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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

Trumpismi all’italiana

25 maggio 2018
di Alberto Leiss

Pubblichiamo l’articolo di Alberto Leiss “Trumpismi all’italiana” sui risultati elettorali scritto per il n.2 – 2018 della rivista Critica Marxista. I primi due numeri dell’anno della rivista saranno presentati e discussi martedì 29 alle 17 presso la Fondazione Basso di Roma (via della Dogana Vecchia 5). Il confronto sarà aperto da Maria LUisa Boccia, presidente del CRS e Aldo Tortorella, direttore dalla rivista. Partecipano esponenti delle forze di sinistra, studiosi, redattori e collaboratori di Critica Marxista

La profezia dell’ex ideologo del presidente Usa, Steve Bannon.
Un eccezionale travaso di consensi per i partiti di Di Maio e Salvini.
Grillini fortissimi al Sud ma “pigliatutto” anche al Nord.
Per un bilancio delle trasformazioni sociali e identitarie del paese.
L’idea di una ricerca che sia anche intervento politico

“Sapevo che Trump avrebbe vinto. Vedevo la risonanza tra la gente, che alle élites sfuggiva, e penso che lo stesso stia accadendo in Italia. Gli italiani si considerano provinciali nella politica mondiale, ma non è così…” 1). Era questa la profezia di Steve Bannon, l’ideologo radicale del trumpismo, intervistato dal Corriere della Sera mentre era in visita a Roma il giorno prima delle elezioni. Il suo endorsement per Salvini e i 5 stelle, la sua speranza-certezza che dall’Italia venisse un segnale decisivo per il successo di quell’”Internazionale sovranista” che vagheggia, hanno avuto dalle urne una conferma clamorosa. E questo a prescindere dal fatto che poi il partito-movimento di Di Maio e Grillo e quello di Matteo Salvini rispondano davvero alle attese del politico americano.
I numeri ormai sono arcinoti, ma vale la pena di ripeterli non solo nelle percentuali ma nelle cifre assolute dei consensi raccolti nelle urne.
Il Movimento 5 Stelle capitalizza alla Camera 10 milioni e quasi 700 mila voti, due milioni in più rispetto all’exploit inaspettato di 8 milioni e 689 mila del 2013. La Lega sorpassa di un buon tratto Forza Italia, balzando da 1 milione e 390 mila voti (4,08 per cento nel 2013) a 5 milioni e 700 mila nel voto del 4 marzo (17,3 per cento contro il 14 per cento di Berlusconi, che perde 1 milione e 640 mila voti: da 7 milioni e 332 mila a 5 milioni e 691 mila). Molto consistente il crollo che investe il Pd: il partito di Bersani aveva ricevuto 8 milioni e 644 mila voti, quello di Renzi ne ha raccolti solo 6 milioni e 134 mila: ben 2 milioni e mezzo in meno.
Di questa emorragia non beneficia per nulla la sinistra: Leu incassa poco più dei voti presi nel 2013 da Sel (1 milione e 109 mila, contro 1 milione e 89 mila) mentre Potere al popolo riceve 370 mila consensi.

Un paese diviso a metà?

