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Accademia sulla Cura (2) / Il linguaggio autoreferenziale dei media

6 luglio 2018
di Alberto Leiss

Proseguiamo la pubblicazione dei materiali dell’Accademia sulla Cura con l’intervento di Alberto Leiss –

Due premesse prima di entrare nel merito del tema che riguarda il rapporto tra cura e linguaggio, soprattutto nel campo dell’informazione mediatica.

La prima è sul perché e sul come mai partecipo a una iniziativa all’insegna della maestria femminile.
Devo prima di tutto ringraziare Letizia Paolozzi che mi ha invitato e le altre amiche che hanno dato vita a questa due-giorni, che mi hanno accolto.

Ho accettato molto volentieri – suggerendo il tema che affronterò – perché da tempo riconosco la ricchezza della maestria femminile che qui è evocata e messa in opera. Viviamo un tempo in cui l’autorità e la capacità di essere “maestri” di noi uomini sembra messa seriamente in discussione. Almeno è quello che vedo sulla scena mediatica di cui ci occuperemo tra poco: che altro dopo che persino il premio Nobel naufraga tra le molestie maschili? E penso che solo grazie a una nostra maggiore consapevolezza, e ancor di più al desiderio e alla esperienza concreta di uno scambio nuovo tra donne e uomini possa nascere qualcosa che ci aiuti a reinventare una politica – e definirei politica proprio come il prendersi cura di un con-vivere con pienezza di senso – più capace di accendere le nostre passioni, il nostro impegno.

E’ un proposito molto difficile – una ricerca che prosegue tra difficoltà, conflitti, passi avanti e indietro da alcuni decenni, dopo la rottura aperta dal femminismo e dal separatismo – ma mi auguro che l’essere qui oggi insieme sia un segno che è possibile provarci e riprovarci ancora.

Vorrei anche aggiungere che l’attrazione provata molto presto – negli anni intorno al ’68 – per la ricerca di libertà delle donne, è stata in me sempre più rafforzata nel tempo proprio dall’esperienza concreta di un modo diverso di parlare, di usare il linguaggio, nei luoghi della politica femminista, rispetto a quelli della politica dominata dal maschile. Dove le parole, e i modi di porgerle, mi sono sembrate sempre più irrigidite, sempre più vuote di senso, con un impoverimento della reale capacità di scambio, sempre più staccate dai corpi e dalle passioni, se non quelle tristi, sempre più condizionate dalla ricerca di un potere peraltro progressivamente sempre più impotente.

Ecco la seconda premessa, vagamente filosofica: il rapporto tra linguaggio e potere. Il potere nella sua dimensione violenta e ordinatrice, più o meno negativa, ma anche il poter fare, il parlare e lo scrivere legati all’agire per cambiare.

Nella famosa “lezione” con cui Roland Barthes aprì il suo corso al College de France (siamo nel ’77) si dice che la ragione della resistenza e dell’ubiquità del potere – non identificato quindi, seguendo Foucault, con il solo vertice della struttura sociale e politica, ma visto nella presenza pervasiva nelle nostre relazioni – “è che il potere è il parassita di un organismo transociale, legato alla storia intera dell’uomo, e non solamente alla sua storia politica. Quest’oggetto nel quale si inscrive il potere di ogni eternità umana è il linguaggio, o per essere più precisi, la sua espressione obbligata: la lingua”.
E poco oltre Barthes giunge a dire che la lingua “come performance di ogni linguaggio, non è né reazionaria né progressita: è semplicemente fascista, perché il fascismo non è impedire di dire, è obbligare a dire.”

Eccessi da anni ’70 in una Parigi ancora scioccata dal maggio ‘68?

