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Microcritiche / Non è un sogno (americano) per neri

13 dicembre 2017
di Ghisi Grütter

SUBURBICON – Film di George Clooney da un soggetto dei fratelli Coen. Con Julianne Moore, Matt Demon, Noah Jupe, Oscar Isaac, Leith M. Burke, Karimah Westbrook, Glenn Flesher, Josh Brolin, Steve Monroe, Toni Espinosa, USA 2017. Musiche di Alexandre Desplat –

Per il suo sesto film da regista, George Clooney riprende un vecchio soggetto scritto da Joel ed Ethan Coen del 1986 e, in questo noir-grottesco, si riconosce chiaramente la loro mano. L’ubicazione è in una generica suburbia statunitense – girato un po’ a Carson e un po’ a Fullerton in California – alla fine degli anni ’50. Il modello abitativo, che è il vero protagonista del film, assomiglia molto a quello immaginato da Frank Lloyd Wright all’inizio degli anni ’30 con lo slogan «let the auto take the city to the country» (lasciate che le auto portino la città nella campagna). Wright, per la sua utopia urbana di Broadacre City, aveva ipotizzato un acro (lo iugero romano) di terra per ogni casa unifamiliare contribuendo alla formazione dell’imagerie americana. Qui, invece, la densità abitativa è aumentata e l’utenza è la middle-class bianca. L’habitat descritto è lo stesso visto in moltissimi film americani, a cominciare da quasi tutti quelli interpretati da Doris Day, basti citare sopra a tutti al mieloso Non mangiate le margherite del 1960, dove la suburbia viene narrata come un’Arcadia incontaminata in contrapposizione alla corrotta Manhattan con i suoi vizi e i suoi mali. Questa modalità di urbanizzazione – insediamento abitativo che fa parte dell’American dream – ha subito un notevole sviluppo proprio in quegli anni, tanto è vero che si è cominciato a parlare di crescita delle zone infra-metropolitane.
Nel quartiere cookie-cutter rappresentato in Suburbicon si trasferiscono per viverci i Meyers, una famiglia di neri – padre, madre e figlioletto dodicenne: un’integrazione non voluta, che coglie tutti di sorpresa e che non aveva precedenti. Questa storia è tratta da un fatto realmente avvenuto a Levittown in Pennsylvania, nell’estate del 1957. L’evento costituirà uno scandalo e scatenerà nel neighbourhood una ribellione violenta degli abitanti xenofobi e razzisti. Per dirla con i Coen sembra che questa comunità non sia un paese per neri, né per giovani, né tantomeno per vecchi.
Tutto ruota attorno alla famiglia di Gardner Lodge la cui moglie Rose è rimasta paralizzata in un incidente d’auto. La coppia vive con il figlioletto Nicky e Margaret, la gemella di Rose, è venuta (temporaneamente?) a dare una mano alla sorella. A un certo punto subiranno una feroce rapina violenta durante la quale Rose resterà uccisa, quindi tutto s’incentrerà su Gardner e, in maniera piuttosto prevedibile, sui problemi con l’assicurazione e su tutto il resto – che qui non narro – che avverrà con una crescente goffaggine. Il piccolo Nicky costituisce lo sguardo innocente attraverso il quale lo spettatore scopre man mano le cattiverie e le perversioni della prudish society e, nello stesso tempo, rappresenta l’unica speranza nei confronti del futuro. Nel rapporto tra Nicky e Andy Meyers, il bambino nero, si scorge una possibile apertura e perfino solidarietà. Bella è la scena in cui Andy gli regala il suo piccolo serpente e, particolarmente significativa, è quella finale.
Gli attori sono bravissimi specialmente l’imbolsito Matt Demon nella parte odiosa di Gardner Lodge. Julianne Moore, nella doppia parte delle sorelle gemelle, si è ormai specializzata in donne un po’ vaghe nella suburbia degli anni ’50, come in Lontano dal Paradiso di Haynes del 2002 con cui ha vinto la coppa Volpi a Venezia. Le musiche sono affidate alle mani esperte del pluripremiato Alexandre Desplat.

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