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relazioni politiche, dal quartiere al mondo

Pensando a Genova, dieci anni fa

16 Luglio 2011

Ci sono anch’io, la notte del 21 luglio 2001, davanti ai cordoni di carabinieri e polizia che bloccano trasversalmente la stretta via Cesare Battisti, davanti alla scuola che nel mondo diventerà nota come la scuola A.Diaz, con qualche ragione considerata la vistosa iscrizione mai cancellata dal vecchio edificio, anche quando alla metà degli anni Cinquanta fu costruita di fronte la scuola elementare che le rubò il nome. C’è una bella palestra al centro, quella in cui finalmente posso entrare, dopo che la polizia lascia il campo a irruzione conclusa, e sono stati portati via i 93 fermati, di cui molti in barella, uno ha il viso pieno di sangue, un altro si tiene il braccio che ha una posizione innaturale, lo lasciano a terra per un tempo lunghissimo, in attesa di un altro furgone cellulare. È stravolto, decisamente straniero, si vede che soffre, lo guardiamo impotenti, sorvegliati da poliziotti più che nervosi. Come quelli che ho visto quando sono arrivata risalendo via Trento, c’erano delle volanti ferme, appena prima di Piazza Merani, le portiere spalancate, loro fuori dalle auto piuttosto agitati. Chi cazzo vi ha detto di andare lì, ho sentito urlare dalla radio, andate a Corso Marconi, ci hanno segnalato gruppi di dimostranti.

Entro nella palestra, dopo che il sangue gelato, il respiro mozzo, abbiamo visto portare via a braccio un sacco chiuso, di quelli per i cadaveri, assassini assassini, il sacco si apre, si vedono carte, un cellulare, qualcosa che assomiglia a una borsa, forse un marsupio. Grottesco.

Nelle scale, nelle aule della scuola vedo il sangue, tracce di devastazione accentuate dal cantiere aperto, con tubi, scale, muri appena tirati su. Nella palestra il caos è totale, zaini e sacco a pelo sventrati, vestiti ridotti a stracci, era qui che dormivano i ragazzi. E mi chiedo se qualcuno sa che dopo la guerra, fin quasi alla fine degli anni Cinquanta, esattamente il 1958, questa stessa palestra era stata la sede provvisoria della Parrocchia di S.Pietro alla Foce, vi si celebrava la messa in attesa della ricostruzione della chiesa in macerie per i bombardamenti, quella che domina la scalinata che da corso Marconi porta a via Nizza, su cui molti negli scontri della giornata hanno sperimentato la fatica delle fughe in salita. Genova, città verticale, come scrive Giorgio Caproni, il poeta.

Non sono a piazza Alimonda, alle 17.27 del 20 luglio 2001, quando un colpo di pistola sparato dall’interno di una camionetta dei carabinieri uccide Carlo Giuliani. Ho visto e rivisto le immagini, come tanti. Ho contemplato con indignata meraviglia la stupefacente teoria del colpo deviato da un pezzo di calcinaccio vagante, che ha permesso di archiviare il procedimento contro Mario Placanica, carabiniere di leva all’epoca ventenne. Carlo Giuliani, ragazzo. Semplice e geniale, questa epigrafe. Svuota d’un solo colpo tutte le mirabolanti invenzioni sui temuti invasori del G8 genovese, invenzioni che non hanno risparmiato neppure lui, caduto sull’asfalto. Né spagnolo né punk-a-bestia senza casa, come dicevano i primi lanci di agenzia, prontamente ripresi da tv, radio, giornali, confusione che si aggiunge a confusione. Un ragazzo di Genova, che abita a 500 metri dai suoi genitori. Non violento di carattere, dice chi lo conosce, di sicuro arrabbiato e desideroso di suonarle, dopo ore di cariche impreviste e dissennate, di lancio di lacrimogeni fitto fitto. La globalizzazione si rivela locale, cittadina, ha il volto di un proprio figlio. È una delle rivelazioni del G8, una delle storie stratificate nella città. Come i bombardamenti, le azioni dei Gap nella città medaglia d’oro della Resistenza, o la fondazione del Partito socialista, la Genova del porto e del primo grande sciopero del 1900, Genova prima città industriale, gli scioperi operai, i moti del 1960, anche la Genova più cupa, quella delle Brigate rosse. Ha spalle larghe la Genova dei movimenti, identità certe eppure molteplici che fanno del G8 una vicenda inestricabile dalla percezione di Genova, nel mondo e –forse- di se stessa.