Resta che il pensiero maschile contemporaneo forse più interessante si è arrovellato sul problema del linguaggio e del suo potere, o potenza, come del suo rapporto con la realtà (qualunque cosa questa parola significhi). Dai giochi linguistici descritti da Wittengstein, al “Come fare cose con le parole” di John Austin, capostipite di un intero filone “analitico”, all’affermazione di Lacan che l’inconscio “è strutturato come un linguaggio”, ai meccanismi della “decostruzione” di Derrida. Per non ricordare “Le parole e le cose” di Foucault, e – nel bicentenario di Marx – l’attenzione che quel marxista anomalo che era Gramsci dedicava alla “quistione della lingua” come fondamentale aspetto della lotta politica, fin dai tempi del De Vulgari Eloquentia di Dante.

Come vedete cito degli uomini. E continuerò così perché pensando a questo incontro e al tema che volevo affrontare mi è venuta un idea. Ho accennato alle difficoltà molto acute che si incontrano nella ricerca di una nuovo tipo di relazione, politica e personale, tra maschi e femmine. Forse queste difficoltà sono dovute anche al fatto che le profonde differenze dei corpi e delle strutture mentali, appesantite per noi da millenni di patriarcato, si riflettono anche in una sorta di incomunicabilità linguistica. Una tradizione del potere maschile si è stratificata nel significato delle parole, e questo fa ingombro – più o meno consapevolmente – anche per gli uomini e le donne che desidererebbero uno scambio più libero e gratificante, creativo e, perchè no, divertente.

Forse allora è proprio da qui – da questa particolare cura delle nostre parole – che può provare a ripartire una ricerca comune. Ricerca che implicherebbe da parte nostra anche un fare i conti con quanto di buono – oltre al molto di cattivo – potrebbe essere recuperato in una genealogia maschile da costruire. Aggiungo che mentre questo lavoro genealogico decisivo sul piano simbolico il femminismo lo ha praticato per conto suo, credo che gli uomini “di buona volontà” dovrebbero provarci invitando alla ricerca le donne che eventualmente volessero condividerla.

E’ qualcosa che – forse non proprio in questi termini – è già stato pensato anche da qualche altro uomo. Un’ultima citazione: riguarda il filosofo americano Richard Rorty che più di una ventina di anni fa, interloquendo con la femminista Catharine McKinnon, e poi anche con l’italiana Adriana Cavarero, propose un incontro-alleanza tra femminismo e pragmatismo (si considerava un pragmatista discepolo di Walt Whitman e John Dewey, e inclinava per una politica di sinistra riformista, sulla quale forse scommetteva un po’ troppo). Un’alleanza, comunque, al riparo dalle verità pretese assolute dell’universalismo, più amica delle verità soggettive. E ciò che allora mi colpì fu il riconoscimento alto che da quest’uomo, autorevole nel suo ambiente, venne al femminismo non solo in quanto affermazione di una nuova soggettività delle donne, ma quale annuncio di un mondo migliore per tutti: “propongo – scriveva – di riconoscere al femminismo contemporaneo lo stesso ruolo svolto nel progresso morale e intellettuale, per esempio, dall’Accademia platonica, dai primi cristiani che si riunivano nelle catacombe, dai collegi copernicani invisibili del Seicento, dai gruppi di operai che si riunivano per discutere gli opuscoli di Tom Paine e da molti altri circoli che nacquero per sperimetare nuovi modi di parlare e per accumulare la forza morale necessaria per uscire allo scoperto e cambiare il mondo”. Come cambiarlo? Il nuovo linguaggio, nato dal separatismo femminile, “potrebbe a poco a poco intrecciarsi con quello che si insegna a scuola”…. Aggiungo che simpaticamente diceva nei suoi ultimi anni che si impara di più dai romanzi, dalla buona letteratura, che dai sacri testi filosofici.

E così si torna all’uso corrente delle parole, nel nostro caso nell’universo mediatico. Sono un giornalista, felicemente in pensione, e un po’ un pezzo da museo. Ho cominciato quando ancora si usava il piombo fuso per stampare i giornali. Poi sono arrivati i computer e il metodo “offset”. Quindi è nata Internet, non si poteva sopravvivere se non andando anche “on line”. Qualcuno ha annunciato che l’edizione cartacea del New York Times aveva gli anni contati….

