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Genitori senza la madre, non serve il divieto

7 marzo 2017
di Letizia Paolozzi

La discussione intorno alla GPA o gestazione per altri non è riuscita, tranne in alcune occasioni come l’incontro organizzato dal Gruppo del mercoledì, ad andare oltre gli schieramenti rigidi e – sembrerebbe – inconciliabili.
Vero è che in tempi tanto smarriti, sono le certezze rocciose ad avere un grande potere di seduzione. Eppure, gli irrigidimenti e le faziosità (non i conflitti) a poco servono in una materia delicata che coinvolge ruoli, affetti, passioni, ossessioni ma anche culture, leggi, soldi, scambi, compravendite: in effetti, la globalizzazione è ancora tra noi.
Ultimamente, due uomini, registrati entrambi dalla Superior Court of Justice canadese come genitori di una coppia di gemelli nati sei anni fa con la maternità surrogata, hanno ottenuto dalla Corte d’Appello di Trento la trascrizione dell’atto di nascita giacché la tutela dell’interesse “superiore” del minore” si sostanzia “nel diritto di conservare lo status di figlio riconosciutogli in un atto validamente formato in un altro Stato”.
I giudici (due donne) hanno negato che nel nostro ordinamento vi sia “un modello di genitorialità esclusivamente fondato sul legame biologico fra il genitore e il nato”. D’altronde “la responsabilità genitoriale si manifesta nella consapevole decisione di allevare e accudire il nato”.
Tutto il contrario di quanto sostiene il cardinale Angelo Bagnasco: “Il bene del bambino richiede, secondo il buon senso universale, il papà e la mamma”.
I figli per il cardinale, e anche per noi, non sono un diritto a tutti i costi. Certo, non dipende da questo ma l’ Italia, quest’anno, ha toccato il record negativo delle nascite. Eppure, conosciamo coppie etero e omosessuali per le quali il progetto di camminare nella vita assieme a un figlio rappresenta un desiderio incoercibile.
Non c’è bisogno di citare le ricerche neurobiologiche o il neuro-ormone, l’ossitocina, che si manifesta a sostegno dei comportamenti genitoriali di cura. Quel minimo di esperienza che ognuno di noi ha, senza rinunciare al “buon senso universale” del cardinal Bagnasco, ci conferma la meravigliosa gratitudine del bambino verso chi – indipendentemente se uomo o donna – protegge la sua fragilità.
Tuttavia, c’è una donna all’origine del bambino. Nel caso della Corte d’Appello di Trento, che sia stato aggiunto nell’atto di nascita dei gemelli anche il nome del genitore non biologico, ha provocato sconcerto. Addirittura due padri. Ma dove sta la madre?
Cambiamenti enormi circondano la nostra esistenza. La legge prova a disciplinare. La politica, in questa fase, ha il fiato corto. Nel frattempo, la scienza corre. In passato, scoperta l’impossibilità di avere figli, la coppia sospirava: “Il Signore non li ha mandati”. Adesso la coppia si rivolge alle tecniche di fecondazione assistita. Oppure, alla maternità surrogata. Ed è a questo punto che fa scandalo la coppia di omosessuali maschi.
E’ successo con i gemelli di Trento e succede con quei piccolini che incontriamo all’uscita del nido, ai giardinetti, con il naso schiacciato contro una vetrina.
Non hanno niente di diverso dagli altri, solo che sono nati con la GPA (per favore, evitiamo lo sfregio di chiamarlo “utero in affitto”) e per questo invisibili. Senza identità, senza diritti e doveri.
Con la legge n.76 le unioni civili sono equiparate al matrimonio tranne per la stepchild adoption che – secondo i parlamentari – aprirebbe le porte al matrimonio di coppie gay.
I giudici, di fronte agli attuali pencolamenti, si sostituiscono al legislatore, spesso ispirandosi alla giurisprudenza europea oltre che italiana dove, appunto, è prevalente (superiore) l’interesse del minore. E poi, non spetta al bambino portare sulle spalle la responsabilità di essere nato ma un giorno o l’altro si dovrà rispondere alla sua curiosità di sapere come e da chi è stato messo al mondo.
Ciò che ha deciso la Corte d’Appello di Trento comporta la cancellazione della madre. Dunque, diritto neutro, in realtà asimmetrico e maschile.
Di qui la ribellione di molte femministe (tra cui Luisa Muraro con L’anima del corpo, Marina Terragni con Temporary Mother, Serena Danna con Contract children) che paventano la distruzione della figura materna; l’alienazione del corpo femminile; la trasformazione del bambino in merce; il segno disumano di una transazione giocata sui nove mesi di gestazione.
Giovanni Paolo II e poi Francesco hanno condannato un mondo guadagnato dall’idolatria del denaro e da un liberismo “selvaggio”.
Nella maternità surrogata, sarebbero gli omosessuali a negare la differenza femminile. Invidia della forza generativa della donna, oppure fobia di lei nei confronti dell’uomo?
Se non ora quando–Libere ha promosso nell’ambito del progetto “Riprendiamoci la maternità”, un Incontro internazionale (il 23 marzo) dal titolo: “Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata. Una sfida mondiale” con l’intento di “formalizzare la richiesta alle Nazioni Unite di considerare l’utero in affitto una pratica lesiva dei diritti umani delle donne e dei bambini”.
Non credo che il divieto sia un’opzione realistica di fronte all’esplosione delle tecnologie e ai movimenti di un mercato globalizzato sul quale i singoli stati hanno scarsa presa.
Un conto tuttavia è la proibizione generalizzata; un altro sollevare il problema della scomparsa della madre. Anche se proteggere la differenza femminile non può tradursi in una esaltazione quasi mistica.
Piuttosto, andrebbero ascoltate con più attenzione le donne che scelgono di portare un bambino per altri, considerando che ci sono storie e bisogni diversi. Non solo di miseria e sfruttamento ma di generosità e altruismo.
Se si vuole conservare (e io lo voglio) il valore simbolico della relazione materna (senza dimenticare il senso ricco che viene acquisendo la paternità grazie proprio al lavoro compiuto dalle donne), invece delle interdizioni, leggi, fermezze dottrinarie, meglio guardare alle tante forme di cura delle relazioni che ci inventiamo tra di noi e per i più piccoli. Lo documenta in modo terribile e vitale la fotografia, presa nella tendopoli (poi sgomberata) di Idomeni in Grecia, di un neonato tenuto sotto le ascelle da una donna mentre un uomo lo lava con una bottiglia d’acqua.

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