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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

La cura del vivere

7 Ottobre 2011
Suupplemento a Leggendaria n.89
di gruppo del mercoledì

La madre ha sulle spalle un manto azzurro che le incornicia il volto mentre guarda il bimbo, suo figlio. Con una mano lo stringe, lo abbraccia, lo sostiene tenendolo accostato al suo corpo. Gesto gentile. Protettivo. E di protezione, pur inutile, è il velo di seta tirato sul corpo esangue del figlio deposto in Emergence, il video di Bill Viola.

Nascita, deposizione. Immagini classiche della cura. Materna, femminile.

Così l’arte, altro dalla vita. Nella vita, nelle vite femminili, la cura è soprattutto declinata con subalternità, dedizione, costrizione. Si incista nell’idea di servizio. Parola misera, poco amata,  cura.    “ Lei ama studiare e non perdere tempo con ago e filo, diceva mia madre” con sollecitudine per l’audacia della figlia, ricorda una del gruppo.


Era cominciata una nuova stagione. La cura non piaceva alle ragazze, non dava identità. C’era la paura/il rifiuto di trovarsi di fronte a un’idea di cura “come destino”. Il desiderio era spostarsi, scartare dalle “opre femminili” a cui mai più saresti stata intenta. Tu lavori, decidi per te stessa, ti autodetermini. Non devi negarti o annegarti nell’abnegazione amorosa. Ammesso che sia amorosa e non obbligata.

Se ne parlò dall’inizio, nel femminismo degli anni Settanta. Alcune mirarono dritte. Se lavoro era, che venisse pagato, si pretendeva niente di meno che un salario per il lavoro domestico. Ma non solo di casalinghe si trattava, si capì dopo. Era il lavoro di cura. Era la doppia presenza. A casa, a svolgere un lavoro gratuito, fuori un lavoro retribuito. Non è cambiato molto. Ancora oggi il lavoro gratuito di per sé contribuisce alla ricchezza nazionale. Eppure non entra nelle analisi economiche. Secondo i calcoli, le donne italiane svolgono cinque ore di lavoro domestico. Non conteggiato, “fantasma”.

In queste ore invisibili, – io, voi, tutte – facciamo la spesa, cuciniamo, ci precipitiamo a comprare il detersivo che manca, aiutiamo il bambino a fare i compiti, telefoniamo alla suocera, organizziamo il trasloco, decidiamo il giorno della visita all’amica in ospedale.

Tutto un lavoro a perdere, uno sfruttamento delle “qualità” femminili, un perpetuarsi della divisione del lavoro, occuparsi della fragilità, della vulnerabilità di quanti ci sono cari?

Si diceva che sarebbe finito, che doveva finire. Se ci fossero stati, se ci fossero, servizi sociali e asili-nido sufficienti. Quasi si vedesse il lavoro di cura solo come un fatto oggettivo, lavori da eseguire o far eseguire. Quasi che la cura fosse questione da risolvere tra un buon welfare pubblico – sempre più un miraggio, in questi tempi di crisi – o la monetizzazione del mercato. Ma sul serio sarebbe tutto risolto?

Noi pensiamo che nell’altalena delle donne tra lavoro e vita c’è qualcosa in più. Un resto che socializzazione totale, servizi organizzati, personale a pagamento non bastano a cancellare. Non che siano inutili. Il punto è c’è un resto  – a cui attribuiamo il nome di cura – che né il welfare statale né il mercato possono dare.

Un collante, una garanzia affinché il mondo non si regga solo sulle relazioni di potere, ricchezza, sfruttamento, ma restituisca senso alla fragilità, al limite, alla responsabilità . Purché si distingua tra “cura” e “lavoro di cura”. Purché si rifiuti la visione della cura come lavoro residuale. O servile.

Nel cuore delle relazioni, così al centro che può risultare difficile vederle, si muovono le badanti (e un numero molto più basso di badanti maschi), reti di donne che dai paesi poveri si muovono nel mondo per entrare nelle nostre case. Svolgono un compito che è un bene  sociale e umano primario: riproducono la vita, si caricano dell’altrui dipendenza; cercano, a volte, in questo lavoro, la propria indipendenza.

È un intreccio non facile da districare. A loro affidiamo i beni più preziosi, le vite dei piccoli e degli anziani, in uno scambio che (forse) solo l’attenzione al resto, allo scarto che la cura rivela, può aiutare a sciogliere in una prospettiva equa e chiara, priva di ipocrisia. Senza nascondere l’evidente diseguaglianza tra mondi che faticano a conoscersi, senza dimenticare il capitalismo globale che regola flussi e movimenti di esseri umani, eppure senza misconoscere la tessitura reale di sentimenti, affetti, vite di cui fanno parte.

