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In una parola / Vecchi (sono solo i pregiudizi)

4 agosto 2017
di Alberto Leiss

A una certa età ci si interroga sul vero significato della parola vecchi, e sulla condizione della vecchiaia. Una parola che spesso si ha ritegno a usare, e che si percepisce con un significato negativo. Ci si trastulla con la “terza età”, si preferisce dire “anziano”, o “over 65” (“sì, sono over, mi faccia pure lo sconto sul biglietto…”). Una cosa o una persona vecchia non va più bene. Tra non molto bisognerà liberarsene, forse buttarla via. Vuoi mettere quanto è attraente il Nuovo?
E tuttavia nel termine sopravvive anche qualcosa di affettuosamente rispettabile. Tracce di una dimensione in cui nel vecchio si vede la ricchezza dell’esperienza, l’empatia per una vita che si assottiglia e diventa fragile. Si cita confidenzialmente il vecchio Marx, alludendo a un’autorità che dura sorprendentemente nel tempo. E si riconosce che la gallina vecchia “fa buon brodo”.
Un caro amico, che si chiama Nicola Di Pietro, ha tagliato corto pronunciando la frase: “vecchi sono solo i pregiudizi”. Con altri amici gay e qualche amica lesbica sta lavorando da due anni a realizzare l’idea di una “casa non di riposo – dice -ma di attività” per persone lgbt un po’ in là con gli anni che desiderino stare insieme, vincere i rischi della solitudine, aprirsi a nuove relazioni di amicizia e di scambio, prendersi cura gli uni degli altri. E di altro.
Intanto c’è già il risultato di un gruppo che si vede sistematicamente e che sperimenta un buon modo di trascorrere il tempo, riconoscere i propri desideri, cercare di realizzarli. E’ stato girato un breve ma intenso filmato, e se ne è parlato in un articolo pubblicato su Repubblica.it .
Emerge il racconto di un intreccio di storie diverse: rapporti più o meno difficili con le famiglie di provenienza; storie professionali ben riuscite; impegni “nel movimento” che affondano le radici nella rivoluzione degli anni ’70; vite in coppia e da single; la memoria di tanti drammi vissuti negli anni dell’aids.
Ma soprattutto la voglia di costruire una situazione di agio per se stessi e per altri e altre, in modo solidale, e capovolgendo la logica di chiusura che ancora troppe volte si trovano di fronte le persone che vivono in modo diverso dalla “norma” la propria sessualità.
Nicola parla di un “grande progetto A, e di un più piccolo ma importantissimo progetto B”. Nel primo caso il sogno sarebbe di poter gestire uno spazio grande, capace di ospitare decine di persone e dotarsi di sedi per attività creative e di servizio rivolte anche al quartiere. Aprendo le porte ai giovani e a persone non lgbt, scommettendo quindi sull’intreccio di ogni differenza. In alcune capitali europee già esistono realtà di questo tipo.
Naturalmente ciò implicherebbe un investimento non solo da parte di energie “private”, che pure ci sono, ma anche da parte delle istituzioni. A livello locale – parliamo di Roma, del Comune e dei Municipi – qualche contatto c’è già stato. Ma per ora nulla di più.
Il piano B è più a portata di mano: “Ci troveremo un villino e vi inviteremo a cena…”.
Le cronache ci parlano di quel bed & breakfast in cui non sono graditi animali e persone gay, oppure di quel giovane aspirante dirigente del Pd che ha realizzato un filmato zeppo di stereotipi omofobici. E purtroppo c’è molto di peggio. L’umanità aperta, ironica e comunicativa che anima questa esperienza parla di un altro mondo effettivamente possibile. Chissà se desterà interesse in qualcuno che non ha un’idea troppo nuova della politica (cioè del con-vivere nella città).

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