“Sulla violenza. Ancora” / Come rispondere al sessismo-razzismo

8 marzo 2018
di Elettra Deiana

Pubblichiamo l’intervento di Elettra Deiana all’incontro “Sulla violenza.Ancora”, rivisto dall’autrice.

La violenza, nei diversi campi in cui si manifesta e nelle forme specifiche che assume, in particolare nell’emblematico nesso tra sessismo e razzismo, così evidente nella vicenda di Macerata, mette in evidenza la grave involuzione politica e antropologico-culturale che si è prodotta in Italia . In Italia e in larghissima misura anche altrove, bisogna dire: e le forme estreme che spesso essa assume hanno a che fare con gli effetti devastanti delle ricette neo-liberiste imposte ovunque e, insieme, con la crisi dell’egemonia che il discorso neo-liberale aveva esercitato sui ceti medi in tutta Europa e sulle élites politiche.
Come risposta alla crisi sociale, alla perdita di consenso dei partiti, alla sfiducia verso la rappresentanza democratica e all’odio popolare che tutto questo produce, la politica di estrema destra riprende vita, sviluppa consenso, egemonizza il discorso pubblico e culturale. Prendono quota le aberranti soluzioni delle piccole patrie nazionaliste e xenofobe e in Europa si rafforzano un po’ ovunque le formazioni naziste e fasciste. I Paesi dell’est europeo, in particolare, rappresentato la punta avanzata di questa pericolosa tendenza. Cultura del nemico e sua costruzione, e continua evocazione del fantasma del nemico, sono diventati gli elementi dominanti di larga parte del discorso pubblico e degli imperanti messaggi politici.
Il fenomeno delle migrazioni, che è globale e strutturale, frutto di guerre, catastrofi ambientali, effetti perversi dell’economia predatoria della finanza globale, funge da innesco. Nemici già individuati come tali o nemici potenziali sono tutti i “non uguali” a quel “noi” nazionalistico-patriottico che è diventato topos ricorrente di talk show, comizi, dichiarazioni elettorali. L’identità del sangue e del suolo fonda la nazione è dà diritto alla cittadinanza. La negatività dell’Altro, la sua espulsione simbolica dal consesso sociale, ancora più che le forme pratiche dell’espellere, danno luogo a forme di patologizzazione fanatizzante del corpo sociale, di cui le manifestazioni apertamente fascio-naziste sono solo l’espressione più visibile.
Gli “uguali al “noi”, che si riconoscono in questa involuzione regressiva, proliferano e guastano ulteriormente la tenuta del corpo sociale, già messa a dura prova dalle politiche neo-liberiste. Vi introducono le patologie dell’odio, del rancore verso i “diversi” e tutte le forme parossistiche che questi sentimenti risvegliano. Il sessismo patriottico post moderno è il risvolto, lasciato ancora troppo in ombra anche dal femminismo, di questa involuzione culturale. Le donne diventano di nuovo “le nostre donne” da proteggere dall’invasione straniera, quelle che devono essere messe nelle condizioni di fare figli e altro del genere, quelle che non devono avere nulla a che fare con l’Altro. Ed è questa malefica cultura che avvelena l’immaginario delle giovani generazioni, cancella dalla memoria delle persone anziane il ricordo degli orrori del ventesimo secolo e degli immani sacrifici materiali ed esistenziali che costò rimettere in sesto le città e i territori europei devastati. Costruire la figura del nemico è di nuovo il modo di darsi un’identità nella crisi; identità sia individuale sia di gruppo. Lo stesso vale per varie leadership politiche che in tutta Europa hanno fatto della contrapposizione tra il “noi” e i “diversi da noi” il leit motiv del loro messaggio politico
La politica della violenza, scriveva Hannah Arendt, come ogni azione cambia il mondo ma il cambiamento più probabile è verso un mondo più violento.
