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Microcritiche / Borghesi depressi nella Calais-Mondo

2 dicembre 2017
di Ghisi Grütter

HAPPY END – Film di Michael Haneke. Con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovitz, Franz Rogowski, Nabiha Akkari, Fantine Harduin, Laura Verlinden, Toby Jones, Dominique Besnehard. Hassam Ghancy, del 2017. Montaggio di Monica Willi, fotografia di Christian Berger –

Laurent è una famiglia di industriali che vive a Calais. Un incidente sul lavoro di un loro operaio costituisce un problema che deve cercare di risolvere ed è la vicenda attorno alla quale si raccolgono i vari membri familiari. L’ottantacinquenne Georges (un bravissimo Jean-Louis Trintignant) è il capostipite rimasto vedovo dopo una lunga malattia di sua moglie che l’ha vista paralizzata a letto per anni. Ha due figli: Thomas e Anne, entrambi separati. Anne (la sempre impeccabile Isabelle Huppert), a sua volta, ha un figlio maschio Pierre (Franz Rogowski) che, pur lavorando anche lui in fabbrica, è molto infantile e si comporta in modo irresponsabile. Anne, inoltre, ha una relazione amorosa con Lawrence (Toby Jones), un avvocato inglese, mentre Thomas (Mathieu Kassovitz) ha una seconda moglie da cui ha appena avuto una bimba. La sua prima moglie, sempre depressa e in preda a psicofarmaci, ha appena avuto un incidente in auto prendendo in pieno un palo (ma sarà veramente un incidente?) quindi Eve, la figlia dodicenne di entrambi, arriva anche lei a vivere (temporaneamente?) nella ricca dimora patriarcale dei Laurent.
Con questo film Michael Haneke indaga tra i rapporti affettivi e/o anaffettivi dei membri di questa famiglia della buona borghesia francese, ne descrive le sofferenze, le depressioni, i desideri di morte, e ne scopre le perversioni. Ognuno della famiglia ha una sua sofferenza profonda, più o meno palese: il vecchio Georges desidera l’eutanasia pur stando bene fisicamente, mentre la piccola Eve (Fantine Harduin), una classica figlia di genitori separati, non si sente amata da nessuno dei due. Pierre affoga le sofferenze nell’alcool, si rende conto della sua inadeguatezza a dirigere l’azienda di famiglia, ma non riesce proprio a crescere e a emanciparsi.
Ad Anne tocca il ruolo più difficile e importante: quello di mediare, di tenere i fili dell’azienda e dei brandelli di famiglia. Passa la vita tra ospedali, transazioni, fabbrica, avvocati, casa da dirigere, e riesce sempre a essere “perfetta”, a trovare le parole giuste di un buon comportamento borghese. Organizza la festa degli ottantacinque anni del padre con concerto incluso, così come il pranzo del suo fidanzamento ufficiale (ma si festeggia ancora?) in un elegante ristorante sul mare, mentre il figlio con i suoi stravaganti atteggiamenti provocatori le dà sempre del filo da torcere e serie preoccupazioni.
Thomas, nella sua caratterizzazione negativa, è forse il personaggio riuscito meglio di tutti: maldestro nel rapporto con la figlia Eve, distante anni luce dalla moglie e dalla neonata, apparentemente sempre preso dal suo lavoro di medico, è vigliacco e bugiardo. Sembra che non riesca proprio né ad amare – come gli dice la figlia adolescente – né a essere felice perché il suo desiderio è sempre spostato rispetto al presente: ha un’amante con cui si scrive e-mail dal contenuto hard, così come neanche in precedenza era riuscito a restare fedele alla prima moglie.
La messa in scena delle ipocrisie della famiglia borghese costituisce un tema tipico della filmografia di Michael Haneke così come aveva fatto nello splendido La pianista del 2001 – superbamente interpretato da Isabelle Huppert – e in Niente da nascondere del 2005 con Juliette Binoche e Daniel Auteuil. Qui in Happy end tra morti, crolli, distruzioni e la cessione della fabbrica di famiglia è probabile rintracciare una metafora della crisi del mondo occidentale e della cultura europea. Anche la scelta di Calais non credo sia casuale perché rappresenta un luogo dove gli immigrati si sono ammassati e dove il contrasto tra i ricchi e poveri è molto accentuato e il regista lo mostra in un paio di scene. Il film pone anche l’accento sullo sguardo e sul cinema nell’osservare attraverso lo smartphone di Eve – così come i videotapes in Niente da nascondere – il mondo delle azioni ordinarie, come pettinarsi e lavarsi i denti, o nel riprendere quelle eccezionali come la reazione del povero criceto imbottito di psicofarmaci, tra sadismo e incoscienza adolescenziale.
A mio avviso le scene con le inquadrature dell’adolescente sullo sfondo del mare e sotto una luce nordica senza ombre, evocano tanta cinematografia francese come i film di Éric Rohmer o, i più recenti, di Bruno Dumont. Happy end è stato presentato al Festival di Cannes 2017 e selezionato per rappresentare l’Austria agli Oscar del 2018.

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