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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

In una parola / Può ancora piacerci un testo politico?

1 giugno 2018
di Alberto Leiss

Pubblicato sul manifesto il 29 maggio 2018 –

“Il testo che scrivi deve darmi la prova di desiderarmi. Questa prova esiste: è la scrittura. La scrittura è questo: la scienza dei godimenti del linguaggio…”
Roland Barthes parlava del testo letterario, sia pure in senso lato (Il piacere del testo, Einaudi 1975), e molto tempo fa. Tuttavia questa rilettura recente mi è venuta in mente – a sproposito? – nell’attimo di un pensiero interrogativo, davanti alle immagini televisive della crisi di queste ore.
Come molti, immagino, mi sono chiesto: ma io sto davvero dalla parte di Mattarella? E un risposta più convincente mi è venuta da un sentimento per così dire estetico riguardo alla struttura e ai modi del suo discorso, quasi al di là e prima della valutazione del contenuto politico e istituzionale, se paragonato a quelli dei suoi contradditori.
Non c’entra certo la seduzione con quelle sofferte parole pronunciate tra corazzieri immobili. Tuttavia la precisione della sintassi sembrava rivelare anche un pathos sincero “non a cuor leggero”.
Ascoltando poco dopo gli interventi dei Di Battista e dei Salvini mi sentivo aggredito da frasi roboanti nelle quali l’enfasi mi sembrava tradire poca buona fede, poco stile.
Potremo mai ritrovare un qualche piacere nella lettura o nell’ascolto di un testo politico? E’ mai stata una esperienza possibile?
Una risposta affermativa l’ho trovata nel libro, edito da Guida e a cura della Fondazione Iotti, dedicato alle 21 donne che fecero parte della Assemblea Costituente, Costituenti al lavoro. Donne e Costituzione. 1946-1947. Ci sono i ritratti delle “madri della Repubblica”, scritti da storiche e storici ma anche da donne politiche come Livia Turco, Elena Marinucci, Paola Gaiotti de Biase, Rosa Russo Jervolino, per citarne alcune. Ma soprattutto, in copia anastatica, ci sono i verbali di tutte le discussioni alla Costituente in cui queste donne intervenirono, svolgendo un ruolo importante (pur essendo un piccolissima minoranza rispetto ai 556 seggi dell’Assemblea), soprattutto per la definizione di articoli fondamentali, come il terzo, contro ogni discriminazione, o come quelli sul lavoro, sui diritti, sull’istruzione, sulla famiglia.
Il libro spinge dunque la nostra attenzione, anche nei singoli ritratti, alla lettura dei discorsi, dei testi che furono pronunciati. E direi che anche solo scorrendone alcuni, intrecciati a quelli degli altri costituenti impegnati nelle discussioni, ciò che colpisce non sono solo i punti di vista politici e culturali che orientano gli interventi, ma anche la loro chiarezza e la passione che li anima. Un incubatore da cui si comprende come possa essere emerso un testo molto ben scritto come quello della Carta.
Solo due esempi.
Quello di Angelina Merlin, che voleva fosse eliminato l’aggettivo “essenziale” relativo alla “funzione familiare” delle donne nell’articolo 33 (“…sentiamo che la maternità, cioè la nostra funzione naturale, non è una condanna… deve essere protetta dalla legge… senza che si limiti il nostro diritto a dare quanto più sappiamo e vogliamo in tutti i campi della vita nazionale e sociale…”). E quello di Maria Maddalena Rossi, che per sostenere l’accesso delle donne alla Magistratura (che non passò…) citò la Porzia del Mercante di Venezia di Shakespeare, il quale, tre secoli e mezzo prima , “richiede un giudice dotato di finezza, di cuore, di intelligenza e onestà, un giudice che amministri la giustizia vera, onorevoli colleghi, la giustizia dello spirito della legge e non della lettera soltanto. Questo Magistrato è una donna…”.

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