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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

Sulla violenza, ancora

23 novembre 2017
di Il Gruppo del Mercoledì

Il 25 novembre, giornata contro la violenza maschile sulle donne, ci sarà a Roma la manifestazione nazionale di Non Una Di Meno e la presentazione del Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza. Il Gruppo del Mercoledì lavora da tempo sulla violenza e i suoi differenti codici. Questo è un momento della riflessione che vogliamo allargare ad altre, altri.

SULLA VIOLENZA, ANCORA

Uccidere è decidere della vita e della morte di un essere umano.
Lo ha fatto Vincenzo Paduano, ventisette anni, quando si è servito di una tanica di benzina per bruciare Sara Di Pietrantonio; l’hanno decretato i massacratori del Bataclan ricaricando, come nei film americani, le armi tre volte.
L’azione dell’uno e quelle degli altri non sono sovrapponibili. L’unicità è data dalla parola violenza che tuttavia copre fenomeni differenti. Almeno per il modo in cui si impossessa della nostra quotidianità.

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Dominare un essere umano di sesso femminile; immaginare di tenere in pugno prigionieri, ostaggi, etnie, gruppi religiosi, oppositori politici, comunità, collettività di uomini, donne, bambini, famiglie che passeggiano nelle strade, nei mercati, nei luoghi turistici. In Spagna, Belgio, Australia, Somalia, Nigeria, Cameron, Iraq, Siria. E dall’elenco mancano certo molti nomi.
Ci sono somiglianze e differenze, affinità e distanze incommensurabili tra chi uccide per “troppo amore” e chi per avere una contabilità dei morti. Emanuele Severino ha tagliato corto: “Il giovane terrorista che si sente emarginato dalla società sempre più complessa, è portato a vendicarsi in modo analogo a quello del maschio che si trova respinto”.

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C’è anche una violenza bellica più lontana, che investe “a pezzetti”, come dice il Papa, l’intero pianeta. Una guerra senza le antiche passioni eroiche dell’onore maschile, spesso indecifrabile, nella quale, ai soldati – e soldatesse – degli eserciti nazionali professionali, si mescolano i “contractors” nuovi mercenari, gli interessi di Stati e poteri economici globali, le passioni di popoli e sette religiose. Le vittime civili e i profughi si contano a milioni. Migliaia ogni anno muoiono nei nostri mari. Lo vediamo nelle tragedie dei migranti, nell’odio che suscitano, mascherato dietro l’ambiguo criterio della “sicurezza”.

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C’è una violenza verso la natura e l’ambiente. Le isole di plastica negli oceani, lo smog che avvolge interi continenti e soffoca le città, il clima impazzito che mette sempre più a rischio la vita degli umani, di metà delle specie di piante, di un terzo degli animali.
Il furto di futuro verso chi verrà dopo di noi è violenza.
L’uomo che governa gli Usa ha stracciato gli accordi sulla diminuzione delle emissioni. E gli altri paesi, anche quelli firmatari, non li rispettano.
L’Italia è un paese fragilissimo. Potremmo essere noi, nei prossimi anni, i futuri profughi ambientali.

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Sottrarre la vita è la forma estrema di quella violenza che si diffonde con analogie, contiguità e differenze profonde.
Eppure, il rumore dei passi, di notte, sulla strada, ci provoca un sentimento di incertezza simile a quello che proviamo nel salire sul treno il giorno dopo un attentato.
Una guerra non proprio dichiarata. Eppure, al di là di una parola che ne racchiude tante, chi pratica la violenza?
I massacratori di umanità, come i nemici della sessualità femminile lasciano – generalmente – un’impronta maschile. “La responsabilità della violenza agita è degli uomini e gli uomini ne sono totalmente responsabili” (Marisa Guarneri). Possiamo azzardare che gli uomini tolgono la vita, aiutati da una strumentazione tecnica mortifera, perché vivono il loro corpo, e quello altrui, nel segno patriarcale del possesso e della disponibilità illimitata, comune alle diverse tradizioni culturali? Possiamo azzardare che questo avviene perché non sono in grado direttamente di generare la vita?

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Tuttavia, non tutti gli uomini sono assassini. E/o carnefici. Non intendiamo crocifiggere un sesso che forse comincia a vedere e a rifiutare i comportamenti aggressivi. I comportamenti di una sessualità, quella maschile “fatta di amore e violenza” (Lea Melandri).