Le cartine colorate con tanto giallo grillino al sud e tanto blu del centrodestra al Nord (in realtà molto verde leghista) hanno immediatamente fatto parlare di Italia “divisa in due”. Ma questa lettura mi convince poco. Il movimento di Grillo mantiene tutto il suo insediamento al Nord, certo perdendo qualcosa a favore della Lega e incassando parte del voto in uscita dal Pd (che soprattutto ha infoltito le file dell’astensione e ingrossato i 5 stelle, scegliendo in minima parte la proposta di Pietro Grasso). E conosce un investimento quasi plebiscitario al Sud, raggiungendo e superando percentuali del 40. Di questa affermazione colpisce che si accompagni al crollo del consenso a sistemi di potere locale che sembravano consolidati nel tempo come quello del presidente della Campania De Luca, anche nella sua città, Salerno.
Ma non andrebbe sottovalutato il fatto che l’operazione di de-nordizzare la Lega avviata da Salvini ha già ottenuto qualche risultato. Non c’è solo il caso emblematico di Macerata, teatro di un confliltto tragico di altissimo valore politico e simbolico sul terreno del sessismo e del razzismo, dove la Lega raggiunge il 20% dei consensi passando da 153 voti raccolti nel 2013 alle 4.575 preferenze del 4 marzo (20,9 per cento alla Camera, oltre 21 al Senato). Non sono poche le località del Sud dove si manifesta questa dinamica dalle decine o poche centinaia di voti all’ex “Carroccio” alle migliaia e decine di migliaia attribuiti a Salvini. Non voglio dire che esista una lineare contiguità tra voto leghista e voto grillino, nella cultura e nelle aspettative degli elettori. Non si può dimenticare che il partito inventato da Bossi ha governato a lungo a livello nazionale e continua a gestire territori come quello veneto e in buona parte – con l’eccezione certo significativa di Milano e pochi altri centri – quello lombardo (e ora anche Genova e la Liguria). Vale a dire due delle regioni e dei sistemi socio-economici (quello dei porti liguri per esempio) tra i più “avanzati” in Europa. Ma d’altra parte il Movimento 5 stelle è alla prova a Roma e a Torino, e in un numero sempre maggiore di realtà locali, mentre sembra certo che la “svolta moderata” impressa in campagna elettorale da Di Maio, con la presentazione di una “squadra” di governo all’insegna delle competenze tecnico-accademiche, abbia favorito la scelta di molti elettori dubbiosi.
Ma la connotazione di queste forze uscite vincitrici dalle elezioni come “anti-sistema” andrebbe forse ridiscussa. Ai miei tempi – ’68 e anni successivi nel Pci – per “sistema” si intendeva grosso modo quello capitalista, magari arricchendo il significato del termine di contenuti non solo economici ma anche culturali, strutturali, simbolici. Oggi per “sistema” si intende in realtà alcuni partiti e un ceto politico considerato corrotto e inamovibile. Da questo punto di vista mi sembra relativamente più corretta la definizione di forze “anti-establishment” che vedo usata dall’Istituto Cattaneo 2) . Peraltro i rappresentanti del cosiddetto “establishment” (penso ai capi di Confindustria o della Lega delle cooperative, per esempio) si sono precipitati a affermare fiducia e buone aspettative nei confronti dei vincitori del turno elettorale.

Maschi e femmine, operai e padroni

Infine, qualcosa sulla “qualità” socio-culturale dei consensi e dissensi emersi dalle urne. Partiamo dalle differenze di sesso. La campagna elettorale sembra aver completamente rimosso il fatto che la popolazione è composta da uomini e donne (e da diversi orientamenti sessuali). Si è anche tralasciato il fatto che c’erano quasi 2 milioni di donne votanti in più rispetto ai maschi. Forse non è un caso che mentre nelle scelte per i partiti il voto femminile è pressochè uguale a quello maschile (tranne per Forza Italia, in cui il consenso delle donne prevale di poco) l’astensione femminile sia stata più alta. Quanto alla rappresentanza femminile, se i risultati complessivi tra Camera e Senato non raggiungono la soglia del 40 per cento prevista (con meccanismi contraddittori) dalla legge elettorale, i conteggi finali definiscono “il parlamento più rosa della storia”, come ha scritto Linda Laura Sabbadini sulla Stampa. Il sito della Camera nel giorno della prima seduta dava 405 parlamentari uomini e 225 donne (erano 198 nella scorsa legislatura). Significativo il fatto che il 40% femminile sia stato superato solo nel gruppo dei 5 stelle, mentre le quote maggiori di maschi si siano contate negli eletti di sinistra e Pd.
Si è detto che il voto operaio ha preferito i 5 stelle e la Lega, mentre Il Pd è ormai un partito più di pensionati che di ceto medio riflessivo, nonostante si difenda ancora nei quartieri “bene” dei centri urbani. In realtà secondo alcune prime analisi i 5 stelle si confermano come un partito “piagliatutto”. Sono alte – secondo Ipsos – le percentuali di disoccupati, operai, casalinghe, ma è assai significativa la presenza di lavoratori del pubblico impiego e di insegnanti, mentre i numeri non calano di molto per i “ceti elevati” composti da imprenditori e dirigenti e per le categorie dei commercianti, artigiani, lavoratori autonomi. Anche le classi di età sono rappresentate con equilibrio, con una maggiore presenza rispetto agli altri partiti di giovani tra 18 e 34 anni. Infine, a questo proposito, c’è da registrare l’astensione più alta proprio tra gli elettori più giovani.
Tutto ciò fa pensare all’utilità di un raffronto più approfondito tra il 4 marzo e il voto nel referendum sulla riforma costituzionale, dove il No aveva chiaramente indicato l’espressione di un più generale dissenso critico da parte degli elettori del Sud e delle fasce più giovanili.

