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Microcritiche / Inviti a un matrimonio, a Nazareth

2 agosto 2018
di Ghisi Grütter

WAJIB – INVITO AL MATRIMONIO – Film di Annemarie Jacir. Mohammad Bakri e Saleh Bakri, Tarak Kopty, Ran Alamuddin, Maria Zreik, Ossama Bawardi, coproduzione Francia, Norvegia, Germania, Qatar, Emirati Arabi, Regno Unito 2017. Fotografia di Antoine Héberlé, scenografie di Nael Kanj, costumi di Hamada Atallah –

Siamo a Nazareth, nella regione storica della Galilea, ai tempi di oggi, in prossimità del Natale. È imminente il matrimonio di Amal e suo fratello Shabi, che fa l’architetto e vive in Italia, torna a casa per l’evento ad aiutare il padre Abu Shadi, un insegnante di scuola sessantacinquenne, per organizzare la festa. La madre non vive più lì perché anni prima si era innamorata di un altro uomo e l’aveva seguito in America.
“Wajib” vuol dire circa “dovere sociale” e la tradizione della Palestina settentrionale vuole che gli inviti vengano recapitati a mano dai maschi della famiglia e che ogni invitato sia contattato personalmente in modo che la sua presenza appaia di grande importanza.
Il film si svolge quasi tutto in auto, una vecchissima Volvo, lungo l’arco di una giornata. Nei discorsi tra padre e figlio (i bravissimi Mohammad Bakri e Saleh Bakri, padre e figlio anche nella vita) e negli incontri con parenti e amici, si evince tutta la differenza che passa tra due generazioni: quella più giovane non è più attaccata alle tradizioni, è più coraggiosa – nel bene e nel male – vuole affrontare le cose e prende di petto la vita; l’altra, quella più anziana, invece ha dovuto affinare l’arte della mediazione, ad esempio Abu Shadi fa parte della minoranza arabo-cristiana e ha dovuto tirare su due figli dopo essere stato abbandonato dalla moglie. Inoltre, ha dovuto fare i conti con le scuole palestinesi monitorate dagli “Ispettori di conoscenza” che lavorano per il Ministero dell’Istruzione Israeliano. Diventerà un litigio tra padre e figlio consegnare l’invito a Robbie, uno dei controllori scolastici che, però, potrebbe essere cruciale nella nomina di Abu Shadi, a Preside della scuola.
Shabi a Nazareth si sente soffocare, una volta gestiva un cineclub, ma i film erano troppo politicizzati e l’attività è stata considerata sovversiva. Avendo studiato all’estero e in particolare architettura, è particolarmente sensibile nei confronti del degrado, nota la sporcizia e la totale mancanza di gusto per il bello. Il padre lo considera un po’ uno un snob che non ha dovuto rimboccarsi le maniche.
Abu Shadi non è un uomo particolarmente coraggioso, lo si deduce nel momento che investe casualmente un cagnolino bianco, sicuramente di ebrei israeliani e, preso da un attacco di vigliaccheria, scappa senza prestargli soccorso sotto gli occhi allibiti del figlio (che comunque non lo ferma…).
Nazareth è una città palestinese nello Stato di Israele, tutte salite e discese, dove le case non hanno ascensori, una città super-costruita in modo disordinato senza piano regolatore. Non ci sono marciapiedi, niente distacchi tra gli edifici. Si parcheggia davanti ai bidoni dell’immondizia strapieni. Solo per un attimo i due protagonisti si allontanano dal centro, attraversano case prefabbricate e arrivano in una zona residenziale verde dove si presume vivano gli israeliani ebrei. Nazareth ha 74.000 abitanti e per lo più arabi, di cui 68% musulmani e 32% cristiani. In tutto il film quello che emerge è la ricerca da parte dei protagonisti di una “normalità”: una fascia di piccola borghesia illuminata, della minoranza cristiana, si sforza di dare un decoroso matrimonio alla figlia, con il rispetto delle tradizioni che aiutano a riconoscerne l’identità, in un contesto che tende a oscurargliela. Una sopravvivenza faticosa tra orgoglio, compromesso, laissez-faire e quant’altro. Annemarie Jacir, al suo terzo lungometraggio, fa intuire tutto questo filtrato attraverso le dinamiche della famiglia e dei suoi rapporti sociali. La regista ha diretto il film con molto garbo, senza mai sovrastare la storia con la regia, alludendo ai problemi politici e sociali senza mai renderli espliciti e aiutata sicuramente dalla coppia straordinaria di attori. Qua e là si mostra dotata anche di ironia, attraverso l’intensità degli sguardi, i dettagli kitsch – come ad esempio gli abiti da sposa -, l’errore di stampa sul giorno delle nozze e così via.
Il film è stato selezionato per rappresentare la Palestina ai premi Oscar 2018, ma non è entrato nella decina finale, ha invece vinto vari premi in Festival Internazionali di Locarno, Dubai, Londra e Mar del Plata.
Così la regista ha raccontato al Festival di Locarno 2017: «In Palestina esiste una tradizione di notevole importanza anche per i giovani d’oggi. Quando qualcuno si sposa, gli uomini della famiglia – solitamente il padre e i figli maschi – sono tenuti a consegnare personalmente le partecipazioni a ciascun invitato. Non è prevista alcuna spedizione o consegna per interposta persona. Non consegnare gli inviti di persona è considerato irrispettoso… Quando la sorella di mio marito si è sposata, è toccato a lui e a suo padre il “dovere sociale” di consegnare gli inviti, impiegando cinque giorni ad attraversare la città e i villaggi vicini per portare a termine il compito. Osservandoli in silenzio, mi sono accorta di come la cosa fosse a volte divertente e a volte dolorosa. Anche non volendo, durante il tempo trascorso insieme da padre e figlio, sono emersi gli aspetti speciali del loro legame ma anche delle tensioni che hanno testato il loro volersi bene. Dopo quei giorni, ho cominciato a lavorare all’idea di un film sulla fragile relazione padre-figlio e sul costume tutto palestinese degli inviti».

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