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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

L’autodeterminazione femminile non giustifica la Gpa

23 dicembre 2017
di Francesca Izzo


Proseguiamo nella pubblicazione di materiali presentati al convegno sulla Gestazione per altri (GPA) organizzato dalla donne di Snoq di San Donà: qui di seguito l’intervento di Francesca Izzo, mentre a questo link si può leggere il contributo di Giulia Siviero, uscito sul Post. Tutti glil interventi sono anche reperibili,ripresi dal vivo, su Youtube. Le organizzatrici dell’iniziativa si sono impegnate a predisporre la pubblicazione integrale del confronto.

Per discutere seriamente della surrogata bisogna partire da una premessa: che cosa si pensa per davvero della maternità.
Con SnoqLibere siamo decisamente schierate per il mantenimento di un senso umano della maternità, della procreazione che consideriamo una soglia di civiltà. Anzi pensiamo che l’accesso in massa delle donne alla libera espressione di sé consente per la prima volta nella storia di pensare che anche la creazione e la cura degli esseri umani non sia più una necessità naturale ma un atto di libertà, al pari della creazione politica o della creazione intellettuale o spirituale; così anche la maternità può accedere non solo alla libera scelta ma alla libertà: non più una esperienza socialmente problematica che pesa, penalizzandole, sulle donne ma un tratto costitutivo della piena identità umana, che si scelga o no di essere madri. Ma ciò richiede appunto cambiamenti culturali e sociali.
Una via d’uscita può però anche essere l’accettazione di un modello di vita nel quale certo le donne godono di maggiori libertà ma al prezzo di cancellare ogni loro tratto differente, neutralizzarsi, in nome di quella uguaglianza consegnata alla storia del dominio degli uomini.
Per contrastare il fatto che nascono pochi bambini, appare più agevole e conveniente ricorrere alle possibilità offerte dalla tecnica e dalle scandalose disuguaglianze a livello globale. Alcuni tra i più autorevoli e influenti medici e scienziati di levatura internazionale lo sostengono da tempo.
Con l’aiuto della tecnica molte donne sentono di poter svincolare la maternità dai limiti temporali, dai limiti corporei coltivando l’illusione di corrispondere al modello di un individuo del tutto padrone di sé, del suo tempo, con un corpo a totale disposizione della proprio volontà (quando e come voglio). E d’altra parte– fidando che una soluzione tecnica poi si troverà – si può accettare passivamente di rinviare la maternità perché non ci sono soldi, non c’è la sicurezza del lavoro, della casa, ma sentendosi personalmente inadeguate perché avere un figlio appare come una faccenda maledettamente privata.
Da qui il disagio della maternità vissuto da generazioni di donne: da un lato spasmodicamente desiderata fino a configurarla come un diritto da esigere non importa a quali condizioni, dall’altro subita come quel millenario legame naturale che un tempo condannava le donne alla subordinazione e alla esclusione dalla sfera pubblica, e che continua ad essere un handicap nella competizione sociale. E la tentazione è forte: le donne e gli uomini tendono a rivolgersi alla tecnica per adattarsi agli imperativi dominanti piuttosto che affermare con forza che se l’Occidente vuole avere qualche speranza di futuro deve rendere la maternità libera.
Questi sono i temi che abbiamo messo in cantiere , ma perché possano avere un qualche sviluppo, avere una qualche influenza nelle scelte culturali e politiche a venire occorre sgombrare il campo dalla legittimazione diretta o indiretta dell’utero in affitto.
In effetti la maternità surrogata, detta anche GPA, cioè gestazione per altri, è non solo una affermazione estrema di un diritto proprietario sul proprio corpo e sui suoi frutti, ma postula una concezione della maternità che ne distrugge il senso di atto liberamente umano. La maternità surrogata è una pratica sociale che, utilizzando tecniche inizialmente create per altri fini, consente a committenti, coppie o singoli, di comprare l’utero di una donna, di impiantarvi ovuli fecondati e di appropriarsi del bambino nato. Mentre si esalta il desiderio di generazione, la maternità -che è un’unità indissolubile di elementi emozionali, razionali e chimico-biologici che coinvolgono la donna e il nascituro – viene invece scomposta in tante parti distinte una dall’altra, come se si trattasse di una cosa.
La dignità altamente umana della maternità decade a procedimento meccanico le cui componenti scisse diventano merci da mettere sul mercato. Parlare di un atto di libertà o di amore serve solo ad oscurare il dato che le donne ridiventano oggetti a disposizione non più di un patriarca ma del mercato e che i bambini sono concepiti in vista di uno scambio.
