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Il Quinto Elemento dell’Autorità perduta

5 Ottobre 2011
di Alberto Leiss

 

“E’ curioso, ma il problema e la nozione di Autorità sono stati molto poco studiati”.  Parte da questa constatazione un testo di Alexandre Kojève – “La nozione di autorità” – appena tradotto in Italia da Adelphi e risalente agli anni della seconda guerra mondiale.

E’ uno schizzo sintetico, ma condotto con il rigore e la genialità propri del filosofo che negli anni ’30 a Parigi aveva incantato una generazione intellettuale con le sue celebri lezioni sulla Fenomenologia dello spirito di Hegel.

Il tema mi sembra di particolare attualità, vivendo noi in una fase di crisi e di tramonto di varie forme di Autorità. Kojève definisce, in termini fenomenologici e metafisici, quattro tipi “semplici, puri o elementari” di Autorità: l’Autorità del Padre sul Figlio, legata alla Tradizione, l’Autorità del Signore, fondata sul rischio della propria vita nel Presente, che assoggetta il Servo, l’Autorità del Capo sulla Banda, legata alla capacità di progetto e di Futuro, l’Autorità del Giudice, più svincolata dal Tempo e in un certo senso legata all’Eternità.

Tralascio tutte le considerazioni che legano questa “fenomenologia” dell’Autorità a altrettante teorie filosofiche,  nell’ordine: la teologia scolastica, la teoria Servo/Padrone di Hegel, le teorie sull’Autorità di Aristotele e di Platone. A partire da una definizione di Autorità che ne sottolinea l’origine relazionale e sociale (“perché vi sia Autorità bisogna essere almeno in due”), e il fatto che l’azione che l’Autorità produce non ha bisogno della forza.

Interessanti le osservazioni politiche sul gioco combinatorio tra i quattro “tipi” di autorità e la dottrina costituzionale moderna della “divisione dei poteri”. L’architettura di Montesquieu, Legislativo (il Capo), Esecutivo (il Signore), Giudiziario (il Giudice), sembra aver rimosso, più o meno consapevolmente, l’Autorità del Padre. E’ figlia di un’epoca rivoluzionaria, che nega la Tradizione e porta fatalmente un equilibrio precario tra questi poteri a sviluppare forme statali autoritarie e instabili.  Molto schematicamente, con due possibilità: l’affermarsi del Capo (Napoleone, Hitler, Stalin) a scapito degli altri poteri (e riassumendo, peraltro, alcuni tratti dell’Autorità paterna). Oppure, e più strutturalmente, del Giudice, contro il Capo e il Signore. Ma anche l’Autorità del Giudice non può reggersi se nel conflitto vengono meno le altre fonti di Autorità.

Non vi viene in mente l’attuale situazione italiana?

I Capi politici che dovrebbero indicare un’idea di progetto e di futuro non sono più credibili. Il Signore – un Cavaliere! – che dovrebbe guidare il governo è finito come sappiamo.  Ma anche l’autorevolezza dei Giudici è messa a dura prova: conflitti interni e personalismi, sospetti di eccessiva politicizzazione, evaporazione della “terzietà”.

Resta da dire che queste figure “pure” di Autorità, sono tutte puramente maschili. Kojève iscrive senza ulteriori commenti la relazione di dominio tra Uomo e Donna dentro lo schema hegeliano Padrone e Servo.  Ricorda un po’ di sfuggita la problematicità di una piena cittadinanza femminile nelle costituzioni moderne e il conflitto famiglia-stato-diritto simbolizzato sin dall’Antigone.  Eppure il mondo si regge innegabilmente anche grazie a un’Autorità materna e femminile. E’ il Quinto Elemento mancante alle nostre – di noi uomini – elucubrazioni sui giochi politici e simbolici tra Potere e Autorità.

 

 

 

 

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