“Sulla violenza. Ancora” / Usiamo meglio la forza femminile a scuola

1 marzo 2018
di Anna Maria Bardellotto

Pubblichiamo l’intervento di Anna Maria Bardellotto all’incontro “Sulla violenza. Ancora”, rivisto dall’autrice.

Buongiorno, sono Anna Maria Bardellotto del Comitato Se Non Ora, Quando?- S. Donà, oggi io e altre donne del Comitato siamo venute fin qui soprattutto per ascoltare, per capire come le donne possono porsi rispetto alla violenza nelle sue sfaccettature. Siamo qui perchè crediamo importante che i gruppi, le associazioni, i comitati femministi lavorino in sinergia tra centro e periferia. Che le idee veicolino e crescano nello scambio reciproco. E di questo invito ringrazio, a nome di tutte, Letizia Paolozzi e il gruppo che ha scritto il documento iniziale, ben presentato da Letizia.
Il documento propone la violenza nelle sue sfaccettature: di genere, bellica, verso la natura e l’ambiente, la violenza per il potere economico; evidenzia come ogni genere di violenza mascheri sempre una volontà, un desiderio di potere. Ne esplicita il denominatore comune: “generalmente un’impronta maschile”; e prende in considerazione il fatto che le donne “non sono tutte da una sola parte”.
Tutti gli interventi che mi hanno preceduta lo hanno ribadito o analizzato, alcune nell’efferato omicidio di Pamela Mastropietro.
Mi scuso se non faccio riferimento a tutte le idee interessanti espresse da chi mi ha preceduta, ma per non dilungarmi farò riferimento solo ad un paio sul quale sarebbe interessante soffermarci: la prima riguarda i rancori che sono maturati in questi decenni di pace; rancori che ora emergono in modi, forme e forze diverse. L’altra è la competizione che ora serpeggia, tra uomo e donna, su chi è più vittima in questa società fluida. Un esempio è visibile nelle associazioni dei padri separati.
Ma qualcuna ha fatto riferimento anche alla potenza femminile, alla forza femminile. Una visione giusta, allettante, da perseguire. Tuttavia vorrei ricordare che c’è un posto dove le donne hanno la maggioranza, dove detengono il potere da anni, decenni, ma che lo hanno mal esercitato, dove, anzi, hanno con condiscendenza rafforzato la cultura e gli stereotipi patriarcali: la scuola.
Non so se sia questione di centro e periferia, ma qui ho sentito parlare di scuola come università, del bisogno di far crescere la consapevolezza nei giovani e nelle giovani. Concordo su questo, ma credo sia tardi operare per un cambiamento su questi temi in età adulta, perché chi frequenta l’università è già adulto. I miei contatti e le mie conoscenze sono con chi lavora nella scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado, e credo che sia da qui che bisogna partire, che qui va esercitata la forza e la potenza femminile e femminista. Su e con queste docenti.
Personalmente vivo momenti di amarezza quando noto nei e nelle colleghe che non esiste più lo spirito di Don Milani, della Montessori, di Mario Lodi. Non dico la pratica, che i tempi e la società sono mutati, ma il pensiero dell’ascolto e dell’accoglienza. Della forza innovatrice della scuola. Ora il verbo è quantificare e valutare, anche ciò che non è valutabile in una realtà scolatica: le competenze. Sempre lì a misurare con parametri interni, nazionali, europei. Non capisco poi “lo stracciarci le vesti” per il documento di autovalutazione redatto dal liceo Visconti, colpevole di aver messo nero su bianco ciò che tutti – genitori in primis- sanno. Ovviamente non che sia d’accordo, ma anche nella mia cittadina ci sono scuole più o meno accoglienti, e tutti sanno quali sono. E scelgono con consapevolezza quella che vogliono. Piuttosto chiediamoci: vogliamo davvero che questo cambi? E come? E per chi? La scuola, diventata “il giorno di”, “la settimana di”, sta applicando una delle poche cose buone della 107 – l’educazione di genere – come progetto, come una tantum. Forse bisogna sederci ad un tavolo e dirci le cose come stanno senza ammantarle di retorica. Nel frattempo la pur buona intenzione legislativa non produrrà i mutamenti che desideriamo, e a ciò non bastano neppure le pubblicazioni ad hoc tra le quali cito solo La differenza insegna della Sapegno, per cambiare.
Pertanto lo scambio tra centro e periferie, tra università e scuola primaria/secondaria devono stare alla base di ogni progetto, certamente successivo all’analisi ma che da sola non basta per un cambiamento potente e paritario nella società.

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