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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

La politica e il sessismo

27 dicembre 2017
di Letizia Paolozzi

E’ stato un “linciaggio” quello subìto da Maria Elena Boschi? Claudia Mancina lo pensa. E ha scritto (sul “Mattino” del 24 dicembre) che in questa legislatura, assieme a “un forte protagonismo di donne”, abbiamo assistito a una “ecatombe” femminile.
Tuttavia, se per Josefa Idem e Federica Guidi si è trattato di ministre costrette a dimettersi per comportamenti che neppure rasentavano il codice penale, la vicenda della sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio è più ambigua.
Un solo esempio: siamo nel 2014. Boschi da poco stata nominata ministra delle Riforme nel governo Renzi quando si presenta a casa di suo padre, vicepresidente di Banca Etruria, dove si sta svolgendo una riunione dei vertici di Etruria e Veneto Banca.
Muta, Boschi assiste per un quarto d’ora al dialogo tra banchieri afflitti dalle lettere di Bankitalia quindi se ne va. La sua apparizione resta incomprensibile. Una scemenza o uno sfoggio di simbolico (e magari concretissimo) potere?
Avversari politici di Renzi (la giovane, bella e determinata ministra poco si è distinta per autonomia di pensiero dal segretario del Pd) e giornalisti tra i quali il direttore del Fatto Quotidiano si sono buttati a pesce sulla condotta di Boschi. Lei (durante la trasmissione di Lilli Gruber) si è difesa più o meno così: sono bugie di Travaglio che ce l’ha con me. Fossi stata un uomo, non avrei ricevuto lo stesso tipo di trattamento che in questi 4 anni mi ha riservato il direttore del Fatto.
Travaglio, che già aveva recitato a teatro con un’imitatrice poco vestita dell’attuale sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio,
piazza sul suo giornale una quadri-vignetta scosciata della stessa.
Risposta sessista. Una delle tante riservate alle donne che traboccano da Face Book (do you remember gli insulti rivolti a Laura Boldrini?)
Sembra quasi che l’identità sessuale femminile (delle donne potenti o delle senza potere) provochi nei maschi un riflesso pavloviano da figli fedeli al patriarcato.
D’altronde, conosciamo a memoria quell’amalgama di azioni che vanno dagli abusi fisici (sessuali) alla gestione maschilista del potere. Sono discriminazioni, ha osservato la giurista Kimberlé Williams Crenshow, nel diffondere – perlomeno negli Usa – il concetto di “intersezionalità” per il quale età, sesso, condizione migrante, reddito si incrociano nell’esperienza individuale di ciascuno.
Eppure, nell’anno che si chiude abbiamo visto anche donne che hanno rotto il silenzio contro le molestie, le “Silence Breakers”, sulla copertina del Time. E la segnalazione sul New York Times delle undici protagoniste del 2017 che hanno amministrato il potere in modo non solitario ma producendo delle buone cose per gli altri, mentre il dizionario americano online Merriam-Webster ha indicato feminism, femminismo, come la parola dell’anno.
La storia Harvey Weinstein ha squarciato il velo di infinite altre vicende. Le donne si sono ribellate non solo agli abusi sessuali ma il discorso si sta allargando fino a lambire il potere quando si trasforma in sopraffazione misogina.
Gli uomini dovranno capire che “la differenza biologica non è un merito” (ha commentato Marco D’Amore, in arte Ciro l’Immortale della serie Gomorra).
Lo dovranno capire a Hollywood, a Cinecittà, nei parlamenti, alla Ue, nelle aziende, nelle fabbriche, nella “cultura da club per soli uomini” e nella scuola (privata) di formazione per magistrati che il Consigliere di Stato Bellomo conduceva – sembra – imponendo con il “contratto di sottomissione” regole sull’abbigliamento delle allieve e sulla loro vita privata attraverso la “negoziazione dell’emotività”.
Assieme all’accappatoio bianco del produttore che pretendeva un massaggio, va alla sbarra lo studioso di diritto “accreditato – scriveva di sé – di un quoziente di intelligenza pari a 188 (media umana =100)”.
Però le cose non sono così semplici, anche così brutali. Ci sono di mezzo i dubbi garantisti, gli interrogativi di chi relativizza abusi e soprusi: “Ma cosa vuoi che sia?” . Oppure pretende la denuncia “live” (magari con foto e registrazione allegata) o ancora ingiunge di sbattere rapidamente la porta in faccia al malintenzionato. E c’è anche chi promette di scendere in campo per difendere la raccoglitrice di olive molestata ma mai e poi mai per Asia Argento, ragazzina viziata dal desiderio di una parte in un film della Miramax. Infine, c’è quella che rimbrotta: “Tieni poco a te stessa e troppo alla tua carriera”.
Viviamo un tempo nel quale le donne non sentono più di essere collocate nella parte sbagliata del mondo ma la condizione di dipendenza dalla (supposta) supremazia maschile non è scomparsa.
Per questo, forse, le inadempienze politiche di Maria Elena Boschi si confondono con il fastidio che provoca il suo lamento delle discriminazioni subite in quanto donna. Contemporaneamente, l’aggressione sessista fa perdere al direttore del Fatto quotidiano le carte che pure avrebbe avuto da giocare in una critica meno volgare.

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