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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

In una parola / Scuola (o delle emozioni per imparare)

9 maggio 2018
di Alberto Leiss

Pubblicato sul manifesto l’8 maggio 2018 –

Dunque viviamo in un mondo in cui si rimanda l’assegnazione del premio Nobel perché l’ (ex) autorevole commissione che deve scegliere è squassata da una storia di molestie sessuali maschili. D’altra parte il capo dell’Impero Americano è un signore che ammette di aver pagato (molto bene) una signora che vende sesso perché tacesse sui loro rapporti. Prima l’aveva negato, ora dice che è lei a dire bugie… La probabilità che sia invece lui a mentire due volte è piuttosto alta.
Il credito all’autorità maschile si assottiglia sempre di più, e da più parti ci si chiede in che modo si possa reagire. Si ascoltano ragionevoli considerazioni sulla persistenza di una cultura machista, e sulla necessità, oltre che di condannare e reprimere le violenze degli uomini, di prevenirle con l’educazione e la cultura.
Ma se si volge lo sguardo alla scuola, il luogo più deputato a questo ruolo, ci prende lo sconforto. I media ci parlano di ragazzi superbulli che minacciano insegnanti e maltrattano compagne e compagni. Di professori demotivati. Di genitori bulli anche loro, sempre pronti a difendere i pargoli qualunque bravata compiano.
Per fortuna la scuola non è solo questo. E chissà, magari non è nemmeno prevalentemente questo… i media forse dovrebbero raccontarcela un po’meglio, nel male, ma anche nel bene.
Sabato ero a Salerno, all’istituto comprensivo (dalle elementari alle medie, come si diceva una volta) Rita Levi Montalcini, dove da quattro anni è in corso un progetto elaborato da una associazione di donne, “In Movimento”, fatto di “percorsi educativi per l’affermazione di un cultura di genere con piena cittadinanza delle differenze e contro ogni forma di violenza e discriminazione”. Dal primo anno con gli alunni – e maestra e genitori – di una quinta elementare il “percorso educativo” si è allargato a altre classi delle medie. In un incontro intitolato “La scuola che cambia il mondo”, decine di ragazzi e ragazze hanno messo in scena uno spettacolo reinventando, recitando e suonando, parole e storie di uno dei svariati testi su cui hanno lavorato. Un libro (Mary Jane, tu lo hai visto il mare? Augh edizioni) scritto da una insegnante, Patrizia D’Errico, nel quale – tra utopie e distopie che parlano del molto che non va nel nostro mondo, agiscono personaggi fiabeschi, si evoca la forza del desiderio e il bisogno che persone appassionate si impegnino per combattere ignoranza, ottusità del potere, stupidità delle norme meramente repressive.
Il clima, in un’aula magna strapiena, era festoso e civile. Alcuni genitori hanno partecipato allo spettacolo, e allo scambio di opinioni che è poi seguito con l’autrice del libro, la preside Carla Romano, l’assessora all’istruzione e vicesindaca Eva Avossa e Raffaellina Marinucci, animatrice del progetto.
Si è discusso, anche, di come conciliare desiderio e libertà con la cura delle relazioni e il principio di autorità senza il quale la scuola non funziona. Patrizia D’Errico è intervenuta con la voce di una maestra protagonista dei suoi libri : “Programmiamo, costruiamo itinerari, fissiamo obiettivi, spezzettiamo la conoscenza in piccoli ordinati bocconi da assumere nel giusto ordine. Io non ho mai imparato niente così. Quel poco che so, l’ho scoperto a cavallo di un’emozione, di una fame bulimica e a volte disordinata di comprendere, di entrare dentro le mie curiosità correndo a rotta di collo. Dopo, ho ordinato, classificato, concettualizzato”.
Scuola, dal greco scholè, significa in origine ozio, riposo. Un tempo in cui con la riflessione e lo studio non dovrebbero mancare i sentimenti e le forme più alte del gioco. O no?

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