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Microcritiche / Civiltà perdute e pregiudizi inglesi

11 agosto 2017
di Ghisi Grütter

CIVILTÀ PERDUTA – Film di James Gray. Con Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller, Franco Nero, Ian McDiarmid, Angus Macfayden, Tom Holand, del 2016 –

The Lost City of Z, titolo originale del film tratto dal libro omonimo di David Grann, è un filmone storico come quelli che si facevano una volta, e abbraccia un periodo che va dall’inizio del ‘900 alle soglie della Seconda Guerra mondiale.
La storia ripercorre le vicende reali di Percy Fawcett (Charlie Hunnam), esploratore inglese alla ricerca di una civiltà perduta in Amazzonia. Fawcett è un bravo e aitante militare, ciononostante poco gratificato nella sua carriera, accetta quindi un incarico dalla Royal Geographic Society, per un rilevamento di un territorio inesplorato del Sud America, al confine tra Bolivia e Brasile, che lo avrebbe portato lontano dalla moglie (Sienna Miller) e figli per un paio di anni.
L’impresa è molto difficile e rischiosa: si dovrà districare tra la diffidenza delle persone locali, la difficoltà di reperire l’equipaggio esperto, il pericolo degli indios cannibali, le insidie della natura della foresta pluviale e del Rio delle Amazzoni e, in alcuni casi, tra i litigi della sua stessa squadra.
Civiltà perduta mi ha ricordato un altro film El abrazo de la Serpiente in bianco e nero, di Ciro Guerra del 2015: stessa epoca e stesso territorio. In quel film, a mio avviso di un’altra levatura, si narravano le avventure degli scienziati Theodor Koch-Grunberg del 1909 intrecciate a quelle di Richard Evans Schultes quarant’anni dopo, alla ricerca della yakruna, una pianta con poteri curativi. Le analogie sono sul rapporto con gli indios, con la natura, sul senso e valore della missione scientifica e sulla determinazione dei protagonisti.
Percy Fawcett, coadiuvato dal fido Henry Costin (Robert Pattinson), dopo varie peripezie, arriva alla sorgente del fiume dove trova i resti di un’antica civiltà: terrecotte, coccetti, volti scolpiti nel legno. Tutto fa presumere l’esistenza di una città e di una cultura probabilmente precedente perfino a quella britannica. Eresia! Gridano in patria.
Fawcett non è certo un rivoluzionario, è un prodotto della società inglese di quell’epoca: va a caccia, è addestrato per la guerra, è un marito e padre affettuoso ma, di fronte alla messa in dubbio della sua esperienza, sfiderà il bigottismo, il conservatorismo e il razzismo della Royal Society. Infatti, per i membri accademici della Società non poteva essere possibile che dei “primitivi” avessero avuto una civiltà e, per di più, così antica.
La ricerca di Z, sua Città perduta, diventa così una vera e proprio fissazione per Percy Fawcett. Lo spirito dell’avventura, il misurarsi con le forze palesi e con quelle oscure, e l’idea di fare una scoperta storica sensazionale (la gloria!) sono i motori della sua ossessione che lo spingeranno a tornare ancora lì lasciando la prolifica moglie che, dopo un desiderio folle di condivisione dell’esperienza in Amazzonia, lo aiuterà nella sua impresa con grande pazienza e solidarietà, eseguendo perfino alcune ricerche storiche.
Riuscirà il nostro eroe a trovare le prove dell’esistenza della Civiltà in Z?
Questo non lo voglio svelare, ma le sue gesta – dopo il lungo episodio della Grande Guerra e le sue battaglie contro la Germania – avranno grande eco in America e, una volta guarito dalle ferite riportate, ripartirà per l’ennesima volta portandosi dietro, stavolta, l’appassionato Jack, il suo figlio primogenito.
Come molti film di ricostruzione storico-ambientale Civiltà perduta è appagante: bei costumi, belle musiche e bella fotografia. Qua e là qualche piccola ingenuità ma, tutto sommato, il film si vede volentieri.

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