Queste donne, contemporaneamente operaie della fatica e della materialità della cura troppo spesso mal-pagate e mal-trattate, sono a loro volta al centro di mondi di relazioni, progetti, speranze. Sono agenti di cambiamento per sé e per gli altri.

A noi permettono di prenderci cura anche di altro, a cominciare dal lavoro, di avere attenzione alle relazioni, disegnare connessioni, tessere mediazioni. Una forma di lavoro della conoscenza in cui ogni giorno si inventano e si modificano le diverse forme del vivere familiare ma anche della città, del territorio. “Oggi io credo che non impareremo a vivere responsabilmente su questo pianeta se non opereremo fondamentali cambiamenti nel nostro modo di organizzare i rapporti umani, in special modo all’interno della famiglia, perché la vita famigliare produce le metafore che utilizziamo per riflettere sulle relazioni etiche in senso più ampio”: Lo scriveva Mary Catherine Bateson in un libro dal titolo evocativo, Comporre una vita.

A noi capita di guardarla, questa composizione della vita che ha la sua fonte nello sdebitamento tra le generazioni (il primo essendo tra madre e figlia poi tra figlia e madre). Una relazione delle origini, che esce dall’intimità e dai confini domestici fino a diventare cura del mondo. “Per me prendermi cura dell’acqua è come prendermi cura del futuro” dice una del gruppo, mentre un’altra si interroga su come questa “cura del mondo”  chieda troppo spesso alle donne il sacrificio della “cura di sé”.

È uno sguardo largo che ci viene ci viene dall’importanza  che nella nostra politica – il femminismo – hanno assunto le relazioni. Forse ci rende più attente, più capaci di sapienza relazionale, la nostra appartenenza alla vecchia guardia femminista oppure avere un corpo di donna?

Qui si rovescia l’idea di cura.

Se era considerata costrizione o negazione dell’autodeterminazione femminile – sono io che scelgo, io che decido, io che non mi sacrifico – adesso si trasforma in “paradigma di interesse generale, garante della qualità dei rapporti e dei legami”. Un paradigma che ci interessa se consideriamo la cura sia una dimensione della riproduzione della vita, sia il terreno su cui contendere “il comando” sulle vite in questa contemporaneità globalizzata. Questo comunque è il cambiamento del quale tenere conto, nella conoscenza e nella politica. La cura vale per quello che è, una dimensione del buon vivere. L’esperienza femminile ne ha una conoscenza ravvicinata.

Rovesciare l’idea di cura produce un cambiamento di senso. Molto vicino al diverso modo in cui le donne oggi considerano il lavoro. Il lavoro di cura come destino obbligato delle donne non è più l’esperienza corrente, anche se non nello stesso modo in tutte le parti del mondo. Eppure è una prospettiva di trasformazione per tutte. E tutti.

Il benessere delle donne, e quindi l’istruzione, il lavoro, la condivisione di carichi domestici troppo pesanti, è il benessere di ogni società, dicono le organizzazioni internazionali che intervengono nei paesi del sud del mondo, ma spesso dimenticano di vederle come soggetti di cambiamento e preferiscono trattarle come vittime .

Oggi produzione e riproduzione ai nostri occhi non sono più separabili, non stanno in un ordine gerarchico dove la seconda è funzione della prima. Per essere autonoma – io sono mia, si diceva negli anni Settanta con una formula di arrogante chiarezza – non ho più bisogno, non voglio negare l’esperienza della cura.

È accaduto perché sono cambiate le donne e dunque è cambiato il lavoro, il modo in cui le donne ci stanno dentro?

Ci piacerebbe discutere – oggi che la differenza sessuale è in campo – del perché le donne non hanno mai abbandonato questo lavoro di riproduzione della vita, questa manutenzione, (termine usato in Immagina che il lavoro del gruppo del lavoro della Libreria delle donne). Avrebbero potuto farlo, da un certo momento in poi.

Ci chiediamo quanto abbia pesato, negativamente, su questa scelta, la tradizione emancipazionista che considera la cura qualcosa di marginale, di residuale. Anche sindacati e partiti della sinistra si immaginano che noi, le donne, partiamo svantaggiate da questa palla al piede. Ma così ci cristallizzano nella divisione dei ruoli tradizionali. Ci raccontano come più precarie, più sfortunate di loro. L’intera cultura della sinistra non ha strumenti per comprendere, tanto più se si protende a ragionare della femminilizzazione del lavoro o della politica. Al più vogliono proteggerci, continuano a parlare di questione femminile, non capiscono che la complessità del mondo ha bisogno della dimensione della cura.

