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Con chi sto nella lotta tra i sessi

8 Luglio 2011
di Letizia Paolozzi

Lotta tra i sessi. E’ questo il terreno simbolico su cui si sta giocando il caso Strauss-Kahan. Nell’informazione, nelle discussioni, nei commenti da un lato degli amici dell’ex patron del Fmi, rappresentanti del cosiddetto “sesso forte” e dall’altra parte nei giudizi delle femministe, giornaliste, insomma cittadine dell’”altra metà del cielo”.
Il moralismo americano, il libertinaggio francese, l’invidia sociale, il machismo, la presunzione d’innocenza vengono citati come prove a carico. O a discarico. Assistiamo a un conflitto durissimo tra quanti credono alla parola del potente, bianco, ricco che dice:”Lei era consenziente” e quante si fidano della parola dell’immigrata guineana, povera, nera che ritorce: “Lui mi ha stuprata; mi ha aggredita sessualmente”.
Le affabulazioni di Nafissatu Diallo per ottenere l’agognato permesso di asilo vengono usate per dimostrare che avrebbe mentito anche sulle modalità del rapporto avuto con DSK. Con il corollario: se esercita il mestiere più antico del mondo, deve per forza essere consenziente. Ma anche una delinquente – ricorda Franca Fossati su questo sito – può essere violentata. Dunque la violenza scompare. Quella affermata dalla signora Diallo e quella, più generale, degli uomini contro le donne. Una ferita del mondo rientra nell’ombra.
Intervistata su “Le Monde” (del 7 luglio) , la direttrice del Centro per il trattamento delle vittime del crimine che per prima aveva incontrato  Nafissatu Diallo a poche ore dall’aggressione, osserva: ““Quello che sta succedendo è molto negativo per le vittime del crimine sessuale.Venire a farsi esaminare, testimoniare, domandare aiuto dopo un simile episodio è un passo umiliante, difficile, doloroso. Le vittime, in maggioranza, vivono questo trauma in silenzio. L’immagine mediatizzata al massimo di una donna violata che avrebbe mentito e sarebbe in realtà una prostituta è pesantissima”.
Lo statuto della vittima viene circondato dalla diffidenza. Come per la  giornalista francese Tristane Banon la quale, dopo otto anni da una aggressione sessuale, ha deciso di denunciare Strauss-Kahn perché “non sopporto di vederlo, rimesso in libertà, subito a cena con amici in un ristorante di lusso”.
Certo, non sono un motivo per condannare un uomo i locali “spendi e spandi”, le suite negli alberghi, le ville, gli appartamenti con palestra. Ma quest’uso sfacciato della ricchezza suona stridente e moralmente sgradevole per chi  governa mezzo pianeta e milita in un partito socialista.
Comunque la “solidarietà virile” è cresciuta. Da Bernard Henri-Levy (“Corriere della Sera” del 4 luglio) a Francesco Cundari (“Foglio” del 6 luglio), mettono una mano sul fuoco che DSK è innocente. Rendetegli l’onore dopo la “perp walk” inflittagli dal procuratore Cyrus Vance Jr, dopo “la messa a morte” dei tabloid americani.  Dopo la manifestazione – pollice capovolto – delle cameriere in perfetto stile Russell Crowe al Colosseo.
Nello scontro che divide uomini e donne sul caso dell’ex patron del Fmi, c’è un ulteriore elemento di divisione. Il fatto che la signora Diallo e molte come lei, sembrano, sempre più spesso, occuparsi del proprio interesse. In fondo, vogliono sfilarsi dalla condizione di “vittima allo stato puro” (Luisa Muraro, lettera sul Manifesto del 5 luglio).
Questo accade perché un uso “cattivo” della sessualità da parte degli uomini si sta trasformando in debolezza maschile. E il manico del coltello passa nelle mani delle donne. D’altronde, la vita del maschio di potere è ormai di pubblico dominio. Dovrebbero saperlo i sex addict che ricoprono cariche prestigiose interpretando il loro ruolo quasi fossero invece in un filmino a luci rosse.
Maschi pubblici, virtù private è una regola non scritta ma che in molti dovrebbero tenere a mente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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