“Sulla violenza. Ancora” / Voglio indietro me stessa

24 marzo 2018
di Oria Gargano

Pubblichiamo l’intervento di Oria Garagano (Be Free) all’incontro “Sulla violenza.Ancora”, rivisto dall’autrice.

CHIEDO IL RISARCIMENTO DEL DANNO
VOGLIO INDIETRO ME STESSA

Non sono più io, se quando sento della ennesima uccisione brutale di una ragazza a Milano penso, beffardamente, che adesso i paladini pazzi delle donne dovrebbero fare carneficina di tranvieri…
Così come non ero io quando, appena saputo dello stupro selvaggio di Rimini, ho pensato prima di tutto: speriamo che non fossero migranti.
E quanto è velenoso questo clima se avvelena così nel profondo, se costringe a spostare e a modificare i confini della propria identità, di quello che si pensa e si crede, di quello per cui si è sempre lottato?
Ho paura davvero, perché se questa ondata di odio contro i migranti, contro le donne, contro ogni difformità dallo Stato sociale borghese riconosciuto riesce a penetrare anche in chi è lontano da tutto questo, allora il danno è enorme.
Io non voglio vivere schiacciata tra femminismo e antirazzismo, io non voglio perdere la bussola che da sempre mi guida: la pretesa dei diritti della libertà e della felicità.
Ma come mi sento, quando minimizzo le (presunte) molestie sessuali agite da asilanti contro le donne di Colonia nella notte di Capodanno di un paio di anni fa?
Da un lato, mi sento nel giusto, perché sono consapevole dell’enfasi mediatica che si era scatenata, e che mirava a colpire i migranti tout court e, contemporaneamente, a difendere le “donne della Nazione”: operazione abietta che ha attraversato la Storia, che ha “celebrato” i corpi femminili a simulacro dell’onore dei popoli, reificandoli e strumentalizzandoli – e dunque, violentandoli, sia simbolicamente che concretamente, nella quotidianità, che, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi epoca, ha sottomesso le identità sessuate femminili.
Dall’altro lato, però, mi sento male, mi sento in un pericoloso bilico che rischia di essere crudele – se anche una soltanto di quelle donne ha sofferto come invasione e violenza l’approccio di un migrante.
Ecco, l’enfasi aggressiva di questo momento storico mi consegna un malessere profondo, che mi coinvolge nel mio essere donna, e donna che sostiene le donne, e donna che fa politica con e per le donne.
Io non posso fare tutto questo senza interrogarmi, perchè il partire da me è quanto di più prezioso il femminismo ha rappresentato nel mio percorso formativo.
E allora mi devo chiedere: come mi colloco io, con la mia storia di relazioni eterosessuali, e con discreto appagamento nella sfera affettiva, rispetto alle aggressioni maschili sulle donne?
Molte sono le cose che mi inquietano, quando mi confronto con i temi delle aggressioni sessuali, ma anche con le molestie, le violenze fatte in punta di fioretto, da uomini intellettuali, dentro alla cornice fuorviante del riconoscimento che io DEVO (essendo donna!) riconoscere come gratificante.
Sono davvero libera ed equidistante, per dare ad ogni episodio di cui le donne soffrono il suo significato e il suo peso?
Come tutte, ho la mia personale collezione di questi episodi, alcuni violenti, altri suadenti. L’ho davvero analizzati dentro di me, dando ad ognuno di essi il giusto peso nella mia percezione di me? Non ne sono certa. Ed è per questo che so capire quante non denunciano, o denunciano molti anni dopo, o cercano di dimenticare, o archiviano un fatto negativo della loro storia come poco influente. O soprattutto non possono o non sanno spiegare quel disagio profondo, quell’incapacità di scappare, quel sentirsi colpevoli, complici, stupide, esagerate, di fronte ad aggressioni talvolta camuffate estremamente bene.
Non si può capire quello che le donne soffrono, se non si abbandonano le vie banali e conosciute del perbene e del permale, della normatività e del giudizio verso chi dalla norma si discosta, per andare nel profondo della nostra percezione della sessualità, della relazione, del rispetto, della reciprocità.
L’attuale dibattito #metoo ci consegna la sterminata miseria dei procedimenti maschili tesi a creare una disparità funzionale all’esercizio del loro potere.
Le accuse scomposte di molte donne alle donne che hanno denunciato – Asia Argento, ma non solo – ci consegna una grande difficoltà a calarci nel profondo di noi stesse, a indagare su quanto le prevaricazioni ci hanno condizionato nel processo di autoidentificazione femminile, consapevolmente e soprattutto inconsciamente.
Il popolo delle donne è un popolo segnato da una violenza maschile continua e sistemica: non ho mai conosciuto una donna che non abbia dovuto ricevere uno sgarbo alla sua identità. Ed è per questo che non abbiamo genealogie femminili autorevoli nelle nostre storie e nella storia.
Ma tutto questo sta all’interno di un’attitudine socialmente costruita che ci porta a valorizzare ogni sputo, ogni detrito, ogni ingiuria, a metabolizzarli, a trasformarli in perle – noi, ostriche crudeli nei confronti di noi stesse. E delle altre. Altre che, storicamente, sono le nostre nemiche nell’accaparramento di un marito-trofeo, e che oggi, che tante cose sono cambiate intorno a noi, sono tuttora nemiche. In un modo assai più sfumato e forse impercettibile ma non per questo meno crudele.
In altre parole, io ho bisogno di confrontarmi con le altre donne per esplorare ed espugnare alcuni tabù: l’odio tra di noi, l’invidia, la mancata consapevolezza del genere. Soprattutto, il mancato orgoglio del genere. Fattori che ci relegano al di sotto dell’autorevolezza, e che ci consegnano ad un approccio giudicante, quello che impedisce l’empatia. Quello che blocca il cammino di tutte noi.
E tutto questo mi perplime, mi fa stare male, ma, nel contempo, mi dà una grande possibilità: quella di VEDERMI e di avere una grande consapevolezza mentre sostengo le altre donne. Non potrei, senza questi dilaceranti interrogativi, sostenere bene le donne che esperiscono situazioni di violenza nella sfera della relazione e che vengono a BeFree. Cadrei nel tranello di giudicarle inette, o sfortunate. E invece MI SERVE la consapevolezza di essere cresciuta nel loro stesso humus, e di viverci tuttora. Mi serve quest’analisi, che vorrei condividere a vasto raggio, di quanto anche io abbia dato nel tempo il mio pezzettino alla costruzione di un immaginario erotico maschile irrispettoso e violento, mi serve scorticarmi, quando è un’altra donna a farmi sentire non riconosciuta e non rispettata.
Dopotutto, il portato didattico del patriarcato non sarebbe stato così forte, se i suoi effetti fossero svaniti in 50 anni di femminismo. E la nostra forza è l’esserne consapevoli.

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