Ma quando ho cominciato a fare il cronista, nella redazione genovese dell’ Unità, e mi ponevo problemi etici e professionali, deontologici, la tecnica era tutta sussunta nella vecchia Olivetti Lexicon 80 sulla scrivania (e che, divenuta obsoleta, ho sottratto apertamente al giornale, conservandola ancora oggi). Come apprendere, capire e descrivere oggettivamente e esaurientemente i fatti? Come conciliare questo ideale di correttezza in un giornale politico apertamente schierato? Che responsabilità avere nei confronti dei lettori? Come destreggiarsi nelle gerarchie di potere interne alla redazione (e di rimbalzo nel partito che era editore del giornale)?

Ho imparato presto che il giornalismo (si conosce lo scherzoso adagio: sempre meglio che lavorare!…), condanna a una inevitabile superficialità. Me lo ha fatto capire un collega più grande di me che allora, un po’ settariamente, consideravo troppo “piccolo borghese”. Gli sono invece ancora grato per avermi rivelato una verità così semplice ma fondamentale. E’ meglio saperlo per cercare di evitare gli incresciosi opposti: la sciatteria, l’inattendibilità o il puro falso da un lato, e dall’altro la pretesa di infallibilità, specialmente nelle materie in cui, a volte, si diventa (o si crede di diventare) “specialisti”.
Il cronista necessariamente superficiale dovrebbe sapere di dover essere anche un po’ un epistemologo, un linguista, una persona che non rimuove completamente certi principi etici nonostante sia quotidianamente in lotta con la tirannia del tempo (e con quella del caporedattore di turno).

Insomma bisognerebbe tendere a un modo rigoroso di scrivere superficialmente.

Gli ostacoli per realizzare questo ideale leggermente ossimorico, sono molteplici, e in gran parte derivano dalla stessa struttura della “macchina” che produce la notizia, cioè il prodotto che bisogna confezionare e vendere. Ne ha scritto efficacemente, molti anni fa, un altro uomo che cito volentieri perché anche lui aveva un interesse genuino per la libertà femminile, Giovanni Cesareo, in un libretto intitolato “Fa notizia” (Editori Riuniti, 1981). Il giornalista è dentro una “catena di montaggio” che ha da una parte un sistema strutturato di fonti di informazione (istituzioni, partiti, esperti, forze dell’ordine, magistratura, ecc. oggi il diluvio di notizie più o meno fake che girano in rete h 24, i lanci di agenzia…). Dall’altra ha poco tempo per raccogliere, vagliare e scrivere la notizia, deve battersi perchè anche il suo caposervizio, e i capiredattori, cioè la catena militare di comando di una testata quotidiana – cartacea, on-line, o radiotelevisiva che sia – condividano la sua valutazione (quanto “fa notizia”, appunto, quel fatto, dichiarazione, evento ecc.) e la pubblichino con maggiore o minore evidenza. Con certe lunghezze del testo, con quale titolo (in genere fatto da un altro redattore) accompagnamento di immagini, commenti, oggi spesso filmati on line. Deve anche guardarsi da altre versioni dello stesso fatto che contemporaneamente entreranno a circolare in rete… Quante volte mi è capitato di discutere col mio caposervizio perché un’agenzia, magari l’autorevole Ansa, dava una lettura diversa della dichiarazione del leader politico di turno, o dell’esito di quella riunione della direzione del Pci, ecc.

Tra i fattori condizionanti, ne sottolineo i due.
Il tempo prima di tutto, che è veramente tiranno nell’informazione quotidiana, e immagino che oggi, con l’esplosione della rete e dei social, lo sia ancora di più. Questo spinge a formule linguistiche rapide, spesso stereotipate, a commettere anche errori, a non poter raccogliere tutte le necessarie verifiche quando il sistema delle fonti è complesso e magari il fatto è controverso.

