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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

In una parola / Smart (o la nation del post-vaffa)

5 settembre 2017
di Alberto Leiss

Pubblilcato sul manifesto il 5 settembre 2017 –

“La parola smart è oggi tra le più in voga nel mondo del lavoro. Come spesso accade, si tratta di un prestito dalla lingua inglese. Nello specifico, si tratta di un aggettivo che può essere tradotto in rapido, veloce, abile, acuto, brillante, sveglio, intelligente, ma anche alla moda ed elegante”.
Ho copincollato questo capoverso dal sito Leonardo.it, il primo che mi si è aperto tra i molti digitando la parola smart. Ho trovato altri significati un po’ meno positivi: un signorino “in ghingheri”, o anche che “si credo molto furbo”, se riferito a un tipo umano (esempio dal dizionario Garzanti on-line).
Smart sono anche quelle macchinette molto piccole ma piuttosto lussuose, che riescono a posteggiarsi di traverso dentro le strisce dei parcheggi. Scagli la prima pietra chi non ha provato sentimenti di rancore e di invidia, specialmente se al volante di vecchia city-car un po’ scassata ma maledettamente più ingombrante nella metropoli congestionata dalle doppie file. Senza dire poi di quando una Smart ti sbuca da destra e ti taglia la strada sgommando e sorpassando come fosse una motocicletta.
Il golden-boy dei 5stelle ha detto tra i manager incravattati di Cernobbio che lui e il suo movimento vogliono che l’Italia “diventi una smart nation, cioè un paese più efficiente, più veloce, che si basa sull’innovazione e sullo sviluppo tecnologico”. Cosa che presuppone la collaborazione “con i portatori di interesse”. E chi saranno mai? Non sarà ognuno di noi e di voi a nutrire qualche legittimo (o anche illegittimo) interesse?
Ecco perché il giovane Di Maio ha suscitato in me una certa antipatia linguistica. Come qualcuno che ti supera sulla destra e ti frega il posteggio. Intendiamoci, è altamente positivo che egli indichi come modelli i “Paesi del Nord Europa” e rinneghi i recenti furori anti Euro e anti Europa. Ma come fidarsi di chi poco fa – e forse anche adesso in contesti meno incravattati – inneggiava ai vaffa… del suo capo?
Quando Emanuele Buzzi sul Corriere della sera gli domanda con quale squadra di governo intenderebbe operare in caso di vittoria la risposta è, all’osso, “vi sorprenderemo”. La leggo come una minaccia.
In ogni caso, ammesso e non concesso che sia desiderabile vivere in una smart nation, l’Italia sembra ancora molto lontana dal presentarsi come un paese brillante e in ghingheri.
Sfogliando lo stesso quotidiano ci si imbatte nelle cronache sulle vite dei giovani figli di immigrati arrestati per gli orribili stupri di Rimini. Dice la madre dei due fratelli minorenni che si sono costituiti: “Hanno lasciato la scuola e i libri, per pensare solo a scarpe e vestiti, a bere e fumare… Ma non erano così”. Verrebbe la tentazione di chiedersi: volevano essere almeno un po’ smart?
L’orrore continua voltando pagina, dove si narra dell’ uomo ucciso di botte dai buttafuori di una discoteca. Degli autori del pestaggio non viene menzionata la nazionalità o il colore della pelle, ma il fatto che lavorano per una società di security di Ostia. (Security starebbe per sicurezza ). La vittima invece è un imprenditore cinquantenne, nato a Catania ma residente a Roma. Era forse un “portatore di interesse”. I testimoni, tra cui il titolare della discoteca, dicono che stava per nascere una rissa con un altro uomo perché sarebbe stata importunata una donna. “Era uno che dava fastidio alle donne”, si afferma con poco riguardo per la persona trascinata a forza fuori dal locale e picchiata senza pietà. Sembra prevalere il marchio made in Italy.
Mi accontenterei di un paese un po’ più umano.

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