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Giocare insieme contro la paura

11 ottobre 2017
di Letizia Paolozzi

La controversia sullo ius soli temperato – ius culturae ricorda la navigazione perigliosa tra Scilla e Cariddi. Gli scogli sono da un lato i calcoli elettorali di Alfano, lo sguardo fisso ai sondaggi dei partiti e dall’altro, i richiami alla civiltà di un Paese, alla qualità della democrazia che non tengono conto di quanto sia difficile accogliere, integrare quando la paura, il rifiuto dell’altro ha fatto crescere muri visibili e invisibili.
Eppure, in modo certo imperfetto (come per tutte le leggi) nello ius soli si propone di abbreviare i tempi (da diciotto a cinque anni) per l’acquisizione della cittadinanza ai nati sul territorio della Repubblica italiana da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno permanente o in possesso del permesso di soggiorno nell’Unione europea per soggiornanti di lungo periodo, oppure che i nati abbiano seguìto un percorso scolastico di almeno cinque anni.
Poiché, secondo una recente indagine Istat, circa il 65% delle madri straniere vive nel nostro paese da più di cinque anni, si calcola che i figli dello ius soli siano 634.592.
Tuttavia, per colpa di un accentuato strabismo, questi figli – italiani dimezzati – che si vestono con le stesse magliette, guardano su Youtube lo stesso Orso e Macha, colorano lo stesso album dei bimbi di cittadinanza italiana, si trasformano in un rischio per la sicurezza nazionale.
Potrebbe diventare una pericolosa terrorista la bambina che ti guarda con gli occhi spalancati? Quando le emozioni mettono a tacere la ragione; quando saltano fuori stereotipi e pregiudizi, dissimulati dietro la difesa dei “nostri valori”, puoi avere questi incubi.
Sarà colpa dei veneti malpensanti che si rifiutano di accogliere nella palestra vuota quindici migranti o degli abitanti delle case popolari di un quartiere di Roma che rivendicano l’alloggio assegnato regolarmente alla famiglia marocchina al grido di “Tornate a casa con il gommone”? Ma no. Conosco un sacco di gente impoverita, declassata, marginalizzata che si sente malmenata dalla globalizzazione e dai fondamentalisti del budget intervenuti con mani di forbice per tagliare servizi, autobus, mezzi pubblici, sanità.
Quando sei disoccupato, precario, non arrivi alla fine del mese, non puoi pagare la bolletta della luce, ti si è rotta la vecchia lavatrice, trovi eternamente aperta la porta dell’ascensore, aspetti tre quarti d’ora l’81 (autobus che attraversa Roma da Bullicante a Risorgimento), il ragazzino senegalese, figlio di chi ha lasciato terre povere per cercare terre ricche, è qui per sottrarti quel poco che hai, diventa un capro espiatorio.
Un gruppo di insegnanti ha provato a ribaltare la situazione scrivendo un appello (e un altro è stato prodotto da intellettuali tra i quali Ginevra Bompiani) in sostegno dei diritti dei bambini a scuola nonché del provvedimento dello ius soli. Al di là del merito, a me sembra un gesto importante. Come lo sciopero della fame a staffetta promosso dai Radicali italiani e da Luigi Manconi, senatore Pd.
Se la solidarietà è finita nei cassonetti, già stracolmi, per rassicurare le vittime di quell’enorme transizione che si sta verificando nel mondo (la Brexit, il voto per Trump insegnano) ci vorrebbe un’opera maieutica. Ma dove praticarla dato che i partiti hanno dismesso i luoghi nei quali si formavano, si confrontavano, si modificavano le interpretazioni soggettive?
Sono tanti con la sensazione di una perdita di identità. Chi sostiene, come l’ex premier Renzi, che i padri e le madri di quei bambini vanno “aiutati a casa loro”, forse non sa che l’aiuto allo sviluppo non si presenta mai come una alternativa alla migrazione. Peraltro, emigrare significa appunto portare sviluppo giacché il denaro, prodotto nel paese ospitante, viene trasferito in quello d’origine mentre, contemporaneamente, educazione e informazione spingono a partire alla ricerca di un migliore avvenire. D’altronde, le donne dei paesi poveri quanto più studiano, tanto più decidono di emigrare. L’Europa nella quale vivono 42 milioni di persone nate in un altro paese da quello nel quale risiedono, è la destinazione preferita: rappresenta il mondo nuovo.
L’esodo dei rifugiati attraverso il Mediterraneo, iniziato nel 2014, non finirà. “E’ ancora presto per dire se i flussi dalla Libia diminuiscono in maniera strutturale” ha osservato il ministro Minniti. Anche per questo, non regge l’improbabile distinzione tra migranti economici e rifugiati, quasi che morire di fame sia meno nobile che morire sotto una bomba o per i colpi dell’intolleranza, della persecuzione.
Alla fine, una si domanda: quale sfracello accadrà mai se i nostri figli, i nostri nipoti giocano insieme ai figli dei migranti nati in Italia?
Giocare rappresenta una forma di integrazione, di accoglienza. E l’accoglienza, paradossalmente, si traduce in un bene comune che aiuta la sicurezza collettiva.

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