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Microcritiche / Padre e figlia tra Pakistan e Norvegia

4 maggio 2018
di Ghisi Grütter

COSA DIRÀ LA GENTE – Film di Iram Haq. Con Maria Mozhdah, Hadil Hussain, Ekavali Khanna, Rohit Saraf, Ali Arfan, Norvegia, Germania, Svezia 2017 –

What Will People Say” – il titolo originale del film – mostra l’educazione repressiva ai tempi d’oggi, all’interno di una famiglia pakistana emigrata in Norvegia. Nisha (una bravissima ed emergente Maria Mozhdah) è una sedicenne che vive a Oslo e che, come i suoi coetanei, studia, ascolta musica, manda messaggini con lo smartphone e si diverte a giocare a pallacanestro nei freddi campi innevati. Un’età la sua dove non si è ancora diventati adulti, ma non si è neanche più bambini e si hanno, quindi, ingenuità e stupidità adolescenziali commiste a desideri sessuali, non ancora maturi.
Come succedeva alla generazione occidentale di mezzo secolo fa, l’educazione genitoriale molto severa spingeva i giovani a dire bugie e a fare cose di nascosto, e così agisce Nisha. Con il padre Mirza (il bravo e intenso Hadil Hussain), che gestisce un negozio in proprio, sembra esserci un rapporto speciale; il giorno del compleanno Mirza invece di ricevere regali, donerà lui alla figlia dei soldi… da mettere da parte con gli altri per quando studierà medicina.
Una notte Nisha fa venire a casa, di nascosto, un suo amichetto che la corteggia, ma il padre se ne accorgerà e, scoperti i due sul letto in camera da letto, avrà una reazione violenta picchiando a sangue il ragazzo. Grazie all’intervento di un vicino, arriveranno i servizi sociali a salvare i giovani che non avevano ancora fatto nulla, e a mediare tra padre e figlia. Il padre vorrebbe imporre un matrimonio “riparatorio” ma Nisha nel frattempo ha già lasciato il ragazzino con i capelli rossi.
La punizione sarà durissima e la ragazzina sarà portata contro la sua volontà in Pakistan a vivere con la famiglia del padre: la vecchia madre, la sorella con il marito, la figlia e il figlio. All’inizio la permanenza lì le è intollerabile, e svariati saranno i tentativi di fuga tra i vicoletti claustrofobici del paesino arroccato e isolato. Solo dopo parecchi mesi, la ragazza si rassegnerà e comincerà a conoscere, e forse anche apprezzare, alcune tradizioni pakistane. Così finalmente si rilassa e accetta la corte del cugino, ma ulteriori sfortunate vicende costringeranno la zia (è lei che comanda) a chiedere a suo padre a venirsela a riprendere.
Tutta la famiglia pakistana sembra essere stata svergognata dal comportamento leggero di questa sciagurata figlia femmina, la comunità di Oslo sembra metterla al margine, e la madre non esita a dirle: «era meglio fossi nata morta!». L’unica che le dimostra un po’ di affetto è la sorellina piccola ancora non contagiata da perbenismi né da rigidità educative, e l’abbraccia affettuosamente. Per il resto è veramente impressionante vedere la scarsa fisicità tra tutti i membri della famiglia e la durezza delle madri.
Ma la figura più bella è proprio quella del padre che sembra costretto a seguire le regole severe e deve mettere a tacere i suoi sentimenti nei confronti della figlia prediletta. La vede scivolare lontano da sé verso una libertà, che lui non può accettare né concepire, e che considera invece come condotta scandalosa: la donna nella sua cultura non sceglie e deve essere sottomessa ai padri e alle regole. Si vede Mirza ascoltare un paio di altri uomini della comunità pakistana nella quale vive, che lo istigano a dare alla figlia una punizione esemplare. Lo si vede pure quando in Pakistan, lungo la pista nel rientrare dal suo piccolo paese, quasi supplica in lacrime la figlia di buttarsi di sotto, incapace di farle del male né di sfiorarla. Basti pensare, invece, ad altri comportamenti di padri in circostanze analoghe, come alla recente terribile tragedia subìta da Sana Cheema a Brescia, uccisa dal padre e fratello perché voleva sposare il suo fidanzato italiano.
La regista Iram Haq, oggi poco più che quarantenne, alla sua seconda opera, ha veramente subìto un rimpatrio forzato per opera del fratello e del padre. Così ha raccontato la regista in un’intervista: «Non sapevo come raccontare questa storia e ho voluto attendere di avere il coraggio per poterlo fare. Questo film è molto ispirato alla mia esperienza ma non interamente. Purtroppo questa vicenda, ancora reale al giorno d’oggi per numerose ragazze in Norvegia e altrove nel mondo, è una storia che parla di controllo sociale, dell’essere intrappolati in ciò che gli altri pensano e sentono e le conseguenze su di te. Al tempo stesso è la storia d’amore tra un padre e una figlia in conflitto perché appartengono a due mondi differenti».
In fondo Iram Haq presenta le figure maschile come persone deboli (i battibecchi tra la nonna e lo zio) o frustrate (i ragazzi che non sanno proprio come reagire di fronte ai soprusi). Nelle maglie della tradizione, mostrando il conservatorismo, la regista ci pone un problema più vasto, quello del multiculturalismo, della difficile convivenza di tradizioni e religioni diverse e della faticosa crescita degli immigrati di seconda (o terza e quarta) generazione. Di fatto in Norvegia l’ondata migratoria pakistana è stata massiccia negli anni Sessanta del secolo scorso e, in forma minore, esiste a tutt’oggi. Permangono quindi le problematiche legate a inevitabili frizioni tra socialdemocrazia laica e liberale scandinava e la cultura tradizionalista e poco permissiva di chi viene dal Pakistan.
“Cosa dirà la gente” presentato al Bif&st 2018 è un film molto duro che non lascia spazio alla speranza e al desiderio di libertà. C’è solo la fuga.

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