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Nella sessualità maschile c’è sempre, in primo piano, la questione del potere. Un legame cruciale, quello tra sesso, potere e denaro che da anni abbiamo denunciato (“Sesso potere denaro” convegno dell’ottobre 2009 indetto da Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi e Grazia Zuffa). Ben evidenziato nella lettura del sexygate di Berlusconi (Ida Dominijanni), oggi troppo poco nominato. Il potere gli uomini lo esercitano sulla carne femminile, screditando (Rebecca Solnit) la parola delle donne.
La tipologia non varia molto: insegnante-allieva; produttore-attrice; direttore-impiegata; caporeparto-operaia. “La voglia maschile di affermare la propria potenza sessuale è esplicita. Una virilità connaturata con il potere” (Edoardo Albinati). Finisce che i reprobi vengono cacciati dai loro simili che, in questo modo e contemporaneamente, si autoassolvono. D’altronde “Io non l’ho mai fatto”.

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Anche le donne non sono tutte da una sola parte: delle vittime, o delle indignate e solidali con le vittime; comunque innocenti, estranee alla violenza. Vi sono anche quelle che gli hanno dato “uno schiaffo”; quelle che hanno “sbattuto la porta”. Quelle che “se l’è cercata” e quindi pretendono prove certe, nero su bianco. Complicato muoversi in un gioco che è non solo di potere ma anche di seduzione. “ Vogliamo piacere, ma non è detto che vogliamo fare l’amore” (Cate Blanchett). Comunque, l’ondata di testimonianze, confessioni, denunce innescate dal #Me Too ha messo sotto gli occhi lo squilibrio che esiste nel rapporto tra i sessi.

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Questa sorta di planetaria presa di parola non è una vendetta o un’invenzione isterica. Succede però che abbia esiti imprevisti. La gogna mediatica, certo. E una divisione che vede da un lato i carnefici, dall’altra le vittime. Le vittime, notoriamente, essendo vulnerabili, hanno bisogno di protezione. La protezione è la legge, unico strumento in grado di mettere un freno al potere. E pazienza se la libertà si riduce. Comunque, non è una legge, una condanna in tribunale che può fare giustizia tra uomini e donne. “Una lira” fu la richiesta di Tina Lagostena Bassi nel processo per stupro di Latina del 1978: “Non ci interessa la condanna. Noi vogliamo che in quest’aula ci sia resa giustizia, che è cosa diversa. Chiediamo che anche nelle aule dei Tribunali, e attraverso ciò che avviene nelle aule dei Tribunali, si modifichi la concezione socio-culturale del nostro Paese, si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto”.

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Abbiamo scommesso sulla nostra capacità di “mettere al mondo il mondo”. Ed è questa la politica che ci interessa, che con altre continuiamo a praticare. Ma attualmente si fa sentire più forte la tendenza a restringere lo sguardo, ad aggrapparci “ai nostri temi”, concentrati sul corpo femminile, racchiusi nel grembo materno. Contrastare la violenza significa saper uscire dal perimetro del nostro corpo e del corpo materno. Usare ragione e sentimento per non ripetere le forme e i modi della sopraffazione, incominciando dal linguaggio.

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La violenza è sempre in agguato per danneggiare i nostri discorsi. Se permettiamo che vi si insinui quel virus, avremo compromesso la possibilità stessa di una trasformazione della vita che parla di desiderio, conflittualità, ricchezza delle relazioni.
Per questo dobbiamo avere cura delle parole che scegliamo.

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La violenza non si contrasta se ci isoliamo. Si contrasta con le relazioni che sono il collante del legame sociale.
Nessuna causa, pur giusta, legittima il gesto di uccidere. Avversare la violenza significa avere un’attenzione e un’apertura: a sé, all’altro/altra, al mondo e alla terra in cui viviamo, alle forme di convivenza un quotidiano pensiero per l’altro, l’altra. Prendersi cura è già politica.

Il Gruppo del Mercoledì
(Fulvia Bandoli
Maria Luisa Boccia
Elettra Deiana
Letizia Paolozzi
Bianca Pomeranzi
Bia Sarasini
Stefania Vulterini)

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