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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

De Gasperi, Togliatti o le Pussy Riot?

28 Agosto 2012
di Alberto Leiss

Mancano ormai poche ore al Ritorno del Cavaliere Oscuro (parlo di Batman, naturalmente): speriamo ci fornisca quei suggerimenti di natura etica e politica – e chissà, magari anche sociale e economica – di cui avvertiamo drammaticamente la mancanza in questa disperante Gotham City globale.

Infatti il mercato dei valori (morali e ideali), a differenza di quello dei titoli tossici, oggi è terribilmente avaro.  Coloro che, per così dire, dovrebbero produrli e utilizzarli per mestiere – politici, intellettuali, commentatori sui media, sacerdoti – ne sembrano attualmente del tutto sprovvisti e continuano, nella migliore delle ipotesi, a cercarli a tentoni rivangando il passato.

Così è bastato una semplice ricorrenza estiva – il 19 agosto del 1954 moriva Alcide De Gasperi: nemmeno un numero tondo… – per indurre molti esponenti più o meno moderati, preferibilmente cattolici (da Casini a Fini, al ministro Riccardi, al premier Monti, agli economisti e coniugi Zamagni, e altri) a moltiplicare le citazioni dello statista democristiano. La sua visione europeista, la sua capacità di mediazione, il suo rigore morale, le sue scelte economiche, sono proprio ciò che servirebbe oggi.

Ma tre giorni dopo, il 21 agosto del 1964 – anche qui non siamo ancora al cinquantenario… – moriva pure Palmiro Togliatti. Sull’Unità Michele Prospero ne ha rivendicato la memoria: la sua moderna concezione del partito di massa, il suo ruolo nella Costituente, persino l’uso sapiente che seppe fare del mito sovietico, non sono forse cose indispensabili all’identità sempre così incerta del Partito democratico?

Non poteva che riaccendersi la solita polemica: Togliatti no (Parisi sull’Unità) Togliatti meno male, ma il Pd non se lo merita proprio (Guido Liguori sul manifesto), Togliatti sì ma parlando di storia, non di ideologia (Cuperlo sull’Unità)…

Penso che sia comunque utile – anche a fini didattici – ricordare la storia politica della nostra democrazia, la forza delle sue culture e le passioni individuali e collettive che ha suscitato, ma possiamo veramente credere che la crisi odierna della politica e dei partiti possa rigenerarsi con la radicalità di cui ci sarebbe bisogno guardando al mondo degli anni ’50 del secolo scorso?

Mi ha colpito anche il commento di Ernesto Galli della Loggia apparso sul Corriere del 20 agosto (“Una nazione vera o un mostriciattolo”): per criticare i limiti della visione europea “materialistica” e economicistica dominante non trova di meglio che auspicare una sorta di nazionalismo “agonistico e conflittuale” che dovrebbe animare l’unità europea nei confronti degli altri soggetti globali (gli Usa? India e Cina? La galassia islamica?). Ma gli “Stati uniti d’Europa” – che terrebbero insieme stati di antiche tradizioni e lingue tanto diverse – non dovrebbero essere sospinti da ideali esattamente opposti ai vecchi nazionalismi che ne sono stati la rovina appena qualche generazione fa?

Certo è difficile trovare attendibili fonti di ispirazione politica contemporanea.

Se a soffiare improvvisamente in direzione dell’ottimismo economico e a favore delle scelte del governo Monti è Moody’s, insieme alle altre agenzie di rating che avevano sostenuto le banche responsabili del crack del 2008, si comprendono i sospetti.

Una nuova luce viene invece dalle esili ragazze russe che cantando una canzoncina contro Putin in una cattedrale ortodossa hanno sollevato un putiferio mondiale. Peraltro invocando contro l’autoritarismo di quel regime l’aiuto della Madonna.

La condanna a due anni di lavori forzati per le Pussy Riot si è trasformata in una vittoria universale contro l’ottusità del Potere – di Putin e di tutti i potenti odiosi e stupidi del globo – e dovrebbe aprirci finalmente gli occhi su che cosa conta davvero nel mondo attuale. La musica e la libertà, a partire da quella delle donne. Il coraggio di cambiare, la capacità di stare insieme e di comunicare con gli altri.  Tutti gli altri. Del resto una verità fondamentale e definitiva ci è già stata rivelata da un bel film sulle note di Ciaikovsky: un vero e desiderabile comunismo può esistere solo nello spazio di un concerto…

Bersani – che ogni tanto dimostra un po’ di buone intenzioni – dovrebbe lasciar perdere Grillo (evitando comunque termini antidiluviani come “fascista” per criticare le sciocchezze volgari che lui e Di Pietro mettono in rete) e adottare la canzoncina delle Pussy Riot come inno ufficiale del Pd e, possibilmente, della prossima sempre più urgente Internazionale….

 

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