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Microcritiche / Martin tra socialismo e arrivismo

8 Settembre 2019
di Ghisi Grütter

MARTIN EDEN – Film di Pietro Marcello. Con Luca Marineli, Jessica Cressy, Marco Leonardi, Carlo Cecchi, Vincenzo Nemolato, Denise Sardisco, Carmen Pommella, Giustiniano Alpi, Pietro Ragusa, Maurizio Donadoni, Marco Leonardi, Chiara Francini, Autilia Ranieri, Gaetano Bruno, Italia 2019.

Presentato in questi giorni al Festival di Venezia 2019, il film “Martin Eden” è una trasposizione della vicenda narrata da Jack London nell’omonimo romanzo, da Oakland nella Baia di San Francisco, all’Italia nel golfo partenopeo (girato a Napoli, a Torre Annunziata e a Santa Maria la Fossa) in un periodo prebellico non esattamente precisato. Infatti nel film, in alcuni punti troviamo la televisione e la macchina per scrivere Olivetti, in altri si vedono alcuni edifici costruiti palesemente negli anni ‘50/’60 che si alternano alle immagini degli anni Dieci e Venti con i vestiti da primi del Novecento, in altri ancora sono mostrate le truppe fasciste. Tutti questi scenari, quasi fossero dei paesaggi, costituiscono il sottofondo delle variazioni nella storia di un uomo che si fa da sé.
Martin (Luca Marinelli), un marinaio che ha iniziato a salpare all’età di undici anni, un giorno salva da un pestaggio Arturo, un giovane rampollo della buona borghesia industriale. Lui, riconoscente, lo invita a casa sua e gli fa conoscere la sorella Elena (interpretata da Jessica Cressy), della quale Martin si invaghisce, e tutta la famiglia Orsini.
Martin rimane affascinato dalla raffinatezza e dalla cultura: non ha mai visto da vicino un quadro, non ha mai visto tanti libri, non ha mai ascoltato un concerto con il pianoforte. Elena è rappresentata come una ragazza studiosa e così tanto acculturata da parlare con l’accento francese. Immediatamente Martin sente fortemente di voler far parte di quel mondo e la raffinata ragazza diventa non solo la sua ossessione amorosa, ma il simbolo dello status sociale cui ambisce.
Elena gli presterà alcuni libri di grammatica e dei romanzi da leggere, così Martin si butta a capofitto nella lettura e nello studio in modo martellante. Rimane particolarmente attratto dagli scritti di Edmund Spenser, il poeta britannico di modeste origini, e alla fine, si compra una vecchia macchina per scrivere e comincia, lui stesso, a comporre poesie e a scrivere racconti.
Elena lo segue nei suoi progressi, ma continua a suggerirgli di iscriversi a scuola, di riprendere lì da dove aveva interrotto (alle scuole elementari) perché non sembra nutrire una fede cieca nel suo talento artistico, anche se lo ama.
Così sembrerebbe che ognuno sia artefice del proprio destino, che tempo e volontà possano ribaltare condizioni avverse e che duro lavoro e abnegazione vengano premiati. Purtroppo non è così semplice, Martin si deve mantenere ed ha anche un brutto carattere: verrà allontanato da casa dal cognato, con il quale si rifiuta di lavorare. Trova invece ospitalità in campagna da una giovane e paffuta vedova (Carmen Pommella) che vive con i suoi due bambini e che si prenderà cura di lui.
Per lungo tempo i suoi manoscritti inviati a varie case editrici sono immancabilmente rispediti al mittente. Ma un certo punto, Martin incontrerà un personaggio-chiave, lo scrittore Russ Brissenden (Carlo Cecchi) che diventerà in qualche misura suo mentore, gli suggerirà di inseguire temi sociali nei suoi scritti e cercherà di spingerlo ad abbracciare la fede nel socialismo. Senza voler entrare troppo nel racconto dettagliato posso solo dire che Russ lo condurrà a riunioni sindacali e politiche con le bandiere rosse, ma Martin dimostra di avere fede solo in se stesso e nel valore dell’individuo.
Stacchi con primi piani simbolici sono alternati alle varie scene, ai flash back e ai film di repertorio, come ad esempio un pezzo dell’anarchico Errico Malatesta durante la manifestazione a Savona del 1° maggio 1920. Sono i pensieri e i desideri di Martin, è il suo universo, affascinato dalla cultura borghese all’inizio, ma sempre più disgustato da essa a mano a mano che la raggiungerà. Belle sono le ricostruzioni ambientali dell’inizio del Novecento e notevole è l’armoniosa colonna sonora.
Nonostante Luca Marinelli abbia appena ottenuto il premio Volpi a Venezia proprio per questo film, devo confessare che non ho mai avuto per lui una particolare simpatia perché è un attore che mi pare reciti sempre sopra le righe, in modo esagerato. Sono andata a vedere lo stesso questo film perché pensavo Marinelli fosse più sobrio interpretando una parte che appare meno negativa rispetto alle sue solite – come ad es. “lo zingaro” in “Lo chiamavano Jeeg Robot” del 2015. Purtroppo mi sbagliavo. Per due terzi del film, in effetti, era così ed io contenta di ricredermi, ma poi quando Martin Eden raggiunge il successo, l’altra sua parte (una sorta di Mr. Hyde) fuoriesce con tutta la gigioneria di cui Marinelli è capace. Inoltre recita urlando e riuscendo, in tal modo, a trasmettere antipatia per il suo personaggio, e a mio avviso, il film perde di qualità in quest’ultima parte.
Ciononostante, il regista, alla sua prima opera di fiction dopo tanti validi documentari, ben rappresenta il senso dell’ideologia che infuocava gli animi nel secolo scorso, il ruolo della cultura di massa, il rapporto tra individuo e società, tra socialismo e individualismo, fino alla lotta di classe e all’ipocrisia di certi ambienti.
Riferendosi al libro di Jack London così spiega lo stesso regista insieme al co-sceneggiatore Maurizio Braucci: «Il romanzo degli autodidatti e di chi ha creduto nella cultura come strumento di emancipazione, restandone in parte deluso – e anche – il ritratto di un artista di successo che smarrisce fatalmente il senso della propria arte».

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