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A Londra, dove tutto può accadere

8 Ottobre 2016

di Monica Luongo (l’articolo è comparso anche su www.olimpiabineschi.it)

Nella Londra dove incontri donne e uomini di ogni provenienza, la metropoli del paese scosso dagli esiti di Brexit, con un sindaco anglo-pakistano, le tradizioni sono dure a morire e due donne si battono con coraggio per cambiarle. Ognuna a modo loro.

Bridget Jones, oggi quarantatreenne, ha lasciato le bizze adolescenziali del suo passato da “caro-diario-chicklit-success” e fa la produttrice televisiva. Ma qualcosa l’affligge: non è tanto il fatto di essere single, di tenere le rughe senza camuffarle, giusto un filo di rossetto e qualche codina di cavallo onestamente un po’ troppo teen. Piuttosto, direbbe la ministra Lorenzin, è il suo orologio biologico che sta facendo sentire gli ultimi ritocchi, come quelli di una campana a morte. Così, perché la sorte arride alle audaci, Bridget si fa trascinare in un week end di sesso a un raduno rock che scimmiotta un po’ tristemente gli happening degli anni Sessanta a White Island. Ma tant’è. Nell’epoca delle porno chat e del dating Bridget ci mostra che sì, ci si incontra e si fa sesso durante un concerto; e no signore, mica con lo sfigato di turno, ma con un multimilionario bello atletico e mascherato da vetero-hippie. Non possiamo farci nulla se Bridget continua a sentirsi una sfortunata, incompleta senza un fidanzato e anche un po’ ingrata verso Cupido che addirittura le fa incontrare anche il suo ex-fidanzato, avvocato (ricco anche lui) affascinante (anche lui), che addirittura si chiama Mr. Darcy! Bridget rimane anche incinta e non sa di chi. La sua ginecologa la tratta duramente (non a caso si chiama Emma Thompson) perché lei tiene la sponda con entrambe i potenziali padri-amanti-fidanzati, invece di pensare a cavarsela da sola di fronte a una commovente ecografia di un feto a cui già batte il cuore e affrontare con coraggio una amniocentesi che le toglierebbe ogni scrupolo sulla paternità (e la salute del nascituro, che veniamo a sapere subito è già un erede). Tutti e tre andranno incontro all’ovvio lieto fine, non senza esilaranti ma non dannose disavventure.
Siamo critiche con Bridget Jones? Mai, se il numero di spettatrici e lettrici in quindici anni ha superato le molte migliaia. Una parte di mondo femminile gira così, sogna il principe azzurro, l’abito bianco e chi se ne frega se ti licenziano perché hai fatto una serie di errori clamorosi sul lavoro (e non perché sei incinta, sarebbe scorretto, suvvia), tanto i padri ti metteranno al sicuro da ogni assegno di disoccupazione. Cento di questi giorni Bridget Jones.

E’ pur vero che, allo stesso tempo, nella Londra sempre colta e underground, c’è anche Fleabag. Non conosciamo il suo nome e non lo conosceremo mai. Non è bella, non si trucca, non è bionda e non ammicca. Quando recita parla alla telecamera – come Frank Underwood in House of cards – per esprimere tutte le sue perplessità e i suoi desideri più intimi. Prima di tutti quelli sessuali (etero, lesbici e finanche hard, come un impellente bisogno di autoerotismo mente segue un discorso di Barak Obama in presenza di un fidanzato invero deboluccio, nello spirito e nel carattere). Sembra fregarsene di tutto e tutti, Fleabag. Ma capiamo subito che non è così: ha perso la madre quando era bambina e la sua migliore amica con cui gestiva un piccolo caffè ora quasi sempre deserto. Fleabag sopravvive alla sua giornata cercando di truffare chi le sta vicino senza eleganza: la sorella ricca, il padre freddo come una anguilla in un freezer, una matrigna che la detesta, un impiegato di banca che le nega un prestito (anche perché lei ha scelto la maniera peggiore per ottenerlo: lo ha provocato sessualmente e poi lo ha accusato di essere un molestatore). Una donna matura che paga un prezzo altissimo pur di conservare le sue battute, la sua sessualità compulsiva e a tratti disperata (scatta durante l’orario di lavoro selfie della sua vagina e li invia a tutti gli uomini che conosce per trovarne uno che la accompagni a, party della sorella), il suo scherno verso un mondo che per primo si è fatto scherno di lei. La serie è scritta e interpretata dalla stessa Fleabag (Phoebe Waller-Bridge) e mandata in onda da quella BBC che promuove lei alla stessa maniera di Downton Abbey. Fleabag è un’altra faccia dell’oggi, che non vuole più mostrarsi solo a una ristretta cerchia di femministe (che pure prende in giro) ma che, come molte produzioni americane hanno fatto da battistrada (Transparent, Sense8 e altre), racconta la vita complessa e ambivalente della realtà (quella in cui, diciamolo pure, a volte non riusciamo proprio a interpretare) molto meglio di qualunque racconto di cronaca.

Di Bridget Jones è pieno il mondo dei giornali delle tv e dei social. Ammicca con simpatia e in apparenza non nuoce. Fleabag è la faccia del mondo come spesso non lo vogliamo vedere, anche quello che vive dentro molte di noi e con cui non siamo sempre in pace, anzi. Ma finalmente si mostra, senza infingimenti, resiliente.

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