Spesso gli uomini  hanno  difficoltà a collegare tempi di vita e di lavoro. Questo accade perché non sanno accettare il loro – e il nostro  – essere dipendenti. Da chi ci mette al mondo, ci cresce, ci accudisce, ci ascolta, ci sottrae alla solitudine. Dalla terra su cui abitiamo, dalle risorse limitate. Da beni come il tempo e il piacere di vivere. Non si crede nelle reti di relazioni.

Forse perché nelle organizzazioni politiche è impossibile riconoscere la dipendenza. Funziona piuttosto una finta parità. Tutti e tutte sullo stesso piano, ma con l’affidamento al capo, che è “maschio” per ruolo. Spesso quindi le donne sviluppano un’attitudine di servizio, di tutela dell’immagine del capo. E ne imitano i comportamenti.

Certo, sappiamo bene che non sempre la cura delle relazioni procede felicemente. Intanto pretende “riconoscimento”. E può scivolare nell’abuso di autorità, o nella logica del potere all’interno della famiglia. «Su, se ne vada, – disse Emerenc calma, – Non si è mai comprata una cosa, e pensare che gliel’avevo chiesto, e le avrei dato dei tesori per arredarla, non ha mai messo al mondo dei figli, eppure le avevo promesso che glieli avrei allevati. Se mi avesse lasciata morire, come avevo deciso di fare quando mi sono resa conto che non sarei più stata in grado di affrontare un vero lavoro, avrei vegliato su di lei anche dalla tomba, ma ora non la sopporto più accanto a me.» scrive Magda Szabò ne La porta. Oppure ci si può dedicare “alla cura, intensificarla per sfuggire al conflitto, perché del conflitto io ho paura”.

Specialmente insidiose sono poi le seduzioni che vengono dal mercato. Il mettere al lavoro il “capitale umano”, la conoscenza relazionale delle donne per farne delle portatrici di nuovi consumi oppure creatrici di ricchezza solo se “escono di casa” e monetizzano l’arte della cura. Non disprezziamo chi valorizza il nostro lavoro, ma ci piace ragionare in grande, vedere le contraddizioni, pensare soluzioni all’altezza dei tempi e dei problemi – del mercato, dell’industria, del lavoro – e non solo per noi.

A noi è caro lo scarto, il resto che non si sottomette al mercato, il prezioso tesoro della cura.

Confidiamo nel rovesciamento che si produce nel mettere la cura al centro delle relazioni tra persone e della politica. Scommettiamo sulla nuova dimensione che si apre nell’esistenza, nel farne asse della vita e dell’azione.

Il gruppo del mercoledì

Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Laura Gallucci, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini

Lacuradelvivere

La prima azione delle femministe del “gruppo del mercoledì”  – è il “Manifesto alla sinistra”, un elenco di no (tra cui un “no alla malinconia”) accompagnato da un unico : «sì al coraggio guadagnato nella lotta, per ogni piccolo giorno guadagnato di esistenza libera», presentato a Roma il 30 marzo 2008. L’occasione sono le elezioni politiche. Nel 2009 il gruppo elabora il documento Il coraggio di finire. Riattraversare una fine può rivelarsi un’educazione sentimentale, una riflessione e una proposta sulla crisi della sinistra e della politica, in cui si dice tra l’altro: «La crisi della politica mima le crisi del corpo fisico. Conosce l’alternarsi di bulimia e anoressia: eccesso di parole, di concetti, di invenzioni verbali e disseccamento delle radici sociali, delle pratiche comunicative, degli scambi di senso e di riconoscimento. Cupio dissolvi e vocazione suicidaria nella riproposizione all’infinito dei modi e delle logiche che hanno portato al disastro […].Nel femminismo abbiamo tempestivamente visto e nominato i danni del prometeismo. Di quel peculiare accanimento maschile che li spinge a tenere in vita vegetativa imprese collettive […]. Nell’infinita transizione italiana è tutto un fare e disfare partiti, coalizioni,sistemi elettorali. Un chiudere ed aprire fasi e cicli senza mai fermarsi a prendere atto di ciò che è davvero finito, morto, dentro questo inesausto adoperarsi per dar vita al nuovo. Ed è malamente morto, senza ottenere degna sepoltura, anche a causa di questo accanimento». Il documento viene discusso nel giugno 2009. Il gruppo scrive poi nel gennaio 2010 una lettera all’onorevole Pierferdinando Casini, a proposito del caso Vendola. Nel marzo 2010 invita a un incontro “sul perché due donne si confrontano nel Lazio”, in relazione alle due candidate alla presidenza della regione, Emma Bonino e Renata Polverini.

Per contatti: [email protected]

 

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