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Il cerchio davvero magico di Virginia Woolf

28 marzo 2017
di Letizia Paolozzi

Era accaduto nel passato con Il canto del mondo reale e Voltando pagina. Saggi 1904-1941, ma anche con Sei romanzi perfetti di Jane Austen. Adesso, in Oggetti solidi.Tutti i racconti e altre prose (Racconti edizioni, 2016) nuova impresa editoriale di Stefano Friani e Emanuele Giammarco, che hanno scelto di puntare sulle short stories, Liliana Rampello prosegue il suo lavoro di cura di Virginia Woolf.
Passo dopo passo ci accompagna in una lettura passionale e insieme convincente della scrittrice ribaltando l’operazione di quei critici che impastoiano l’autrice di Gita al faro o di Flush in una immagine luttuosa, imbozzolata nelle crisi depressive.
Lettura dunque che non viene condotta a freddo, in modo ideologico. Piuttosto, si realizza grazie all’incontro tra l’universo autosufficiente dove, impensata e imprevista per l’inizio del Ventesimo secolo, brilla la libertà di una donna: la Woolf, e l’avvenuto riconoscimento, praticamente un secolo dopo, della libertà femminile da parte di Rampello.
In effetti, la curatrice trasferisce alle lettrici, ai lettori la ricchezza delle immagini, l’eleganza dello stile della scrittrice mentre invita ad ascoltare la sonorità delle emozioni, gli echi e le scansioni di una prosa dove si inseguono un numero infinito di relazioni “umane e creaturali”.
Piante e animali, donne con “il nostro lieve disprezzo per gli uomini d’azione – uomini secondo noi, che non pensano” e uomini con “il punto di vista maschile che governa le nostre vite”.
In che consiste l’operazione? Nell’uso di quella bussola – lo sguardo di una donna – in grado di penetrare nelle pieghe del mondo e andare in profondità, illuminando l’ovvio, il modesto, la materialità del quotidiano.
Lo sguardo produce una contiguità radicale tra Woolf e Rampello nel modo di osservare il mondo (appunto “il canto del mondo reale”), entrando nelle pieghe della vita.
D’altronde, Oggetti solidi si presenta, anch’esso, come libro della vita: testimonianza di una intera biografia – 44 prose presentate in ordine cronologico e suddivise per gruppi di anni fino alla “Stazione balneare” (scritto qualche tempo prima di riempirsi le tasche di pietre e scendere nel fiume) – e tallonamento delle tracce disseminate nella poetica di Woolf.
Alla maniera del griot, il poeta-cantore che sottolinea le sue storie con il balafon, Virginia Woolf rincorre il volo di un moscone , la “coscienza della festa”, anzi, la “coscienza dell’abito”, il segno sul muro (una chiocciola), il pezzo di porcellana sbrecciato, il picchiare eccitato del becco del pappagallo. Oppure, il sorriso della bastardina.
Come fa questa “scura figura di donna” (così la immagina Helen Humphrey) ad avere una simile bravura?
Secondo me ha avuto il suo peso il gruppo di Bloomsbury.
Litton Strachey, John Mainard Keynes, Edward Morgan Forster (Passaggio in India, Casa Howard, Camera con vista), Roger Fry, Clive Bell poi marito della sorella di Virginia, Vanessa Stephen. Un gruppo di persone straordinarie, che bruciava d’intenso fervore intellettuale.
Certo, un gruppo sfrontato. Nel ’10 Virginia e Vanessa vanno a un ballo nude, coperte solo da una pezza. Diciamo che c’è molto di anarchico, di libertario e di libertino nel gruppo. Eppure, sapranno comporre matrimoni tenerissimi. Pressoché eterni.
Basta pensare alla vicenda di Harold Nicholson e Vita Sackville-West lei attratta dalle donne (a Violet Keppel Trefusis chiederà minacciosa “Mi hai tradito con tuo marito?”), lui dagli uomini ma, a seguire il racconto del figlio Nigel in Ritratto di un matrimonio, il patto sarà capace di sopravvivere all’infedeltà: Per Harold e Vita “l’onore era radicato nel disonore“.
Quanto ai componenti di Bloomsbury, non commerciano in falsi problemi. Non aspirano all’eroismo, al protagonismo, alla perfezione. Piuttosto, ognuno si dedica a apprendere la difficile arte dello stare insieme.
Possiedono fascino, spiritualità, affetto. Eppure, D.H. Lawrence, tra l’ipocrita e l’integralista, paragonerà Keynes a un enorme scarafaggio nero. D’altronde, nell’interpretazione psicoanalitica hollywoodiana alla Hitchcock, gli scostumati non possono che somigliare a insetti giganteschi.
Ho girato forse troppo intorno a Bloomsbury ma a me sembra che quella straordinaria mondanità e leggerezza abbia aiutato la particolare indipendenza espressiva di Virginia Woolf. Fino al coraggio di procedere per frammenti. Una sperimentazione che non ha nulla in comune con la frammentazione dei nostri tempi. Nulla con le nostre società liquide. Piuttosto, il ritmo del linguaggio si impossessa del fluire delle cose. E le parole sono lo strumento con il quale la scrittrice disperatamente prova a rispondere al naufragio dell’io, alla condizione di crisi novecentesca dalla quale sembra che solo le donne siano riuscite a sfuggire. 

Il libro curato da Liliana Rampello è stato presentato nella accogliente libreria Assaggi di Roma.

 

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