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La cura delle parole. Intervista con Nichi Vendola

3 Luglio 2017
di Letizia Paolozzi

Questa intervista è compresa nell’inserto di Leggendaria “Mamma/non mamma”, a cura del gruppo del mercoledì, eccone il sommario:
Cronologia /
APERTURA
Se la madre divide di Bia Sarasini /
CON I NOSTRI OCCHI
Oltre l’incantamento biologico
di Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa /
IL DIBATTITO
Vietare o regolamentare?
di Bianca M. Pomeranzi /
Al posto della madre
di Elettra Deiana /
Non c’è ritorno alla legge del padre
di Claudio Vedovati /
NARRAZIONI
Siamo al declino di un ordine simbolico?
di Angela Ammirati /
DIRITTO
Femminismo punitivo e libertà femminile
di Tamar Pitch /
NARRAZIONI
Le scelte di Jamie
di Giorgia Serughetti /
INCONTRI/1
Sì, cambiare.
E niente deleghe
alla scienza
Intervista a Laura Corradi a cura di Bia Sarasini /
ETERONORMATIVITÀ
L’afonia delle lesbiche
di Viola Lo Moro /
NARRAZIONI
Quando
siamo diventati papà di Giovanni De Vita /
INCONTRI/2
La cura
delle parole
Intervista a Nichi Vendola di Letizia Paolozzi /
Il Gruppo del Mercoledì /

Tobia Antonio ha sedici mesi. Pelle lievemente abbronzata, faccino rotondo. Sorride, gorgheggia. Ha due papà, Tobia. Benché nell’atto di nascita (californiano) compaia solo quello del padre biologico, che è Ed Testa. L’altro si chiama Nichi Vendola. Affabulatore barocco, esplicitamente tribunizio? Forse. Capace però di amministrare la cosa pubblica, uno di quei leader con i piedi per terra. Che non coltivano il pensiero magico. Ha saputo tenere la barra dritta nonostante le catastrofi del secolo scorso: dal crollo del Muro di Berlino alla dannazione di trovarsi nella tenaglia tra globalizzazione felice e identitarismo nostalgico.
L’idea di un figlio lo accompagna da sempre. Da quando fantastica e riflette «sulla potenza dello stupore nei bambini» ma anche «sulla necessità di liberarli dalla subor- dinazione a stereotipi che incapsulano; di criticare quella normazione delle consuetu- dini e delle tradizioni che tendono a prefigurare stili di vita, modelli del corpo e della sessuazione».
Ma, dylanianamente, The Times They Are-A-Changin. Alle creature vengono conferite (almeno, è la lezione della psicoanalisi da Winnicott in qua) bisogni e desideri. I bambini hanno un valore. L’abbandono di un neonato nel cassonetto è il reperto di un mondo arcaico che irrompe nella modernità. Possibile, si chiede Vendola, che per lui non ci sia una chance? «Io ero disponibile a essere una chance».
Al progetto di genitorialità si applica, ci lavora, lo sogna, lo alimenta con Ed; da quando stanno insieme, nel 2004. D’altronde, crescere con due fratelli e una sorella, in una vasta rete di parenti che si incrociano quotidianamente per celebrare feste co- mandate, matrimoni, battesimi, compleanni, occasioni tristi e giornate liete significa aver gustato il sapore della famiglia allargata. Nel caso di Vendola, è una famiglia «ca- talizzata intorno alla figura, anarchica e libertaria, forte e decisa, di mia madre».
In effetti, la madre di Nichi e quella di Ed sono le uniche a detenere il segreto di quel nipote che verrà da un lontano paese. I due maschi hanno fermato la macchina per fabbricare sogni e ci stanno provando. Prima con l’adozione, strada sbarrata in Italia e complicatissima altrove. Poi con la gestazione per altri (Gpa). La ricerca iniziale è in Canada, giacché li convince il tema della gratuità prescritta dalla legge canadese. Ma non funziona, non si realizza alcun incontro di quelli che danno il batticuore. «Per noi era cruciale incontrare qualcuna che volesse in qualche modo diventare parte della nostra famiglia».
Provano con la California. La donna che dona l’ovulo e quella che “mette a disposizione il proprio grembo” per nove mesi, partecipano di un’esperienza che crea legame. A contare è la volontà di relazione. «Quando abbiamo incontrato la donna che ha dato l’ovocita e quella che avrebbe portato il bambino, è stata un’emozione intensa per tutti, è davvero scoccata una scintilla».
Bello e commuovente. Con alcuni ma. Per esempio, su questo inarrestabile desiderio di genitorialità non avrà pesato una fase sempre più difficile per la sinistra: la sensazione che le placche tettoniche del paesaggio politico si muovano in profondità senza che se ne possa prevedere la violenza, la direzione? Se così fosse, il bambino da avere a tutti i costi, coinciderebbe con la spinta a riempire il vuoto. Un surrogato delle sconfitte, delle delusioni.
