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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

Accademia sulla Cura (3) / La Cura come paradigma politico

23 settembre 2018
di Elettra Deiana

Proseguiamo la pubblicazione dei materiali dell’Accademia sulla Cura con l’intervento di Elettra Deiana, dopo la pubblicazione della relazione di Letizia Paolozzi e l’intervento di Alberto Leiss.

LA CURA COME PARADIGMA POLITICO

La parola cura è entrata ormai da tempo nel dibattito pubblico ed à usata in occasioni e in ambiti diversi, spesso con finalità antitetiche. La parola possiede una certa forza allusiva a qualcosa di positivo, che in realtà tuttavia, proprio per l’uso indifferenziato che si fa della parola, appare spesso vago e indecifrabile. Il concetto stesso di cura infatti mette in gioco intenzioni comunicative, esperienze umane, punti di vista e dispositivi culturali non sempre conciliabili. E anche interessi di potere diversi. E allora la domanda è: che cosa vogliamo intendere quando decidiamo, come in questa sede, di parlare della cura?

Cura e razionalità neo-liberale

Il prendersi cura di qualche cosa, la cura come attitudine non meglio definita e non meglio storicamente situata, fa parte genericamente dell’umano. Prendersi cura del regno, della ricerca delle migliori rotte per dominare il mondo, della protezione degli affari, del mercato o della ricchezza d’impresa e altro ancora, fa parte, per esempio, della capacità maschile di stare al mondo e dominarlo. Anche le donne manager ne sono capaci e questo non fa la differenza politica tra donne e uomini. Nella contemporaneità, la rivoluzione del capitalismo neo-liberale è andato molto oltre, anche nell’egemonizzare tutto ciò che, venendo da esperienze diverse, poteva, può ancora essere funzionale alla nuova razionalità neo-liberale.
Così è avvenuto negli ultimi due decenni per catturare la disponibilità delle donne e la performance femminile del prendersi cura di tutto quello che rientra nel gravoso compito della cura familiare – la straordinaria multiforme attitudine degna della dea Kalì, come si diceva una volta – è diventata uno dei punti di riferimento del neo-liberalismo, sempre alla ricerca delle migliori performance di adattabilità umana alle esigenze dell’economica globale. Così il lavoro di cura femminile è stato individuato come il più funzionale al multi-tasking, oggi dominante nelle filiere dei nuovi mercati tecno-informatici e dei servizi della finanziarizzazione transcontinentale. Il famoso fattore D, che in anni passati riempiva gli articoli finanziari dei grandi giornali nazionali.
In questo caso uno dei punti di forza dell’economia neo-liberale costruita sulla promessa e sul desiderio, si è celato dietro lo stravolgimento e la rifunzionalizzazione capitalistica del lavoro di cura delle donne. In tutta la sua dimensione affettiva e sentimentale di oblatività che le donne impiegate nelle filiere dei nuovi lavori, hanno messo a disposizione.
Quindi non basta dire che la cura fa parte della storia delle donne, a meno di non ridurla a un ‘attitudine di servizio “complesso”a disposizione di chiunque voglia impossessarsene. Complesso come è appunto il lavoro di cura, denso di tutto quello che assicura il benessere materiale, psicologico, esistenziale a chi ne tragga beneficio quotidianamente a contatto con quanto un gran numero di donne sono capaci di produrre, ancora spesso tenendo insieme faticosamente il lavoro di casa con quello professionale.

La riflessione critica femminista

La categoria della cura venne assunta nel linguaggio politico femminista grazie alla riflessione delle donne sul lavoro femminile in ambito domestico. Un’acuta riflessione che si sviluppò fin dagli anni settanta del secolo scorso ed è continuata fino ai giorni d’oggi. Soprattutto decisiva è stata l’analisi femminista della natura del “lavoro domestico”, la de-identificazione che ne venne fatta dell’essere funzione “naturale”, secondo la vulgata del patriarcato antico e moderno, per riconoscerla come performativa costruzione sociale patriarcale, soprattutto del patriarcato moderno sette-ottocentesco, che così imponeva non tanto o non solo la propria supremazia sulle donne, quanto assicurava la funzione primaria della cura in ambito familiare come predellino delle esigenze economico-sociali nella nuova fase capitalistica, cioè nella decisiva fase dell’avvento della borghese rivoluzione industriaale e del consolidamento degli stati nazionali contro l’antica sovranità dei re e dell’aristocrazia.
Lavoro domestico venne definito negli anni Settanta dal femminismo materialista per metterne in chiaro l’effettiva natura di lavoro, per niente inerente la natura umana femminile, ma costruito socialmente sul crinale del produrre e riprodurre le condizioni della vita e della sopravvivenza umana, che è al cuore della stessa modernità capitalistica, come molte studiose hanno dimostrato. In particolare voglio segnalare il lavoro di Silvia Federici Calibano e la strega, le donne, il corpo e l’accumulazione originaria. Lavoro essenziale che ha assicurato la manodopera necessaria al lavoro delle nuove fabbriche e la forza militare essenziale in quella fase della modernità per gli Staati nazionali.