Uno sguardo retrospettivo

Ma per tentare di comprendere meglio che cosa sia in realtà “l’Italia uscita dal voto” forse bisognerebbe spingere lo sguardo un po’ più indietro. Non dico esercitarsi braudelianamente nella lunga durata, ma leggere con più attenzione le continuità e le cesure nella fenomenologia politica e sociale di questo paese, nel contesto globale, nell’arco di alcuni decenni che abbiamo alle spalle. Anche per interagire con misura alle narrazioni che si susseguono più o meno freneticamente sulla scena del presente assoluto.
Di Maio ha affermato con enfasi, citando canonicamente De Gasperi (immagino che conosca il suo detto celebre: la Dc come “un partito di centro che guarda verso sinistra”), e ripetendo però la distanza del movimento dalle definizioni di destra e di sinistra, che ora si apre la “Terza repubblica”, quella “dei cittadini”. Domandiamoci che cosa ci può essere di vero in questa retorica, anche ripensando brevemente a quanto di fantasmatico abbia accompagnato la definizione di “Seconda repubblica”, quella a cui pensava, volendo archiviare la “Repubblica dei partiti”, e certo con buone – ma forse mal riposte – intenzioni, un intellettuale cattolico democratico come Pietro Scoppola 3) . Sì, a un certo punto fu varata a furor di referendum una legge maggioritaria (autore l’attuale Capo dello Stato) che introdusse un certo bipolarismo dopo la fine dell’Urss e della discriminazione contro il Pci (che peraltro pensò bene di archiviare se stesso), e dopo il terremoto di Tangentopoli. Tuttavia, malgrado la finzione dei nomi dei candidati “premier” sulla scheda e alcune riforme costituzionali malfatte o bocciate dai cittadini, l’Italia è restata finora la repubblica parlamentare di sempre, semmai con leggi elettorali via via astrusamente peggiori.
Può essere interessante ricordare certi passaggi elettorali: alle prime elezioni “bipolari”, nel ’94, il Pds di Occhetto prese 7 milioni e 881 mila voti (e Rifondazione comunista 2 milioni e 343 mila). Tutta la coalizione dei “progressisti” capitalizzò più di 13 milioni di voti, e perse contro Berlusconi perché i Popolari di Martinazzoli e del Patto Segni si presentarono per conto loro. La Lega Nord di Bossi, in coalizione con Forza Italia e Alleanza Nazionale prese 3 milioni e 235 mila voti (16 milioni e mezzo per il centrodestra). Nel ’96 l’Ulivo di Prodi vinse con più di 16 milioni di voti, ma perché Bossi non si presentò insieme a Berlusconi, e alla Camera comunque fu necessario un accordo di “desistenza” con la Rifondazione di Bertinotti. Nel 2006 L’Ulivo vinse per 25 mila voti di differenza (la Lega era tornata alleata col centrodestra) e il governo cadde dopo due anni. Il Pd “a vocazione maggioritaria” di Veltroni perse nel 2008 con poco più di 12 milioni di voti (33,2 per cento) che salivano a 13 e 686 mila con l’alleato Di Pietro. Comunque i “voti veri” al Pd erano di più degli 11 milioni e 203 mila che formarono il mitico 41 per cento conquistato da Renzi, appena giunto alla ribalta del governo, alle europee del 2014.