Nell’acceso dibattito pubblico che in questi ultimi tempi si è sviluppato in Italia (e non solo) molti opinionisti, specie donne, hanno fatto riferimento al concetto di autodeterminazione per sostenere la tesi che nella maternità surrogata è in gioco la libera volontà delle donne di disporre del proprio corpo sia per farne dono che per metterlo sul mercato. Poiché il termine innegabilmente evoca importanti conquiste ottenute dalle donne, si corre il rischio di contrabbandare la pratica dell’utero in affitto per un atto di libertà e, viceversa, la sua condanna per un’imposizione autoritaria.
Il termine fu introdotto nel linguaggio politico dalle femministe negli anni Settanta del secolo scorso per indicare la capacità finalmente acquistata dalle donne di decidere autonomamente di sé come soggetto libero, non più sottomesso al potere paterno e maritale, specie in campo riproduttivo. In particolare si fece ricorso al concetto di autodeterminazione per risolvere la spinosa questione dell’aborto dal momento che definire un “ diritto” l’interruzione volontaria di gravidanza generava seri dilemmi etici e giuridici.
La dinamica innescata dall’affermazione di un diritto soggettivo all’aborto conduceva inevitabilmente ad attivare il diritto potenzialmente confliggente di altri soggetti (il padre del nascituro e lo stesso nascituro), mentre parlare di autodeterminazione della donna consentiva di sfuggirvi. Infatti da una parte le si riconosceva la responsabilità in ultima istanza di decidere se accogliere la nuova vita o abortire poiché è la donna che deve mettere in gioco tutta se stessa nella gravidanza, nel parto e nell’accoglienza del neonato. Venivano così esclusi dalla decisione ultima, mariti, fidanzati, genitori o tutori vari, fatta eccezione per le minorenni. La donna usciva finalmente dallo stato di minorità o di tutela diventando pienamente responsabile dei suoi atti. Dall’altra questa libertà non assumeva la valenza puramente “negativa” del rifiuto (negazione) di ogni interferenza esterna, di costrizione altrui e della individualistica ed assoluta disponibilità di sé, bensì si fondava sulla positiva e peculiare potenzialità umana delle donne che nella gravidanza e nel parto investivano l’intera loro personalità.
Proprio per questo si riconosceva alle donne la libertà – in ultima istanza e secondo precise norme (la limitazione temporale dei tre mesi) – di non portare a termine la gravidanza in base al principio che non si può obbligare una donna ad investire l’intera sua esistenza nel diventare madre. Ma l’autodeterminazione non significa automaticamente che ogni donna abbia l’assoluta, autonoma padronanza sulla maternità, né tantomeno che abbia il diritto ad essere madre. L’autodeterminazione, concetto assolutamente valido per l’interruzione del processo, non risulta altrettanto adeguato a dar conto del completamento del processo della maternità, perché in questo caso la donna non è il solo, unico soggetto coinvolto. C’è il partner/padre e soprattutto c’è il bambino. La donna è libera di essere o non essere madre e solo lei può deciderlo, ma se decide di esserlo la sua libertà viene intrinsecamente connessa alla responsabilità verso l’altro (bambino). La maternità libera lascia emergere la figura della “libertà in relazione”. La sua libertà trova il limite nella libertà del bambino che non può e non deve perderla diventando oggetto di dono o di scambio mercantile.
Sostenere, come si sta facendo nella discussione sulla maternità surrogata, che la condanna di questa pratica mette a rischio l’autodeterminazione femminile conquistata con la legalizzazione dell’aborto significa non averne chiari i fondamenti. Come abbiamo visto, solo attribuendo dignità esistenziale all’intero processo procreativo e alle donne la titolarità soggettiva di esso si è affermata l’autodeterminazione e la libertà di non diventare madri. Ma se si accetta, come nella maternità surrogata anche quella cosiddetta solidaristica, di spezzare l’unitarietà del processo, di segmentarlo in ovociti, gravidanza e neonato, togliendo alla gravidanza ogni “pregnanza” fisica, emotiva, relazionale e simbolica, facendone un processo meccanico/naturale, si incrinano le basi stesse dell’autodeterminazione. Paradossalmente in nome della libertà si espropriano le donne di ciò che la determina e la fonda.
Intorno a queste questioni, che sembrano toccare pochi e sollevare interrogativi scarsamente comprensibili ai più, si delineano le nuove distinzioni tra ciò che è progresso e ciò che non lo è, tra quali sono le nuove soglie di civiltà. Perché non si può lasciar correre come un’ovvietà la rivendicazione che far nascere un bambino con la surrogata sia un gesto non solo d’amore ma di libertà e di progresso mentre rifiutare una pratica che riduce le donne a contenitori e i bambini ad oggetti di scambio mercantile sia segno di bigottismo reazionario. E’ su queste frontiere che va trovata la misura per dare di nuovo senso a parole che lo hanno smarrito.

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