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Microcritiche / Il dolore della diversità

18 novembre 2018
di Ghisi Grütter

DISOBEDIENCE – Film di Sebastian Lelio. Con Rachel Weisz, Rachel Mc Adams, Alessandro Nivola, USA 2017. Fotografia di Danny Cohen-

Sebastian Lelio è un regista cileno che ama indagare nei sentimenti di persone in qualche modo “diverse”, per poi mettere in luce le loro sofferenze. In questo film affronta il tema delicato della diversità sessuale, anche se non palesemente vissuta, in una piccola comunità ebraica di Golden Greens a Londra, in epoca contemporanea o forse di poco retrodatata. La comunità è religiosa osservante – haredi? – e molto rispettosa delle tradizioni.
Il film “Disobedience”, presentato allo scorso Toronto International Film Festival, è tratto dall’omonimo best seller di Naomi Alderman che, appunto, è nata e cresciuta nella comunità ebraica ortodossa di Hendon, e poi è tornata a viverci dopo alcuni anni passati a New York.
L’amatissimo Rav Krushka muore e la comunità si stringe attorno ai parenti (il fratello e la sua famiglia) e al “figlio spirituale” David Kuperman (il bravo e poliedrico Alessandro Nivola) di cui il Rav ha curato l’educazione religiosa. Come da tradizione ebraica viene celebrata la settimana di lutto (Avelut) e, avvertita da Esti (la bravissima Rachel Mc Adams), arriva da New York anche Ronit (la splendida Rachel Weisz) la figlia trasgressiva del Rabbino morto.
Era andata via da Londra anni prima e nessuno aveva avute più sue notizie. Si sapeva solo che faceva la fotografa in giro per il mondo. Non si è mai sposata, vive da single, si veste da “newyorkese”, come ha notato da una maligna signora della comunità, e non porta neanche la parrucca, come fanno molte donne ebree omologate. «Sembri proprio una frum» dice Ronit a Esti. Essere “frum” vuol dire esser devoti o pii e cioè prendere delle precauzioni contro i “frei”, i liberi, non osservanti le regole e convenzioni judaiche.
Il riavvicinamento delle due amiche, ed ex amanti, riaccenderà l’antica passione, probabilmente mai sopita e ritenuta inaccettabile dall’intera comunità.
Lo spazio è claustrofobico e plumbeo, come la stanza degli ospiti senza finestre apribili, dove dorme Ronit. Ed è sintomatico che quando Ronit ed Esti sfuggono ai pettegolezzi e in metropolitana raggiungono il centro di Londra, la City, per contro, risplenderà in pieno sole.
I primi piani di queste due bellissime donne, nell’ottima fotografia di Danny Cohen, mostrano il vibrare delle sensazioni: l’anticonformista Ronit, che apparentemente sembra la più forte – è piena di sensi di colpa nei confronti del padre e soffre per non essere ben accetta, mentre la timida e apparentemente docile Esti è una passionale tormentata e, a tratti, si sente pronta a rischiare tutto per appagare il suo amore.
Nel film sembrerebbe che il sesso sia uno strumento di liberazione dal peso di una società repressiva che ha nella religione il pilastro fondante. Le donne si vogliono ribellare, Esti è combattuta tra le sue pulsioni sessual-amorose e una vita come il faut, cioè essere “a nice Jewish girl” moglie di rabbino, un bravo ragazzo con cui ha giocato fin dall’infanzia. Non ha coraggio di fuggire ma neanche quello di restare. Ronit invece è stata, più o meno, ripudiata dal padre, che non le ha lasciato in eredità neanche la casa di famiglia, che invece ha donato alla sinagoga. «Mi ha lasciato una pipa» dice Ronit a Esti nella casa vuota del Rav: un lascito ironico nella sua simbologia indiscutibilmente maschile.
Vorrei sottolineare un dettaglio nelle primissime scene che inizialmente non avevo capito: Robit, appena saputo della morte del padre, va a pattinare per sfogarsi, ma nello spogliatoio ansimando e in preda ad un attacco d’angoscia, si strappa la maglia. Questo gesto è la Kerià, che consiste, in caso di decesso di un genitore, nella lacerazione delle vesti dalla parte sinistra, in corrispondenza del cuore. Quindi anche se Ronit è fuggita ed è molto lontana, la tradizione ebraica resta ed è ancora sentita.
Il film è notevolmente intenso e, nei limiti in cui io possa giudicare, mi pare che il regista abbia ben rappresentato il milieu conservatore ebraico e, in generale, riprodotto in modo esemplare un ambiente provinciale. Infatti, il dramma di due donne omosessuali ebree, finisce per assumere i contorni di una storia universale sul coraggio di liberarsi dai vincoli che stritolano, soffocano e opprimono la libertà d’espressione.
È strano però come un regista “cantore” delle donne, in questo film renda più amabile, alla fine, il personaggio maschile, il gut broker David che, a suo modo, si ribella anche lui alle convenzioni rinunciando a un ruolo prestigioso nella comunità ebraica e accettando la diversità della moglie.
Sebastian Lelio, ha frequentato a Santiago l’”Escuela de Cine de Chile“ un ambiente culturalmente vivace nel quale si è formato il gruppo di registi che oggi rappresenta la più importante corrente cilena del dopo Pinochet. Lo stesso Pablo Larraín Matte, tra i produttori di “Una donna fantastica”, Matías Bize, Andrés Wood, Patricio Guzmán, Gonzalo Maga (sceneggiatore di Lelio) e altri, portano avanti il loro cinema come atto di una liberazione in corso.
Forse Disobedience non è il migliore dei film di Lelio: nel 2013 con “Gloria” era diventato noto nel panorama internazionale, poiché Paulina Garcia aveva conquistato un Orso d’Argento a Berlino per la miglior interpretazione femminile, mentre il suo film “Una donna fantastica”, aveva ottenuto l’Oscar 2018 come miglior film straniero e migliore sceneggiatura.

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