Mezzo secolo letto dal Censis

Come si vede, emerge una certa continuità nelle difficoltà di affermazione di una sinistra, pur moderata, che deve in un modo o nell’altro coinvolgere una parte di “centro” e anche farsi puntellare alla sua sinistra, se vuole conquistare una maggioranza: ancora nel 2013 il terzetto Vendola, Bersani e Monti, con una campagna elettorale confusa e per certi versi ingannatrice, puntava a un risultato che consentisse una maggioranza di questo tipo. Oggi questa dinamica – affondata, o quantomeno molto gravemente colpita l’idea del Pd a vocazione maggioritaria – sembra essere inglobata nell’ambiguità grillina, che promette risposte apprezzate dagli ex elettori del Pd e da cittadini impauriti e impoveriti 4) , e rassicura su temi come l’immigrazione e il disprezzo per la “casta” fasce di elettorato che guardano a destra.
Ma quali dinamiche sociali e identitarie si sono mosse e si muovono dietro le variabili elettorali?
Giuseppe De Rita ha raccolto recentemente 50 anni di “Considerazioni generali”, da lui scritte o autorizzate, che dal 1967 hanno aperto tradizionalmente i rapporti annuali “sulla situazione sociale del paese” 5) del Censis. Ne esce uno schizzo della storia italiana dalla vigilia del ’68 ai giorni nostri che ha quantomeno il pregio di affermare alcune tesi. Certamente da discutere. Questa “narrazione” inizia annunciando la fine della “società semplice” del dopoguerra e analizzando la vitalità spontanea e spesso “sommersa” di un paese “moderno e difficile” che sembra essere cresciuto – dopo il boom degli anni ’50 e i primi ’60 sorretto da una certa progettualità politica e da risorse e strumenti di programmazione pubblici – grazie alla forza autonoma della pluralità dei soggetti economici e sociali italiani, rispetto a un sistema politico sempre più incerto e staccato dai processi reali. E’ un lungo – forse troppo monodico – canto dell’Italia delle piccole e medie imprese, dei distretti, delle risorse locali, della crescita anche civile e culturale che per alcuni decenni avanza appunto “rasoterra e dappertutto”. Il Censis privilegia l’analisi di questa positiva capacità di invenzione e adattamento sociale anche nei momenti più critici – sulla scena politico-mediatica – come quelli della rivolta sessantottina, degli “anni di piombo”, persino del clima tragico prodotto dall’omicidio di Aldo Moro e dal terremoto politico che ne era seguito.
Certo questa vitalità molecolare italiana avrebbe avuto bisogno, a un certo punto, di una adeguata risposta e guida di governo, di una “ricentralizzazione”. E qui De Rita racconta delle incomprensioni tra lui, intellettuale cattolico, e le pur diverse opzioni della Dc di De Mita e del Psi di Craxi. Risposte che vedevano la soluzione delle contraddizioni della complessità italiana in una semplificazione della “governabilità” basata sulla personalizzazione e una progressiva marginalilzzazione dei corpi intermedi (tendenza poi giunta al parossismo con la “rottamazione” renziana) considerati invece da De Rita e da una parte non piccola della cultura politica cattolica come essenziali per un modello di governo basato sulle capacità di mediazione permanente.
Certo l’Italia esce dal decennio Ottanta e poi dal passaggio cruciale dell’89 con un distacco tra istituizioni, partiti e dinamiche sociali sempre più marcato: e il nuovo millennio si apre all’insegna della “società mucillagine”, di un vitalismo che si sfarina, e di quelle reazioni di “rancore” diffuso che diventano dilaganti subito dopo con l’apertura di una crisi di dimensioni enormi e totalmente impreviste. E’ in questo passaggio – quello che vede alla prova la cosiddetta seconda repubblica – che si sovrappongono fatti negativi concomitanti. La speranza di un governo dei processi aiutato dall’unificazione europea e dall’Euro viene rapidamente meno, così come l’aspettativa che il protagonismo sociale diffuso desse origine a nuovi strati di borghesia locale capace di dare ordine al sistema anche in assenza di un potere verticale efficiente. De Rita racconta di una pratica di ricerca sociologica che si rende conto di trovarsi di fronte a dinamiche identitarie sempre più complesse, per comprendere le quali sono probabilmente necessarie competenze antropologiche che non fanno parte della cassetta degli atrezzi del Censis. Tuttavia la sua “carrellata” si chiude all’insegna dell’ottimismo: citando Derrida, si suppone che esista comunque un “resto” della realtà materiale e umana “che non accede al proscenio della visibilità mediatica”, dal quale possa comunque scaturire una capacità di rigenerazione, personale e collettiva.

