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Microcritiche / Guerra di classe in Francia

30 novembre 2018
di Ghisi Grütter

IN GUERRA – Film di Stéphan Brizé. Con Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, DavidRey, Olivier Lemaire, Francia 2018. Fotogrfia di Eric Dumont, sceneggiatura di Xavier Mathieu e Oliver Gorce. Musica di Bertrand Blessing-

En guerre” – in originale – è un film militante, impegnato e impegnativo, che tratta delle lotte operaie dei lavoratori della fabbrica Perrin ad Agen, capoluogo di Lot-et-Garonne nel Sud Ovest della Francia. La fabbrica sta per essere chiusa per essere delocalizzata in Romania e 1100 lavoratori stanno per essere licenziati, in una Regione economicamente in crisi. La fabbrica fa parte di un gruppo tedesco che aveva firmato un accordo con i lavoratori, dove garantiva cinque anni di occupazione a fronte di una riduzione salariale, ma dopo due anni la proprietà non ha mantenuto fede al contratto.
Laurent Amedeo (interpretato da Vincent Lindon), è un operaio militante e un rappresentante del sindacato CGT, fermamente intenzionato a non far chiudere la fabbrica e a non perdere il lavoro. Laurent è un uomo appassionato, tutto d’un pezzo, indignato, che considera lo sciopero l’unico strumento valido a difesa dell’impiego dei compagni e della loro dignità. Guida le manifestazioni di piazza, cerca con caparbietà un incontro con i rappresentati prima del Governo, poi direttamente con il sig. Hauser, l’amministratore delegato dell’azienda che continua a negarsi.
Il Tribunale presso il quale gli operai si erano rivolti ha dato ragione alla proprietà e dopo mesi di battaglie il comitato di lotta, che vede sigle sindacali diverse, inizia a disunirsi fomentato anche da offerte di buonuscita allettanti da parte del gruppo aziendale. Laurent riuscirà a ricucire le discordie e a ottenere un incontro presso il Governo.
Nel film c’è poco spazio per i sentimenti individuali, i più evidenti sono la speranza prima, la rabbia e la delusione poi per un accordo saltato, e la preoccupazione per l’incertezza del futuro. La conclusione del film è molto dura e non fornisce alcuna possibilità, nessuno spiraglio e Amedeo si dimostrerà un uomo tutto di un pezzo, duro e puro.
Tutto il film è incentrato su picchetti, riunioni discussioni e manifestazioni. Non c’è spazio per il privato. Si intuiscono le difficoltà economiche delle famiglie in sciopero e qua e là problemi di coppia nel periodo delle battaglie. Amedeo ha una figlia incinta e una ex moglie cui ha lasciato la casa, di più non si saprà. Il film è ossessivo, ipnotico, claustrofobico, e comunica un senso d’intrappolamento e inesorabilità
Sembrerebbe che l’obiettivo di Stéphan Brizé sia quello di essere considerato il Ken Loach francese. Infatti, aveva già diretto un altro film, “La legge del mercato” nel 2015, sempre con il bravissimo Vincent Lindon nella parte di Thierry un uomo cinquantenne impegnato nell’affannosa e umiliante ricerca di un nuovo impiego. Tra agenzie di collocamento, corsi di formazione inutili, colloqui degradanti, Thierry compie una corsa contro il tempo con la speranza di poter continuare a sostenere la famiglia, gli studi e le cure necessarie al figlio affetto da paralisi cerebrale.
L’anno dopo Stéphan Brizé ha diretto “Une vie”, film tratto dal romanzo di Guy de Maupassant, dove la sceneggiatura ne livellava le premesse, le spiegazioni, gli antefatti mostrando solo l’essenza dei fatti e i loro effetti.
Così il film “In guerra” è privo di orpelli: nella Francia di oggi si va a trattare, così come allora, non si vede il populismo, non ci sono le derive xenofobe, ma c’è la crisi dell’occupazione, la perdita del lavoro che se ne va in zone del mondo più convenienti e meno costose.
Così in nuovocinemalocatelli.com: «…[L’assenza del lavoro è una] questione lancinante che preme sulle esistenze e le cambia e reindirizza e devasta, trattata stavolta da Stéphane Brizé in una sorta di film-manifesto, di storia esemplare che ne riassume infinite altre capitate qua e là nell’Europa della deindustrializzazione e della delocalizzazione. Ma dire, come ho sentito dopo la proiezione a Cannes, che Brizé ricalca se stesso e che già tutto stava in La legge del mercato, dove un cinquantenne colpito da disoccupazione era costretto a reinventarsi la vita, è un abbaglio. In guerra non racconta una storia ma storie plurime che si intrecciano lungo un asse narrativo che ingloba e sovrasta le individualità, e lo fa con una forma cinema e uno stile assai audaci che mimano e riproducono i linguaggi visivi caotici e informi delle news tv, di youtube, dei video postati sui social e spediti via whatsapp. Qualcosa che porta “In guerra” molto al di là dei tanti film sulla stessa questione» scrive Luigi Locatelli.

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