Il lavoro degli affetti

Un lavoro carico di affettività, amorevolezza, multiforme disponibilità a farsi carico di mille incombenze per la tenuta nelle migliori condizioni della vita dei propri cari. Come molte altre donne, studiose, attiviste politiche, femministe, io penso che debba essere collocato al centro della ricerca di una nuova semantica della politica. Di un nuovo modo di immaginare l’azione trasformativa della politica nel mondo, per un’apertura del possibile che dia spazio alle potenzialità di donne e uomini per nuovi percorsi emancipativi. Una politica che dichiaratamente assuma la cura del mondo, per aprire nuove frontiere, di fronte alle fratture umane e ambientali che la globalizzazione ha vistosamente prodotto ovunque, e all’espandersi di risposte di chiusura identitaria adottate da molte forze politiche anche in Occidente. Ricordo il documento del Gruppo femminista del mercoledì intitolato “La cura del vivere”. E faccio anche riferimento al libro di Elena Pulcini, La cura del mondo, che individua l’importanza del paradigma della cura fin dal sottotitolo: “Paura e responsabilità nell’età globale”. E’ un testo ricchissimo che fa i conti con la crisi dell’epoca che viviamo, con il presente, l’oggi, l’adesso, afflitti da una globalizzazione che ha disatteso tutte le promesse, ha generato continue guerre e diffuso – sappiamo bene quanto ciò riguardi i Paesi occidentali – un sentimento di paura, un senso di vulnerabilità, la mancanza di fiducia nel presente e nel futuro. Siamo di fronte e una sorta di genealogia patologica della modernità, che la globalizzazione ha portato insanamente all’estremo e a cui oggi rispondono i sovranisti che si moltiplicano in Europa, sostenitori dello sbarramento delle frontiere, della chiusura e dell’esclusione dell’Altro.

Il paradosso antropologico della contemporaneità

Pulcini mette in chiaro in modo esemplare il paradosso antropologico di cui la contemporaneità è prigioniera: la tensione psicologica e sociale, che è tipica dell’umano, tra l’apertura illimitata alla contingenza della vita, che ha caratterizzato i decenni posto bellici, e la tentazione, che oggi ritorna prepotente, di circoscrivere, delimitare, confinare, immaginare di nuovo un ambiente protettivo, chiuso e perciò padroneggiabile, resuscitando paranoie identitarie e alimentando un’antropologia sociale fondata sulla paura e l’esclusione dell’Altro. Il filosofo coreano BYung –Chul Han, scrive nel suo libro “L’espulsione dell’Altro”, che Il tempo in cui c’era l’Altro è passato. “l’Altro come mistero, l’Altro come desiderio, l’Altro cone Eros” e anche come dolore, inferno, dilemma, sparisce. All’Altro subentra l’uguale, una proliferazione dell’uguale che da luogo a quei “mutamenti patologici che infestano il corpo sociale”.
C’è una irriducibile tensione tra forme di individualismo illimitato, tipiche della performance neo-liberale, e nuove pulsioni di “comunitarismo endogamico”, come le chiama Elena Pulcini. L’io globale, soggetto consumatore e creatore plasmato dal neo-liberalismo, che ha pensato e pensa che tutto possa essere fatto, viene oggi fronteggiato da un contro movimento che si nutre del bisogno di piccole patrie e comunità di uguali. Il sentimento di solidarietà, che animò i grandi processi emancipativi della modernità e che nella pratica dell’in-comune costruì la sua forza sociale, è stravolto dal sentimento di una comunità che delimita ed esclude il diverso da sé e così è destinata a impoverire la dimensione dell’umano.

L’utopia del terzo millennio

Come rispondere a questa ambivalenza patologica, su che cosa ricostruire un pensiero critico che consenta l’apertura del possibile, una possibile alternativa, aiutandoci a individuare le umane potenzialità emancipative, nascoste tra le pieghe del presente?
Sulla scia di pensatori come Gunter Anders, Hans Jonas, Emanuel Levinaas, e lavorando, come hanno fatto altre pensatrici, in particolare Judith Butler, sulla dimensione della vulnerabilità umana, anche Pulcini invita ad assumere la nostra fragilità e riconoscerla come insita nella dimensione umana, per trasformarla in un’attitudine “della cura e della responsabilità”: verso la nostra umanità e verso il mondo. Butler, nell’”Alleanza dei corpi”, scrive che è la forza dell’evento che può aiutarci a capire la fondamentale importanza del cambio di passo e dell’assunzione della cura, del prendersi responsabilità rispetto all’altro. Questo rappresenta il nuovo paradigma della politica che può aiutare a misurarsi positivamente con la forza dell’evento. Per Butler la forza dell’evento fu la traumatica esperienza dell’attentato terroristico alle Twin Towers,l’11 settembre del 2001. E donne e uomini , tutta New York, aveva risposto: dal senso di paura e smarrimento a forme di intersoggettività solidale, relazionale, responsabile. Anche Naomi Klein, giornalista e attivista politica, nel suo libro Shock politics, affronta l’era di Trump con lo stesso punto di vista dell’assunzione di responsabilità. E ci suggerisce la risposta necessaria, forse l’unica che abbiamo ormai a disposizione per rispondere a questa difficile fase della storia dominata da un’esclusione crescente economica e sociale.
All’accumulo di una ricchezza senza precedenti si contrappongono crescenti porzioni delle popolazioni, anche nei Paesi occidentali, che ne rimangono escluse e sono animate da insicurezza, angoscia esistenziale, e spesso rifiuto o vero e proprio odio per il diverso alla porta. Prendersi cura, del mondo, della natura, dei beni in comune, alleviare i traumi umani, a partire dall’enorme accumulo di sapere femminile sulla cura, rimettendolo in gioco come politica, base costituente di nuove modalità della politica, di nuove teorie politiche, di nuove alleanze di cui le donne diventino interpreti e protagoniste: questa può essere l’alternativa.
L’utopia del tezo millennoi?
Forse ma le utopie hanno sempre mosso e cambiato il mondo.

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