale di alcuni esponenti di spicco della nuova alleanza gialloverde. Bisogna stare al contesto complessivo dell’attuale fase politica, leggerla a partire da un punto di vista femminista per capire che siamo di fronte a iniziative di densa portata strategica, in perfetta connessione col programma nazionalista e reazionario della Lega e con un forte riorientamento dell’elettorato, sempre più desideroso di ordine, sicrezza, idenità.
Se il programma leghista è fondato – come è fondato – sul primato dell’italianità e sulla performance razzista che mira a costruire tra il “popolo” un sentimento di appartenenza identitaria alla nazione, le donne entrano in gioco come strumento essenziale per realizzare il programma. Chi se non loro può assicurare l’italianità della stirpe per discendenza di sangue e suolo, nonché la ripresa dell’italica natalità, e la tenuta della famiglia come luogo primario di trasmissione dei valori dell’identità patriottica italiana? Come ha detto Pillon, loro – i ministri – faranno di tutto per dissuadere le donne che vogliono abortire, anche con l’offerta di soldi, ma se le donne non vorranno cedere, loro glielo vieteranno. Disciplinamento dei corpi femminili e reintegro del primato della funzione riproduttiva di quei corpi nonché rifamigliarizzazione come ruolo centrale delle donne: di questo si tratta, sul piano delle intenzioni di medio-lungo periodo della Lega. I punti programmatici, quelli che sostanziano l’aspirazione profonda del popolo leghista, stanno nella costruzione di un’identità chiusa e escludente, al massimo disponibile a concedere un po’ di spazio allo straniero – torna l’inviso straniero – che dimostri davvero il desiderio di diventare servilmente come noi.
Anche sulla scia di analoghi sentimenti che alimentano il successi dei partiti sovranisti in Europa, i sovranisti italiani delineano un’idea della sovranità dello Stato a misura strettamente maschile, a cui le donne sono chiamate, anche in luoghi di potere, come elemento di sostegno al disegno salvifico della nazione. La pervasività del discorso sovranista ha fatto presa sui sentimenti di vasti strati di popolazione, anche femminile. Molte donne, quando vedono Salvini, lo accolgono come un eroe, si sbracciano piene di entusiasmo femminile, lo abbracciano, si fanno fotografare con lui. Non c’à davvero da stupirsi.
La resistenza di chi resiste ha già cominciato a fare la differenza, in questo quadro. L’esperienza transnazionale di Non una di meno o la ribellione al ricatto sessuale che ha dato vita alla pratica del me-too confermano in varie parti del mondo la persistenza di quello spostamento politico del punto di vista femminile sulle cose della vita che è stato e continua a essere l’elemento di forza delle donne. In Italia il Movimento Non una di meno ne sta dando prova generosa ogni giorno della sua opposizione al governo. La restaurazione incontra i suoi ostacoli.
In altri Paesi europei i tentativi di cancellare o ridimensionare le conquiste delle donne incontrano una fiera opposizione. Perché movimenti femministi e mobilitazioni di donne, battaglie parlamentari, scritti di ogni tipo, performance comunicative, cultura giuridica nelle mani di donne e altro ancora, hanno creato quello che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, cioè un quadro di riferimento di autonomia e libertà delle donne e una capacità delle donne di non soccombere di fronte agli attacchi che venivano dai settori più moderati del mondo politico e da certe esternazioni della Chiesa. Ma col nuovo governo il quadro cambia radicalmente. L’ostentazione di forza e virilità maschile, la parola di capi che alzano la voce e giurano che faranno di tutto per la sicurezza nazionale, fa sicuramente breccia, già ne ha fatta tanta per altro, tra l’elettorato femminile. E poi ci sono le mille forme di complicità femminile a tutti i livelli col maschile,che funzionano sempre e da sempre e che rendono estremamente difficile, complesso e soprattutto ostile alle donne, il quadro del presente, che è emblematicamente significativo del punto a cui il nostro Paese è arrivato.

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