«Ho sempre sognato un figlio, ho sempre riflettuto sui compiti e i limiti della geni- torialità. E nella vita pubblica ho sempre cercato di immunizzarmi dai deliri di onni- potenza. Non ho mai rinunciato all’idea che la mia esistenza non fosse un destino ma una continua invenzione. Quando mi accomodai sulla sedia più potente che abbia mai occupato (quella di governatore) dissi con sincerità, mutuando da San Paolo: io sono nel potere, non sono del potere. Non è la sconfitta della sinistra la culla in cui nasce il mio bambino, piuttosto è la gioia anche politica della vita che si rinnova».
Quando arriva Tobia, la mamma di Nichi muore prima di riuscire a incontrarlo. «In questo modo lutto e felicità si mescolano. D’altronde, il mio tragitto politico si svolge in un arco di tempo che va dall’omicidio del mio coetaneo Benedetto Petrone (ucciso a Bari nel novembre del ’77 dai fascisti) a quella di Carlo Giuliani (ucciso a Genova il 20 luglio del 2001). Il libretto di poesie Lamento in morte di Carlo Giuliani allude a un do- lore che è politico ma anche privato, come se avessi perduto un figlio. I fotogrammi di quel corpo disteso a piazza Alimonda sono come una lesione al mio istinto genitoriale».
Dunque, dall’orgoglio filiale per la famiglia allargata di Terlizzi all’orgoglio paterno. Eppure, dal momento che l’interrogativo sulle origini diventa sempre più pressante, quale risposta daranno Nichi e Ed al bambino che vedrà i suoi compagni di asilo con un papà e una mamma? Vendola rassicura: «Voglio che mio figlio conosca la sua storia biologica. Con le due donne in California continuiamo a coltivare un rapporto costante e affettuoso».
Una storia che produce nuove relazioni. Nelle quali si moltiplica il numero delle persone affettivamente implicate per aiutare un bambino a muovere i suoi passi nel mondo. Io, il bambino e te, in famiglia siamo in tre, funziona sempre meno. Nel suo ultimo rapporto, il Censis annota che «è in atto una rivoluzione delle forme di convi- venza, temporanee reversibili asimmetriche ma autentiche».
Eppure immenso è il potere di riproduzione delle donne. Un potere sequestrato per secoli dagli uomini. Allora, non sarà che, grazie alla Gestazione per Altri, la figura materna si appanna mentre viene esaltata l’indispensabilità del seme di uno di voi, padre biologico.
Vendola lo esclude. «Per me non ha alcuna importanza. E poi, viviamo in un contesto culturale fortemente segnato dalla narrazione cristiana della famiglia di Nazareth, con uno sposo che non sarà padre biologico del figlio. Prendersi cura della vita di un bam- bino significa “fare famiglia”»
Bisogna insistere. In questa vicenda che ne è di quel particolarissimo legame tra una donna e il figlio che si porta dentro? In modo drammatico, minaccia di prodursi una segmentazione della nascita, già prima della separazione dalla madre e dell’affi- damento nelle braccia di altri.
«La competenza del materno è la cura. Il genere maschile per millenni si è disinteressato alla vita neonatale, immaginandola puro fenomeno biologico. L’irrilevanza so- ciale del bambino era speculare alla subordinazione delle donne al potere del patriar- cato. Il genere femminile ha sperimentato linguaggi di protezione e di relazione, ha custodito i segreti della vita infantile».
Tuttavia, si potrebbe supporre che la vena materna non sia tanto una componente taciuta e sepolta del maschile quanto, più probabilmente, che le donne – il femminismo – abbiano dissodato il terreno. Se mater certa est, questa figura autorevole e potente (a volte troppo) non avrà operato lei stessa per un migliore equilibrio delle parti, per una ripartizione più sapiente dei pesi e dei piaceri, per una figura paterna diversa dal pas- sato?
Nichi Vendola racconta la sua esperienza materiale: preparare le pappe, cambiare i pannolini, decifrare l’umore e i bisogni di suo figlio. Ma colloca ciascuno di questi gesti in una dimensione più radicale: «La perdita del me stesso onnipotente perché dotato di linguaggio compiuto e quella possibilità di interloquire con l’intraducibile lingua del bambino. È bello destrutturare il proprio sapere: Imparare disimparando, insegnava Roland Barthes nella Chambre claire».