Ricordo che Cesareo, a lungo anche lui giornalista all’Unità, quando si discuteva di come migliorare il giornale che già avvertiva gli scricchiolii della crisi, aveva proposto di istituire una sorta di piccola redazione parallela – un servizio “inchieste e dati” – che potesse lavorare sulle stesse notizie quotidiane per approfondirle e verificarle con tempi più lunghi e migliore cura – appunto – della qualità della scrittura e della completezza dell’informazione. Naturalmente non se ne fece nulla….

Altro fattore è la cultura del giornalista e del suo ambiente. Intanto la formazione del giornalista. Ha prevalso a lungo l’idea che il bravo cronista si forma nella rude praticaccia sul campo. E’ un lavoro intellettuale per accedere al quale non serviva e non serve tuttora la laurea (anche se oggi molti più colleghi escono dalle scuole di formazione). Ma soprattutto sono alti, a mio parere, i rischi di omologazione e banalizzazione del linguaggio. Per i motivi di emulazione e di “minorità critica” che chi scrive subisce. Oggi mi pare aggravati dalle condizioni di lavoro mediamente peggiorate: molti “free lance” precari, obbligati a lavorare su più fronti per racimolare un magro compenso mensile.

C’è poi una caratteristica italiana che sembra persistere nel tempo. La particolare simbiosi tra mondo dei media “mainstream” e mondo della politica istituzionale. La prima circostanziata denuncia di questo sistema autoreferenziale politico-mediatico risale agli anni ’50, al ’59 per la precisione, quando fu pubblicato sulla rivista Tempo Presente, diretta da Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, il saggio di Enzo Forcella “Millecinquecento lettori. Confessioni di un giornalista politico”(Ristampato da Donzelli nel 2004). Quei 1500 lettori erano più o meno il pubblico di “addetti ai lavori”, rappresentanti dei partiti, del Parlamento, del sottogoverno, dello stesso mondo dei media. Ed è per questo pubblico assai limitato, e non per l’universo dei cittadini italiani, elettori ecc. che il “giornalista politico” confezionava le sue cronache. Mi azzardo a dire che, nonostante le rivoluzioni tecnologiche e di mercato che si sono succedute nel mondo mediatico, la condizione specifica dell’informazione politica italiana non è cambiata di molto.

L’effetto più macroscopico è proprio quello sul linguaggio. Nonostante la retorica del giornalista “cane da guardia” nei confronti del potere politico, il risultato di questo circolo mediatico-politico (che ai tempi del crollo dei vecchi partiti della cosiddetta Prima Repubblica sotto le inchieste di Tangentopoli si era rapidamente trasformato in un circolo mediatico-giudiziario, con una pressochè completa dipendenza dalle fonti della magistratura) è quello di una omologazione linguistica. E della incapacità dei media di percepire il mutamento sociale e politico in tempi adeguati. Quasi nessuno si accorse tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 che nel Nord più “avanzato” del paese stava montando il fenomeno leghista. E così è stato per il movimento 5 stelle: anche il recente clamoroso risultato elettorale è stato largamente non previsto nelle sue dimensioni da sondaggisti, cronisti e commentatori politici. I quotidiani italiani, per quanto sempre più in crisi quanto a vendite in edicola, determinano ancora il tono del discorso pubblico. E continuano a non cogliere fino in fondo quanto si muove nel “paese reale”.

E’ forse possibile, per concludere provvisoriamente, leggere una dinamica negativa di matrice maschile in questa situazione. Una politica dei partiti e delle istituzioni sempre più debole progettualmente, per quanto ora forte elettoralmente nelle componenti cosiddette “populiste”, resta dominata da leadership maschili, e d’altra parte la pur larga presenza di donne nel mondo dei media non riguarda, salvo rare eccezioni e la stampa “femminile”, le posizioni apicali delle redazioni. Si tratta di leadership politiche di nuovo tipo e per certi versi tra loro assimilabili (lo ha notato Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera dell’8 maggio 2018, a proposito del trio Renzi, Di Maio e Salvini). Sono giovani maschi soprattutto preoccupati di rompere con una tradizione e un “sistema”: ma la sensazione è che sia più che altro uno “storytelling”, una narrazione debole anche se elettoralmente efficace (ma quanto in modo effimero?) .

