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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

Salotti aborriti dai giallo-verdi. Magari ci fossero

11 novembre 2018
di Letizia Paolozzi

Cristina Trivulzio di Belgioioso ritratta da Francesco Hayez

“Ambientalisti da salotto” irride il ministro degli Interni; “Madamine salottiere” conferma la consigliera comunale pentastellata Viviana Ferrero. E poi ancora “la sinistra da salotto”; “i garantisti in salotto”. Oggetto delle contumelie dei rappresentanti governativi giallo-verdi è sempre lui, il luogo dove una volta, tempo addietro, si discuteva di attualità culturale o politica oppure si incrociavano opinioni capaci di pesare nei commerci sociali: il salotto.
Si capisce che persone perbene come il ministro o la consigliera torinese trovino quel luogo vomitevole, frequentato da una classe parassitaria e storicamente condannata.
Eppure, in passato, gli anfitrioni (quasi sempre una donna) sapevano renderlo desiderabile grazie alla trama di incontri tra letterati, abati, poeti, grandi dame e favorite, banchieri e avventurieri. Erano loro ad aiutare lo scambio di ragionamenti, la diffusione d’idee, la passione per la cultura, i giudizi sul mondo. Lo facevano dopo aver preso la decisione di uscire dai binari obbligati delle università e degli ambiti religiosi. Volevano sentirsi liberi di contestare preconcetti e conformismi o, più semplicemente, di abbandonare strade già sperimentate.
Dopo le ville e i monasteri, sarà la casa privata a offrire ospitalità agli incontri e poi i caffè filosofici e letterari. Da lì si diffonde il piacere della lettura, della discussione, del confronto di posizioni. Molto si deve appunto alle salonnièries (e dunque la consigliera torinese potrebbe avere le sue buone ragioni per chiamare le madamine “salottiere” benché temo che non abbia ben presente quanto siano stati utili, efficaci, arricchenti per la società in cui erano radicati, salotti come quello di Cristina Trivulzio di Belgiojoso).
La cosa paradossale è che i salotti non esistono più. Il processo di civilizzazione, nel suo procedere obliquo tra ondeggiamenti e digressioni nonché, ci ha ricordato quel pensatore barbuto di Treviri, la trasformazione di rapporti di produzione con la filanda, l’automobile e ora il computer, li ha spazzati via: a meno di non considerare salotto quello mediatico di Bruno Vespa.
D’altronde, gli amici non hanno bisogno di spazi simbolici per offrire il proprio consiglio; l’esplorazione di un testo produce solo sbadigli; la lingua non si esercita nei giochi di parole, nei motti di spirito, ma diventa pesante, rigida giacché serve unicamente a comunicare. Quanto ai rapporti privati, dopo averli rigirati tra le lenzuola, sono condivisi (e congelati) attraverso Instagram. Adorno che parlava di “paralisi del contatto“, l’aveva in qualche modo previsto.
Eppure, in questa stagione nella quale piove d’improvviso e a noi capita di uscire senza ombrello, qualche riparo esiste ancora. Nonostante le accuse che grandinano sui salotti.

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