Interrogativo: cosa mai potrà apprendere da un essere di sedici mesi un uomo di quasi 59 anni? «Intanto, la pazienza. Prima avevo un cronografo anche interiore tutto segnato dal tempo frenetico (e dalle impazienze) della politica. Adesso mi confronto con i tempi del bambino. Non ho più molto tempo per riflettere sul poco tempo del vi- vere, e quindi anche il mio rapporto con la questione della morte si è sdrammatizzato, diciamo laicizzato. Mio figlio mi insegna a risignificare il mondo, mi rieduca allo stu- pore, mi colpisce e mi spiazza il suo sguardo sulle cose e il suo stare al mondo».
Ma nella Gpa l’allontanamento del bambino dalla madre biologica è conclamato. Con una sostituzione che mette in crisi il senso del limite: quasi che il potere maschile tagliasse ogni vincolo tra i corpi e le relazioni. La filosofa Luisa Muraro ha parlato di omopatriarcato. L’omosessualità come una delle radici del patriarcato. «Spero since- ramente che non si consideri il pensiero clericale e l’ortodossia religiosa alla stregua di un alleato del pensiero femminista. E mi auguro con tutto il cuore che il femminismo, in tutte le sue tendenze e scuole di pensiero, non scelga mai di lasciarsi sedurre dalla sciagurata tendenza al pan-penalismo: criminalizzare ciò che non si condivide non consente alcuna relazione, serve a costruire muri e non ponti tra le persone. La donna che presta il proprio grembo per far crescere una creatura, anche se non è la madre biologica, costruisce certamente una relazione col bambino futuro. Ma quella donna è consapevole della sua scelta e non credo che la viva come un esproprio: ma su questo argomento è bene che parlino le donne, è bene che si ascolti anche la voce di chi sceglie di mettere in gioco il proprio corpo nella gestazione per altri. Per il resto consi- glierei a tutti, sommessamente, cautela nell’uso delle parole. Omopatriarcato? Possibile che non si senta la falsità cattiva di questo orribile neologismo? Fatico a capire come si possa rimuovere la storia secolare della violenza contro gli omosessuali, dai roghi medievali ad Auschwitz fino agli odierni campi di concentramento in Cecenia. L’omo- fobia è uno dei fondamenti dell’ideologia dominante del maschile, il suo retaggio vive in forme complesse dispensando torture e punizioni in mezzo mondo, e nell’altra metà del mondo vive come stigma sociale e violenza pulviscolare. Io sono venuto al mondo in un’epoca in cui ai gay si offriva l’ombra dei cespugli, tanti sensi di colpa e spesso la scossa di un elettrochoc insulinico».
Vendola appartiene alla generazione che depose il fardello della vittimizzazione. Il poeta Allen Ginsberg celebrò la rivolta di Stonewall (New York, giugno 1969) con la frase: «I froci hanno perduto quel loro sguardo ferito». Venne poi il tempo della fierezza, del pride, della lotta per i propri diritti, della liberazione da secoli di vergogna. Il 28 giugno sarà la data per riaffermare l’orgoglio gay.
Ma arriva la falce impugnata dalla nera immagine dell’Aids. «Il trauma risolleva l’oggetto che era stato bruciato: il senso di colpa tende a riemergere» storicizza Vendola. Eppure «con il tema della responsabilità nei rapporti d’amore, comincia un’esperienza nuova: si esce dal maledettismo esistenziale alla Fassbinder. È una rivoluzione antro- pologica. Prima, l’omosessualità era sinonimo di promiscuità e anarchia dei corpi. Prima le coppie gay erano un’eccezione, ora tendono a diventare la regola: come ad esprimere un bisogno profondo e finalmente liberato di progetto nell’amore, di stabilità nei sentimenti».
Tuttavia, possiamo escludere che gli omosessuali vogliano riprendersi il comando sulla nascita? «Ovviamente parlo per me. Non esiste l’omosessuale astratto. Esistono gli omosessuali e le lesbiche, ognuno con il proprio vissuto e la propria sensibilità. Io dalle donne ho imparato il linguaggio di libertà; lo stare sulla scena del mondo senza accettare la logica del filo spinato e senza dovermi nascondere in qualche casella di tolleranza. Il femminismo per molti di noi è stato un paradigma e un nuovo vocabolario. Lo dico senza camuffarmi da femminista e so bene che l’omosessualità non mi svincola dai debiti di genere che, in quanto maschio, ho contratto. Sono consapevole di essere maschio e so che ai maschi compete un lungo lavoro di genealogia del proprio genere per liberarsi dalle proprie coazioni al comando. Occorre un lavoro quotidiano di svuo- tamento della propria attitudine al potere, una sorta di auto-spossessamento di quella che è una stratificazione ideologica che agisce nel profondo e che ci fa appartenere a una etnia speciale, speciale perché addestrata a percepirsi come proprietaria privata delle donne e dei bambini. Non credo che il femminismo possa declinare la propria ri- cerca come una deontologia o come una retorica asseverativa. Io, da maschio gay, lo vivo come uno spazio aperto, capace di accogliere le domande di libertà e di felicità che sgorgano dalla vita molteplice e dalle nuove soggettività che si vanno componendo».
