“Sulla violenza. Ancora” / A proposito della cura (e dei “perdenti radicali”)

4 aprile 2018
di Gabriella Bonacchi

Pubblichiamo l’intervento di Gabriella Bonacchi all’incontro “Sulla violenza. Ancora”, rivisto dall’autrice.

Dopo i toni fermi ma affabili dell’Introduzione di Letizia Paolozzi, l’ansia prodotta dagli interventi successivi mi spingono ad alzare la mano e chiedere la parola. Nella sala Carla Lonzi della Casa Internazionale delle Donne, i volti attenti delle intervenute (e di qualche intervenuto) lasciano indovinare che in ballo non c’è un argomento qualsiasi. Le amiche del mercoledì hanno sottoposto alla pubblica attenzione le loro riflessioni sulla violenza contro di noi: le donne. Non ricordo bene la sequela delle oratrici, molto accalorate contro ciò che viene spesso presentato come l’inasprirsi di un cieco furore, secolarmente rivolto contro la più “debole” nella relazione uomo/donna. Ricordo però molto bene, il respiro profondo che, come liberandomi da un peso, mi ha – a un certo punto – aperto il cuore.
E’ accaduto, non per caso, quando le parole di Lia Cigarini ci hanno ricordato l’epoca in cui viviamo. Un’epoca aperta e trasformata per sempre dal grande cantiere allestito nel ‘900 dal femminismo, che ha rovesciato il tradizionale carattere monoculturale della soggettività. Si è saputo, a partire da Luce Irigaray, ribaltare la lettura radicalmente “contro le donne” di Lacan, in potente leva di soggetto davvero perturbante. Un soggetto che ha fatto della sua esclusione dal simbolico, una leva per l’ingresso in una epoca fondata sul rovesciamento dell’esclusione. Dunque questa violenza che ci aggredisce e ci prende di mira proviene da uomini che si presentano ormai come quelli che Hans Magnus Enzensberger chiama i “perdenti radicali”: femminicidi e terroristi, ormai messi all’angolo nella sfera pubblica globale.
Per questo motivo noi donne possiamo oggi accettare la dimensione della cura, proposta dalle amiche del mercoledì, non più come l’espediente secolarmente offerto agli uomini coinvolti negli scenari che contano, dalle madri o dalle “comfort women” delle guerre mondiali. Cura non è solo accettare una prigione del gender. E’ anche, può essere anche, disegnare uno spazio per l’esercizio di una sapienza e di una libertà tutta femminile. La capacità delle donne di ribaltare le cicatrici del dominio in segni di una nuova identità.

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