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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

Post-verità sull’8 marzo

15 marzo 2017
di Letizia Paolozzi

Pubbliucato su Alfabeta2 il 14 marzo 2017 –

Io sono un’antica donna ma non ricordo una giornata così dibattuta, criticata – per dritto e per rovescio – e pure sbranata da un’emotività tanto feroce come questo 8 Marzo.
Comincio da Maia Giacobbe Borelli su Alfabeta 2: “In occasione dell’inutile giornata della festa della donna, sempre più vuota di senso, mentre il femminicidio imperversa in Italia con cifre allarmanti, propongo di rivolgere un pensiero gentile (e grato) alle presunte colpevoli, alle insoumises della nostra storia di genere, celebrate in questi giorni dagli Archivi Nazionali francesi in una mostra …”
Il cappello al pezzo è lo storytelling delle celebrazioni inconcludenti tra cattivo odore delle mimose e rughe di una data ormai sepolta.
Previsioni smentite. In più di cinquanta paesi è stata una giornata particolare. “Senza donne”. Almeno, così hanno promesso le donne stesse. Per l’Italia, tiene i fili dell’impresa Non Una di Meno, con lo slogan “Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo”.
Significa che noi ci fermiamo. Anzi, no. Ribaltiamo l’operazione per sottrarci a una rappresentazione del mondo che non ci comprende. Che ci svalorizza. Che vuole relegare il nostro sesso all’insignificanza.
L’8 Marzo di quest’anno ha scompaginato le carte. Dove? In tredici città della Turchia. A Nuoro (donne vestite in costume bianco e nero). A Zagabria, Varsavia, Barcellona. Per le strade. Nelle piazze ma anche nelle scuole, nei musei. Alla Galleria nazionale di Roma appuntamento per 1300 signore e signorine meditative di fronte all’accostamento dell’Ercole di Canova al Mare di Pascali.
Una esplosione di forza globale che si è incuneata in molteplici percorsi. Con rivendicazioni, bisogni, desideri diversi: contro il femminicidio; contro la presenza femminile nelle filiere meno qualificate (nelle pulizie, nei servizi alla persona); contro le minacce di Donald Trump; per il welfare e l’eguaglianza di salari, di carriere; per l’autonomia di avere o non avere un bambino.
Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente?
Elena Lattuada, segretaria generale Cgil della Lombardia: “La condivisione delle questioni poste dalle promotrici della protesta è totale… Ma gli scioperi non si improvvisano. Si preparano”.
Lattuada ha sicuramente più esperienza di noi e tuttavia, se vuoi protestare in Irlanda, in Israele, a Singapore, senza una organizzazione alle spalle, dovrai accettare che ogni gruppo, collettivo, associazione vada per la sua strada con il corteo, il ballo, il blocco delle attività professionali; la scelta ponderata dell’abito nero, parrucca rosa, sciarpa fucsia; lo sciopero del e dal genere; l’autosospensione da Facebook; il rifiuto del lavoro domestico.
Sia chiaro: voglio evitare ogni esaltazione acritica dell’8 Marzo. Ammetto che la strabordante energia femminile fatica a trovare espressione. Salta agli occhi delle più esigenti il linguaggio ripetitivo dei documenti. La debole riflessione sulla vita, i sessi, le relazioni. D’altronde, se le nostre società sono delle matasse aggrovigliate, tirarne fuori il bandolo spetta a noi (donne).
E agli uomini. Anche a Dario Di Vico, solitamente serio osservatore della condizione di chi lavora e di chi il lavoro non ce l’ha. “Lo sciopero delle donne si è rivelato un mezzo disastro” ha commentato (sul Corriere della Sera del 9 marzo). Invece di coltivare ancora “la separatezza”, il compito dell’altra metà del cielo dovrebbe essere quello di “salvare l’Occidente”. E lui, l’inviato del Corriere della Sera, nel frattempo che fa, sta a guardare?
Per la segretaria Cgil, Susanna Camusso, lo sciopero può essere indetto soltanto nelle situazioni concrete, quando è realizzabile nei luoghi di lavoro. Questo sciopero, invece, si muove su un piano “prevalentemente simbolico”. Tradotto, manca di concretezza.
Ma tra il piano dei rapporti sociali e materiali di potere e il piano delle pratiche discorsive e dei codici di comportamento (il simbolico, appunto), c’è un andirivieni che non significa restare nel vago, cincischiare, impasticciare con ciò che non ha contatto con la realtà, bensì provare a modificare la realtà e i rapporti di potere da cui è attraversata.
Alessandra Bocchetti, femminista che non deflette dalle sue certezze, ritiene infruttuosa la presenza, l’8 Marzo, di tante ragazze e ragazzi nello spazio pubblico. “Questo è un movimento che va soltanto contro” sostiene nell’intervista su Repubblica (del 9 marzo). Non sarei così pessimista. La riscrittura di un piano femminista antiviolenza da parte di Non Una di Meno e la vertenza con il governo potrebbe dare dei risultati inattesi.
Fermiamoci qui. Tanto, con la scontrosità e i preconcetti nessuna ci guadagna. Meglio guardare a un movimento (di donne ma anche di uomini) che sembra ostile alla costruzione di muri, alla tentazione di tornare al passato, al masochismo della crisi. Invece di stare con il dito alzato, ci sono parole da trovare e una soggettività femminile da non sprecare.

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