«Genova, schiacciata sul mare,/sembra cercare
respiro al largo, verso l’orizzonte./
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale,/d’anima forte» canta Francesco Guccini in “Piazza Alimonda”, una delle decine canzoni dedicate in questi anni al G8 e soprattutto a Carlo Giuliani, tra gli altri  i Subsonica, Modena City Ramblers, Daniele Silvestri, Manu Chao.

Genova è una città ferita, aveva detto il sindaco Giuseppe Pericu, addirittura prima che cominciasse tutto, davanti al vuoto lunare del centro storico, bello e invisibile, alle barriere insormontabili, ai container apparsi in una notte a chiudere tutti gli accessi alla zona rossa. La ferita, in verità, non è solo la morte del giovane Carlo: «La morte di un manifestante» scrive Concita De Gregorio, inviata nel luglio 2001 per Repubblica «è derubricata nei verbali di polizia come un “incidente“, e con qualche sforzo si può arrivare a considerarla così: un terribile incidente. Quello che fa di Genova uno spartiacque, però, sono la notte nella scuola e i giorni Bolzaneto». Ecco, nella caserma di Bolzaneto non c’è nessuno, gli arrestati, 252, tra cui i ragazzi portati via dalla scuola, sono soli con medici improbabili, poliziotti che interrogano e torturano. Ben 137 hanno fatto denuncia per percosse e umiliazioni. Ah, si, qualcuno c’è, il ministro della giustizia passa nella notte, e non vede nulla di strano. A quasi sei anni di stanza, scrive Concita De Gregorio nella prefazione alla nuova edizione del suo libro Non lavate questo sangue, si è prodotta «una definitiva scollatura tra chi, una minoranza, non vuole dimenticare Genova e chi, la stragrande maggioranza, ha già da tempo archiviato la pratica, a volte con fastidio, altre volte con noia, altre ancora con semplice disinteresse, figlio della costante assuefazione al peggio».

E le devastazioni, i danni, potrebbe obiettare qualcuno, insomma i black bloc? In questo racconto manca del tutto quello che si vede nell’enorme quantità di filmati, di veri e propri film, compreso quello dei  registi italiani, Un altro mondo è possibile, coordinato da Citto Maselli: la violenza a freddo dei black bloc indisturbati, la polizia che insegue e pesta i più inermi, perfino le suore che pregavano nella Chiesa di Boccadasse. O alcuni black che parlano e scherzano con poliziotti. Naturalmente la vicenda è aperta. Il processo ai 29 funzionari e agenti considerati responsabili dell’irruzione alla Diaz ha appena superato lo scoglio della scomparsa della prova principe, le due bottiglie molotov esibite come “le“ armi reperite nella scuola. Anche gli altri processi, quello a 25 manifestanti, il processo Bolzaneto, a 45 tra carabinieri, medici, infernieri, agenti penitenziari. Mario Placanica, dopo aver  dichiarato di non essere stato lui a uccidere, ora denuncia minacce e agguati mortali. Inquietante, qualunque sia il giudizio. La Commissione d’inchiesta parlamentare sui fatti di Genova, parte del programma dell’Unione, non appare tra le priorità del governo. Insomma il lavoro non manca, per chi non vuole dimenticare. Ma si può coltivare qualche idea eretica. Che dedicarsi troppo alla condanna dei black bloc fa perdere di vista il punto vero. Che aveva ragione il sindaco, la ferita è stata quella iniziale, dividere, rinchiudere imprigionare la città.

Eppure proficua, sul piano immaginario, anche se dolorosa, come ogni ferita. «Ci sono città che sono policentriche per conformazione, altre che lo sono per scelta … Genova lo è, prima di tutto, per motivi storici» ha scritto  Antida Gazzola, docente di sociologia urbana alla Facoltà di Architettura di Genova. È come se, nei giorni del G8, oscurato il centro storico, e l’azione politica di movimento costretta a spostarsi sul polo storico di levante, si sia vista, anche in tutte quelle immagini diffuse sulle tv di tutto il mondo, la pluralità, la rete complessa di spazi, aperture, chiusure, altezze –spaziali, sociali, e musicali, direbbe il Francesco De Gregori degli «svincoli micidiali»- che rendono Genova unica. E di qui si alimentasse la spinta a rendersi bella, e godersi questa bellezza, anche da parte degli abitanti  («fino a non molti anni fa il luogo preferito dai genovesi era sicuramente casa propria» Antida Gazzola). Come se dopo il G8, -l’insieme dei fatti, delle immagini – tutti avessero compreso che, come canta Ivano Fossati, questa città  la si vede solo dal mare. Come se il mondo intero lo avesse visto, come è Genova, quando la si guarda dal mare.

Bia Sarasini

 

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