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In una parola / Muse (sulle note delle donne)

17 aprile 2017
di Alberto Leiss

Amy Marcy Cheney Beach

Pubblicato sul manifesto l’11 aprile 2017 –

La parola musica indica ciò che ha che fare con le Muse, divinità femminili di prima grandezza nel mito greco, figlie di Giove e di Memoria. La musica sarebbe in un certo senso l’arte per eccellenza. Pur avendo un’origine così radicalmente donna, ancora oggi non sembra acquisita una piena cittadinanza femminile nell’universo delle note. Certo la scena musicale, classica, pop e jazz è ricchissima di interpreti, cantanti e strumentiste, di grande fama e popolarità. Ma se spostiamo lo sguardo sulle donne che compongono o che salgono sulla pedana del direttore d’orchestra, il numero dei nomi noti si assottiglia. Vale per l’oggi e ancora di più per il passato.
Ce lo ha ricordato anche quest’anno il festival “Le compositrici”, organizzato a Roma dalla Scuola Popolare di Musica di Testaccio, dall’Università Roma Tre, con la collaborazione del conservatorio Piccinni di Bari e dell’Associazione Toponomastica Femminile ( che ha curato una mostra allestita all’università).
Molte Muse sono per la verità ricordate nella storia della musica – lo ha notato Loredana Metta nella giornata di studio che ha preceduto due serate di concerti al teatro Palladium – dalla “amata immortale” di Beethoven, a “quella signora con la pipa amante di Chopin” che si faceva chiamare George Sand. Indispensabili ispiratrici di geni irrequieti: che poi fossero raffinate intellettuali nel campo della pedagogia e della letteratura non sempre viene ricordato.
Se oggi è meno frequente che nei conservatori le donne si dedichino alla composizione e alla direzione d’orchestra, una volta era praticamente proibito. Per norma o per convenzione.
Orietta Caianiello, pianista e insegnante al Conservatorio di Bari e alla scuola di Testaccio, ha raccontato la vita di Amy Beach, di cui ricorre il 150° dalla nascita, virtuosa del pianoforte e compositrice americana che – bambina prodigio fin dall’età di tre anni (improvvisava il controcanto alle ninna-nanne della madre) – fu costretta in parte a una formazione da autodidatta. Si procurava pur vivendo nella civile e colta Boston i manuali di armonia e composizione e trascriveva le opere a memoria dopo averle ascoltate a teatro per imparare a padroneggiare scrittura e orchestrazione. Genio e ostinazione le procurarono però il successo quando trentenne compose la “sinfonia Gaelica” ispirandosi alla tradizione celtica degli europei del Nord immigrati in America. Nel 1910 portò la sua musica in Europa e nel ’14 il suo rientro negli Stati Uniti fu un vero trionfo.
Domenica sera (9 aprile) – con Caianiello al pianoforte, Giuseppe Pelura al flauto, Caterina Bono al violino, Andrea Fossà al violoncello e la soprano Maria Chiara Pavone – abbiamo potuto ascoltare una decina di pezzi da camera di questa autrice di cui, lo ammetto, non avevo mai sentito parlare. E grave fu l’ignoranza perché non ascoltare musica così bella e originale – per quel che posso giudicare da dilettante – è veramente una privazione ingiustificata. Per fortuna molto è stato inciso e molto si trova su Youtube: potete provare partendo dalla giovanile “Ecstasy” op.19, di cui Beach scrisse anche il testo, al più maturo Trio op.150.
Prima del programma monografico su Amy Beach “il maestro” Elena Sartori ha diretto strumentisti e cantanti del conservatorio Piccinni di Bari che hanno eseguito brani dell’opera di Francesca Caccini (1587- 1640) “La liberazione di Ruggiero dall’isola di Alcina”, tema ripreso dall’Ariosto. Dove, immagino per caso, si parla di un cavaliere il cui destino è tutto nelle mani e nelle arti magiche di due donne.

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