Mi sembra oggi che a poco valgano ormai le concrete esperienze della storia, su cui Arendt rifletté con mente libera e grande rigore, anche quelle ancora vicine al nostro tempo, che hanno scritto a lettere di fuoco a quali livelli di orrore e di disumanizzazione di se stessi, prima ancora che delle vittime, sia arrivato l’umano e possa ancora arrivare. E questo pensiero mi sconcerta. Mi sono infatti sempre interrogata su come sia stato possibile rimuovere tutto, seppellire l’orrore e i suoi fantasmi, e procedere velocemente oltre, con costituzioni democratiche, dichiarazioni mondiali dei diritti umani, messa in opera nei “trent’anni gloriosi” di Stati sociali solidali, carte dei diritti umani e grandi dichiarazioni di pace tra i popoli. Forse è il solo modo per non soccombere, sopravvivere, dimenticando e ricominciando a vivere.
La vicenda di Macerata ha messo in evidenza, oltre agli intrecci morbosi che la violenza dispiega, il carattere sintomatico del nesso sessismo/razzismo. E’ stato infatti centrale nell’avvicendarsi dei fatti il perverso gioco speculare tra il corpo bianco della ragazza Pamela, crudelmente assassinata e ridotta a carne da macello, e i corpi neri dei migranti, cinicamente trasformati in bersaglio mobile. Ed è egualmente emblematico il ruolo rovesciato degli autori protagonisti della violenza: da una parte gli spacciatori nigeriani armati di mannaia, dall’altra il vendicatore nazista italiano, armato di pistola automatica. Ha voluto vendicare l’italiana massacrata e dicendo questo ha suscitato ammirazione, lodi, ringraziamenti.
Macerata può sembrare un episodio estremo della violenza diffusa nella società. Ma non è affatto così. Perché la violenza è ormai globale, capillare e pervasiva, come mille vicende stanno a testimoniare, e molti dei nuovi protagonisti della scena mondiale la incarnano senza reticenza alcuna. Una involuzione che ha tutte le caratteristiche di una vera e propria fase storico-antropologica, oltre che politica, destinata a durare. L’abuso di armi negli Usa e gli stermini di adolescenti per mano di qualche loro coetaneo sono noti e se ne parla, per altro lasciando che il libero mercato delle armi alimenti liberamamente tutte le tentazioni omicide. Ma l’industria delle armi negli Usa è potente e ha potenti protettori, e se l’ennesima notizia di ragazzi uccisi in una vicenda di sterminio è almeno rimbalzata nelle cronache, è passata invece quasi sotto silenzio la notizia che gli arsenali militari degli Stati Uniti si stanno dotando di testate nucleari a potenza ridotta, come strumentazione della strategia di deterrenza. Secondo Trump e il Pentagono infatti il tradizionale armamentario nucleare aveva perso la propria forza deterrente perché troppo devastante da utilizzare. Invece, a potenza ridotta, l’utilizzazione del nucleare si rende possibile quando fosse necessario ricorrervi. Hiroshima è sempre più lontana. Ma forse non è stata mai abbastanza vicina.
Bisogna cercare altrove se si vuole uscire dalla trappola. La cura come paradigma, l’idea del prendersi cura come modo di pensare e agire la politica, rovesciandola in un’altra direzione e rovesciandone il significato, le pratiche, la capacità relazionale, è un vitale terreno di ricerca su cui alcune donne vanno da tempo riflettendo. Femministe, studiose, politiche di buona volontà. Ce ne siamo occupate noi come Gruppo del mercoledì, ne parla Naomi Klein nel suo ultimo libro, sottolineando il carattere di sfida che questa parola assume oggi; è connessa alla magistrale riflessione di Judith Butler sulla vulnerabilità e interdipendenza umana.
Una battaglia non facile, ovviamente, ma seriamente da pensare come risposta all’odierna brutalità disumanizzante degli eventi, perché è in momenti come questo, e di fronte agli inaspettati risvolti di cui sono cariche l vicende umane, oggi così malamente segnate, che bisogna trovare le parole per restituire forza e coraggio alla parola. E rompere la spirale dell’apatia, del girare la testa dall’altra parte, del convivere col peggio perché non c’è altro da fare.

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