Le invenzioni del quotidiano

L’esplosione del movimento di Grillo, che covava da anni ma è restata completamente imprevista, ricorda – pur nelle notevoli differenze – quella della Lega di Bossi. Una invenzione autonoma di questa differenziata e articolatissima Italia molecolare. Mentre l’affermazione di Berlusconi è stata un progetto volto a garantire la continuità di un assetto di potere, pilotato scientificamente dalle stanze di quello stesso potere, sconvolto dalla fine del mondo bipolare e dalle inchieste di Mani pulite sulla corruzione.
Novità contraddittorie che hanno a che vedere con la filosofia del “resto” evocata da De Rita?
Certo, tornando per un momento al dramma attuale delle sinistre, un punto irrinunciabile dovrebbe essere quello di dotarsi di strumenti più efficaci di lettura e comprensione della realtà. Chiudo con un’altra ben diversa citazione. Agli inizi degli anni ’80 Michel de Certeau, singolare figura di intellettuale e storico gesuita e allievo di Lacan, pubblica L’invenzione del quotidiano 6) , che è insieme una riflessione teorica sulla cultura e i comportamenti individuali e collettivi nella società di massa (e dello spettacolo) e un progetto di ricerca sul campo, in parte avviata. L’assunto, detto molto schematicamente, è che le scelte di vita di ognuno e ognuna, quello che si fa, si legge e si pensa, si desume guardando la tv ecc. non è mai completamente determinato dalle stesse regole e valori delle istituzioni dominanti e delle logiche della produzione e del consumo culturale, ma è sempre codeterminato dalle scelte di ognuno: l’immagine è quella della persona che passeggia in città, e che varia continuamente il suo percorso rispondendo diversamente a una flusso di sollecitazioni continue.
Perché non tentare oggi una reinvenzione di questo spunto, proponendo una iniziativa capace di concentrarsi in una azione insieme di ricerca e di pratica politica, su un territorio definito (forse una delle tanto citate ma assai poco conosciute “periferie” delle nostre città) per osservare da vicino i zig-zag dei comportamenti personali e collettivi, di fronte alle sollecitazioni materiali e simboliche delle difficoltà economiche, della presenza di stranieri, del mutamento delle relazioni tra i sessi, della pervasività dello spettacolo televisivo e delle comunicazioni in rete, tra le dinamiche identitarie mosse dal rancore, ma molto spesso anche dai sentimenti di solidarietà e dalla voglia di cambiamento che animano tante “azioni sociali positive”. Potrebbe essere un modo per verificare la produttività di saperi estratti dall’autoreferenzialità accademica, di intenzioni politiche sottratte alle logiche del piccolo e grande potere istituzionale (per lo più impotente) e al sempre più soffocante ambiente del ceto politico, così severamente punito dal voto. Un modo per interrogarsi davvero, in un tessuto relazionale cercato, desiderato e costruito, sui fondamenti nuovi dell’agire politico e per cercare non astrattamente le tante risposte che ci mancano.

Note

1) “Sento lo stesso clima per Trump: Italia cruciale per tutti i populismi”, intervista di Viviana Mazza sul Corriere della Sera del 4 marzo 2018
2) Per tutta questa sintetica analisi del voto ho utilizzato, oltre alle cifre del Viminale, i dati elaborati dagli istituti Cattaneo e Ipsos
3) P. Scoppola, La Repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico (1945-1996), Bologna, Il Mulinio, 1997.
4) Vedi l’analisi di Mario Pianta su “Sbilamnciamoci”: http://sbilanciamoci.info/paura-poverta-litalia-del-voto/
5) Giuseppe De Rita, Dappertutto e rasoterra. ,Cinquant’anni di storia della società italiana, Milano, Mondadori, 2017
6) Tradotto in Italia nel 2001: M. De Certau, L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro

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