Insomma, la vicenda di un popolo – gli omosessuali – va guardata attraverso uno sguardo particolarmente lucido sulla realtà. Troppe le sofferenze del passato e troppi gli orrori che ancora deturpano il presente. Questo non significa che gli omosessuali siano sempre e costantemente attenti a ciò che gli suggerisce il sesso femminile. In una società contemporaneamente permissiva e punitiva: su un terreno scombussolato dove si aggira il fantasma fallocratico delle tecnologie mentre la globalizzazione tende continuamente a spostare le frontiere, il nodo della maternità surrogata appare denso di contraddizioni, soggetto a cambiamenti veloci benché siano più spesso donne bi- sognose che generose ad accettare di essere portatrici. E allora, in un’epoca di mer- cantilismo spinto, incombe quel passaggio di denaro che dovrebbe soddisfare il desi- derio di genitorialità e lo sfregio di un bambino trattato come merce. Posso accettare, amare, rifiutare o donare il bambino che ho portato per nove mesi. Ma posso venderlo?
«Intanto, la madre portatrice di Tobia è una donna sposata, con tre figli ora in attesa del quinto. Il marito lavora, lei lavora. Hanno una bella casa in un quartiere borghese di Sacramento. Possiedono due cani. Il giorno dell’ultima ecografia, quando siamo approdati in California, questa donna ha organizzato per noi una grande festa di fami- glia. Certo il rischio mercantilistico esiste: strano però che venga evocato per le coppie gay, che possono accedere alla GPA solo in Paesi in cui vigono leggi molto rispettose delle donne, mentre lo si taccia per le coppie etero che da decenni vanno nei Paesi più poveri a cercare bambini a buon mercato. Comunque, al rischio mercantilistico si ri- sponde con una regolamentazione rispettosa delle forme di vita».
Ma la paternità di Vendola e del suo compagno si è verificata in una condizione che lui ha definito di “esilio americano”.
«È capitato che la nostra vicenda, la nascita di questo figlio, avvenisse in concomi- tanza con il dibattito sulla legge per le unioni civili e con la querelle infuocata sulla stepchild adoption. Ho tenuto la mia famiglia il più possibile lontana dalle volgarità e dalla violenza polemica che hanno intristito quel passaggio politico così importante. Ero consapevole di trovarmi nell’occhio del ciclone. Penso che molti avversari della Gpa siano rimasti spiazzati dallo scoprire che nella società reale c’è più voglia di capire che non voglia di anatemi. Per questo ripetono come un mantra l’espressione “utero in affitto” e pontificano sui diritti dei bambini: e non hanno occhi per guardare i bambini che ogni giorno affondano e muoiono nelle acque torbide di un mondo disu- mano. Questo nostro figlio c’è perché l’abbiamo sognato, voluto. Non frutto del caso come la maggior parte dei bambini. Per anni, siamo stati a discutere sul modo di acco- glierlo affinché non si traducesse nella nostra rivalsa alle offese del mondo; per capire i nostri doveri e i nostri limiti. In fondo, senza il nostro desiderio, Tobia non esisterebbe. Non è che avrebbe un altro padre e un’altra madre. In un paese che sembra condannato alla sterilità, l’Italia, il problema siamo noi e il nostro bambino? Di fronte al rischio mercantile, io dico: consentitemi di adottarlo. D’altronde, il figlio è la relazione d’amore che hai con lui».
E però, se il divieto assoluto è sbagliato, anche la libertà estrema non convince. Bi- sogna mettere dei paletti al contrattualismo eccessivo affinché non si determini, in modo poco trasparente, maggiore sfruttamento per le donne. Chi, secondo Vendola, ha il potere sulla riproduzione della vita?
«Il tema vero riguarda la molteplicità delle differenze nelle forme della vita e nelle espressioni dell’umano. Io ho fatto una scelta, penso che quella scelta alluda a un cambiamento irreversibile. Si tratta di renderlo un cambiamento trasparente, regolato, mai violento per nessuno e nessuna. Vuoi che non capisca la complessità e la delicatezza del tema? Tuttavia, se tu dici: la Gpa è un crimine contro l’umanità, il tuo giudizio mi ammutolisce. È difficile mettere sulle gambe di Tobia un crimine contro l’umanità. Per questo, credo nella cura delle parole».
Vendola rifiuta quel linguaggio che non lascia scampo. E non si traduce in relazioni.

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