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Microcritiche / Un violino ci salverà?

5 settembre 2018
di Ghisi Grütter

IL MAESTRO DI VIOLINO – Film di Sérgio Machado. Cin Làzaro Ramos, Kaique de Jesus Santos, Sandra Corveloni, Fernanda de Freitas, Elzio Vieira, Brasile del 2015. Fotografia di Marcelo Durst. Musiche di Silvio Baccarelli, Felipe de Souza, Alexandre Guerra, Edimilson Venturelli –

Tudo Que Aprendemos Juntos è il titolo originale del film. Protagonista indiscusso è il barrio di Heliopolis, un abnorme agglomerato di favelas a sud est di San Paolo, tra i più estesi di tutto il Brasile. Per la precisione, il nome favela (Cnidoscolus quercifolius) viene da una pianta che cresce nel semiarido sertão brasiliano, una regione che abbraccia molti stati del nordest del Brasile dove ebbero luogo le battaglie contro i ribelli di Antônio Conselheiro, alla fine dell’Ottocento. Ma cosa distingue una favela da un quartiere povero e disagiato? Qual è la linea di demarcazione tra una favela e quello che gli sta attorno – e che magari è altrettanto indigente e marginale?
Le favelas, vere e proprie città, sono insiemi costituiti da almeno una cinquantina di unità abitative (baracche, case, ecc.) per lo più carenti di servizi pubblici essenziali, che occupano, o hanno occupato, terreni di proprietà altrui (pubblica o privata), cresciute, in generale, in modo denso e disordinato. Alcune zone sono composte solo da baracche, in altre ci sono anche case di mattoni. Non essendo formate da edifici pubblici, non sono garantite le infrastrutture primarie, come energia elettrica, acqua e fognature, inoltre i servizi secondari sono assenti. La favela costituisce una “città spontanea” e autocostruita in totale assenza di pianificazione urbanistica, e al di fuori della legalità in cui quindi è quasi impossibile far comprendere cosa sia legale e cosa illegale, ed è piuttosto difficile lavorarci come operatore pubblico. Nella favela si deve imparare subito l’arte del sopravvivere, mentre quella del vivere forse non la si potrà apprendere mai.
San Paolo, a sua volta, è la megalopoli più grande di tutta l’America Latina e costituisce il cuore economico del Brasile. La sua area metropolitana conta circa 21 milioni di abitanti di cui molti vivono nelle favelas. Heliópolis – il cui nome significa letteralmente “Città del Sole” – ha una popolazione di circa 100.000 abitanti e negli ultimi anni ha subito un lento processo di urbanizzazione. Nonostante ciò, per la parte più povera della popolazione, la vita resta segnata dalla miseria e dall’emarginazione. Il film si svolge tutto dentro questa baraccopoli, solo ogni tanto, in qualche rara immagine, è mostrato dall’alto il panorama urbano di San Paolo con lo skyline della città spesso in background.
Laerte Dos Santos (il bravissimo Làzaro Ramos) è un violinista di talento che, al momento di un’audizione per diventare primo violino all’OSESP, l’orchestra sinfonica più prestigiosa del paese, si blocca e non riesce a suonare. Rimasto senza soldi accetta di insegnare violino in una scuola a Heliopolis, un progetto per una ONG. Scopre pertanto una realtà sociale, di cui lui stesso non conosceva l’esistenza, e tocca con mano le difficoltà che incontrano i ragazzi perfino a seguire gli studi in una scuola gratuita. Si trova ad avere a che fare con piccoli delinquenti – alcuni di loro hanno precedenti penali – ragazzi abbandonati, figli di genitori possessivi, violenti o malati.
Nelle favelas esistono in ogni caso delle “regole” da rispettare e soprattutto conflitti: da un lato ci sono i narcotrafficanti che si contendono il controllo della zona e cercano di imporre le proprie regole alla popolazione; dall’altro c’è la polizia che per far rispettare l’ordine non risparmia pestaggi e arresti sommari. Anche il capo mafia di zona vorrà da lui qualcosa: una volta che Laerte avrà formato un’orchestra ricominciando pazientemente l’insegnamento da zero, gli chiederà (imporrà?) di suonare un valzer alla festa della figlia. «Una musica ben suonata calma anche le bestie più feroci» dice Laerte ai suoi studenti. Così il regista Sérgio Machado ci fa rendere conto che bisogna sempre accettare necessariamente dei compromessi per raggiungere un obiettivo che, di fatto e al di fuori del film, si è concretizzato con la formazione di una vera e propria orchestra.
Verso la fine del film viene mostrata la rivolta rabbiosa della popolazione quando un ragazzo giovane e innocente viene ucciso dai poliziotti. E questo ragazzo era proprio Samuel (il bellissimo Kaique de Jesus Santos), il violinista talentuoso prediletto da Laerte che, in un film sul sogno americano, avrebbe potuto riscattarsi con la musica. Ma in questo film la musica non ha poteri taumaturgici, solo consolatori. «Sto bene solo quando suono» dice VR a Laerte sentendosi in colpa per la morte di Samuel.
C’è un passaggio importante nel film che è rimasto poco chiaro al mio compagno di cinema e anche a me. Perché Laerte si blocca alla prima audizione e invece riesce a suonare bene alla successiva audizione nel finale, entrando finalmente a far parte dell’orchestra? Cosa è cambiato in lui? È forse l’esperienza fatta del valore sociale della musica, come modo per creare un sentimento di appartenenza volontaria a una propria comunità condivisa, che aiuta a sostenere il confronto con la dura condizione di vita nella favela?
Molto suggestiva è la fotografia di Marcelo Durst con i primi piani sui volti, in particolare quello di Làzaro Ramos, e sui dettagli dei vari strumenti musicali. All’inizio la storia non sembra particolarmente originale, ricorda molto quella ambientata nella banlieu parigina che il regista Rachid Hami racconta in “La Mélodie”, girato un paio di anni dopo, poi le trame si divaricheranno. “Il maestro di violino” si è ispirato alla vera vicenda dell’Istituto Baccarelli di Heliopolis, che convogliò centinaia di giovani all’educazione musicale. Infatti, alla fine degli anni ’90 il maestro Silvio Baccarelli iniziò a insegnare musica ai teenager della comunità, dopo che un incendio distrusse una parte di Heliopolis. Oggi l’Istituto Baccarelli conta più di 4000 studenti per anno. La coprotagonista del film è, ovviamente, la musica e il regista ne fa un uso magistrale: i ragazzi studiano musica classica, ma nella loro vita privata o nelle scene d’azione ascoltano il rap brasiliano. “La passione secondo Matteo” di Sebastian Bach è il brano scelto per il saggio di fine anno dedicato a Samuel, vittima innocente, mentre nella toccante scena degli scontri violenti con la polizia, le urla si trasformano lentamente in musica nelle note della “Consolazione“ n. 3 in re bemolle di Franz List.

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