C’è un pensiero femminista (Antoinette Fouque, I sessi sono due, Pratiche 1999) che ha ipotizzato la fine del patriarcato e l’affermazione di un filiarcato (o fratriarcato) ancora più escludente nei confronti delle donne sorelle. Mi chiedo se la fine del conflitto maschile per il superamento o l’uccisione del padre (più o meno evaporato) non abbia anche un effetto di impoverimento e imbarbarimento linguistico. Non a caso è stata imbracciata, per affermare una sorta di diritto generazionale, la parola “rottamazione”.

Come reagire a queste tendenze?

Qualche segnale di consapevolezza sembra emergere, qua e la, nello stesso mondo mediatico. Quello che resta a mio giudizio il miglior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, tra l’altro con una vicedirettrice donna,Barbara Stefanelli, ha avvertito il bisogno di aprire qualche pagina e un sito on-line ai temi femminili e femministi ( La 27 ora.). Pubblica da qualche tempo un settimanale “Buone notizie. L’impresa del bene”, che sembra voler invertire la regola aurea della cronaca, che solo le notizie cattive “fanno notizia”.
Ma a parte le ambiguità di marketing di queste iniziative, esse restano pur sempre un “a parte” nello “sfoglio” cartaceo e on-line del quotidiano. Un punto di vista diverso fatica a entrare nel “mainstream” di tutti i giorni.

Credo che chi è interessato a far passare un altro messaggio e un altro linguaggio nel mondo dei media dato debba specificamente attrezzarsi per riuscirci. Costituendosi in “fonte di informazione”: il che vuol dire studiare bene la lingua dei media e trovare le strategie per contaminarla senza farsene condizionare oltre un livello di guardia. Un vero e aperto conflitto sul terreno del potere della lingua di cui ci ha parlato Barthes.

Forse si tratta anche di tentare la via di nuove produzioni autonome di informazione e di parole dotate di una potenza alternativa. In una discussione sulla incapacità analitica della sinistra mi è capitato di ricordare la ricerca di Michel De Certeau (anni ’80) sull’”Invenzione del quotidiano” (Edizioni Lavoro, 2012): come reagiscono e che cosa producono sul piano del senso e del linguaggio uomini e donne che vivono al di fuori del circolo politico-mediatico, condizionati ma non completamente negati dal flusso dei consumi e della produzione di immaginario? Qualcosa che potrebbe essere riproposto oggi, tenendo conto delle mutazioni profonde intervenute nel frattempo sul terreno delle tecnologie della comunicazione e della vita sociale reale, a partire dai mutati rapporti tra i sessi.

Infine, se queste Accademie della Maestria Femminile continueranno, se si concretizzerà l’idea di un Scuola permanente, si potrebbe provare a rivolgersi agli operatori e alle operatrici dell’informazione, perché possano accedere a una formazione capace di far giustizia di tante banalità e rimozioni sul terreno del pensiero e della pratica del femminismo e della reale condizione delle donne, e non solo. L’occasione – come ci dicono anche le immagini venute da Cannes – potrebbe essere buona.

Qualche giorno fa qui a Roma ho ascoltato Amrtya Sen sui rapporti tra globalizzazione, democrazia e equità. Un bel pezzo del suo discorso parlava delle discriminazioni ancora troppo forti ai danni delle donne non solo nei “terzi mondi”, ma anche nei paesi cosiddetti “avanzati”, e dell’importanza globale del movimento del #me too.

Insomma, anche qualche maschio comincia a accorgersi che, forse, di nuovo “i tempi stanno cambiando”.

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