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In una parola / Carri armati contro il Sessantotto

29 luglio 2018
di Alberto Leiss

Pubblicato sul manifesto il 24 luglio 2018 –

Del cambiamento improvviso e globale che attraversò il mondo mezzo secolo fa si ricorda l’elemento giovanile e studentesco della rivolta, l’incontro, soprattutto in Francia e ancora di più in Italia, con le lotte del movimento operaio. Meno immediatamente presente è la grande differenza di modalità che assunse un conflitto epocale, e anche la brutalità della repressione che in diverse situazioni si scatenò.
Un esercizio utile per riandare alla sincronia e ai significati di quegli avvenimenti è scorrere le pagine di uno dei molti libri dedicati all’argomento in questo Cinquantesimo: Il 68 giorno per giorno, di Roberto Raja (Edizioni Clichy). La formula, apparentemente semplice, è quella di una cronologia quotidiana. Leggere quali furono gli avvenimenti principali negli stessi giorni e nelle stesse ore di oggi, ma 50 anni fa, produce un certa impressione in chi, come me, li ha vissuti, e credo possa essere un buon metodo di conoscenza per chi invece non ne è stato testimone.
Se “ieri”, 22 luglio 1968, accadeva che Gustavo Gutiérrez Merino, sacerdote peruviano quarantenne, esponesse a un’assemblea di seminaristi nella città di Chimbote una visione della società e del mondo che pochi anni dopo diventerà famosa come “Teologia della liberazione” (dal titolo di un suo libro), “domani”, 24 luglio, si avrà notizia di altri scontri razziali a Cleveland , negli Stati Uniti, tra la comunità nera e la polizia, con scontri a fuoco e diversi morti, da una parte e dall’altra.
Gli ultimi giorni di luglio sono anche quelli in cui aumenta la tensione tra l’Unione sovietica di Breznev e la Cecosloviacchia di Dubček, dove è in corso l’esperimento di un “socialismo dal volto umano”. Il 26 luglio a Praga – scrive Raja – “esce in edizione straordinaria Literární listy, il giornale dell’Unione scrittori che era stato vietato da Novotny e da gennaio, dopo la svolta di Dubček, ha ripreso le pubblicazioni. In prima pagina un appello, firmato da 1.782 intellettuali, rivolto al governo, al presidium del Comitato centrale e alla nazione”. Vi si legge, tra l’altro: “dite ai compagni (sovietici) che abbiamo bisogno di libertà, di pace, e di tempo…”. Ma il tempo sta già scadendo: i carri armati entreranno nella notte tra il 20 e il 21 agosto.
Guardavo, da liceale con qualche opuscolo del presidente Mao in tasca, con grande simpatia al tentativo di Dubcek. Ricordo però le discussioni con amici e compagi “trotzkisti” che certo erano contrari a Breznev, ma giudicavano con sufficienza e diffidenza la “Primavera di Praga”. Dubcek era accusato di essere un “piccolo borghese”. Ascoltavo certe analisi in cui il ruolo della “industria leggera” cecoslovacca sembrava determinante per comprendere la portata di quella svolta politica. E di questo economicismo estremo cominciavo a diffidare radicalmente.
Dal Messico arrivavano le notizie di scontri tra polizia e studenti sempre più gravi e di manifestazioni sempre più grandi e combattive. I mezzi corazzati dell’esercito si erano già fatti vedere, ma la tragedia si compirà il 2 ottobre nella Piazza delle tre culture a Città del Messico. I blindati chiudono le uscite della piazza e i militari aprono a lungo il fuoco contro diecimila studenti. “Impossibile – ricorda Raja – stabilire il numero delle vittime: trentaquattro secondo il governo, in gran parte militari; duecentocinquanta secondo l’Associated Press, duecento-trecento per il corrispondente della Bbc, che riferirà pure di corpi portati via con camion della spazzatura. Migliaia gli studenti arrestati dopo la carneficina, trecento sarebbero rimasti in carcere fino all’amnistia del 1971”.

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