Merci / Desideri

produrre e consumare tra pubblico e privato

Donne che stringono i denti (negli Usa e in Italia)

7 agosto 2017
di Letizia Paolozzi

Stringi i denti e vai avanti.
Si potrebbe interpretare in questo modo l’atteggiamento delle alte funzionarie americane che lavorano alla Casa Bianca per un misogino patentato?
Effettivamente, se in questi mesi di presidenza si è allungata la lista di teste rotolanti: da Anthony Scaramucci a Michael Flynn a Reince Priebus, le alte funzionarie resistono, pare, più degli uomini. Reggono meglio il “caro leader” Donald Trump (in proposito, interessanti osservazioni di Massimo Gaggi sul Corriere della Sera di venerdì 4 agosto).
Altro scenario, al di qua dell’oceano ma ancora una questione di resistenza? I giornali l’altro giorno, a seguito dell’uscita dei dati Istat, recitavano: “Occupata una donna su due, record dal 1977”. Sorpresa generale di fronte a un mercato del lavoro italiano che pure mostra alle donne una faccia poco cordiale. Puoi scegliere (fino a un certo punto) tra essere fisioterapista, badante, addetta alla mensa, lavoratrice dei call center, piccola imprenditrice. Senza dimenticare l’acrobatico contorsionismo tra casa e lavoro, nonché l’ambigua-amorosa costrizione al lavoro di cura.
Eppure, la presenza femminile nel mercato del lavoro resiste. Non da oggi.
Anche qui, stringi i denti e vai avanti?
Naturalmente non c’è chi non veda le abissali differenze tra lavoratrici italiane e alte funzionarie americane. Tuttavia, nella crisi finanziaria del 2008 innescata dalla bolla dei mutui subprimes, venne fuori che in America il sesso femminile affrontava con maggiore sapienza di quello maschile la recessione. Certo, alcuni anni dopo è arrivato il voto (anche femminile) per The Donald. Ma qui bisognerebbe tirare in ballo la crisi delle classi medie, l’ostilità nei confronti di Washington, dei liberal, delle minoranze. E molto altro.
Tornando al rapporto tra donne e lavoro, la spiegazione prevalente punta su un sesso più determinato, pragmatico, meno attratto dalla competizione, dallo spirito d’avventura (vedi, appunto, i mutui subprimes) di quello maschile, travolto anche dalle faide per il potere. Qualcosa di vero ci sarà, nondimeno ficcare in una casella le femmine e nell’altro i maschi, aiuta poco a capire i comportamenti degli uni e delle altre.
In Italia, l’occupazione femminile si attesta al 48,8%. Sono più donne che uomini a cercare un lavoro. Diminuisce il tasso delle inattive, che invece aumenta per gli uomini.
A giugno di quest’anno, la cifra di +23mila occupati è dipesa dalla componente femminile (quella maschile è calata lievemente).
Su base annua, se il tasso di occupazione cresce di 0.1 punti percentuali per gli uomini e di 0,7 per le donne, il tasso di disoccupazione maschile scende di 0,4 punti e quello femminile di 1 punto.
Naturalmente, bisogna andare a leggere dietro i titoli strombazzati.
Alla ministra Maria Elena Boschi che, simile alla Fata turchina, agita la bacchetta magica delle riforme e del Jobs Act, la sociologa Chiara Saraceno ha obiettato: «Verrebbe da pensare che, più che il Jobs Act, a fare aumentare l’occupazione femminile sia stata la riforma Fornero, nella misura in cui, alzando l’età e i requisiti per andare in pensione, ha fatto crescere l’occupazione delle lavoratrici in età anziana in misura molto maggiore di quanto non sia avvenuto per i lavoratori maschi, stante che la modifica nell’età pensionabile è stata maggiore per le donne, in particolare nel settore privato».
Evidentemente, l’invecchiamento della popolazione, abbinato a una riforma che sposta in avanti l’età pensionabile, contribuisce a un aumento dell’occupazione.
Peraltro, si tratta di nuovi posti di lavoro ma per lo più a tempo determinato.
Lavoro femminile “precario e sfruttato” dice Francesca Re David, nuova segretaria Fiom. Il sociologo Maurizio Ferrera lo giudica di “natura congiunturale”. Dunque non stabile, non adeguato.
Ma le donne non abbandonano la presa. Provano a tenere insieme i due capi della fune: produzione di cose, di contenuti linguistici e tecnologici nei nuovi modi di produrre del postfordismo e riproduzione della vita. E questo benché il welfare traballi; le frenate patriarcali si facciano sentire; il mercato del lavoro peggiori. Sicuramente, i soldi servono a mandare avanti una famiglia dove spesso un solo salario/stipendio non basta. Sono agite-dal-bisogno oppure la scelta traduce – nonostante tutto – un gesto sovversivo di fiducia? Senza lasciarsi influenzare da una visione pessimista che invece sembra attanagliare il Paese, forse stringono i denti e vanno avanti.

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