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		<title>Microcritiche/ A Sanremo vincono tre donne (più una)</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 01:03:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Sanremo hanno vinto tre donne più una (Geppi Cucciari). Quanto ai maschi, Adriano Celentano si è presentato nelle vesti del vate invecchiato. Un rosario di prediche, cucite insieme da spirito vendicativo. In tempi di recessione, di prediche ne riceviamo troppe per apprezzarle. Soprattutto se pronunciate da chi è stato pagato a peso d’oro dalla Rai (benché abbia promesso di dare i soldi in beneficienza). Però quando balla e canta, torna a essere un genio. Durante le serate, per un occhio inesperto, sia il “molleggiato” sia Morandi, Pupo, Papaleo, per non parlare di Antonio Marano intento a “vigilare”, sono apparsi fuori posto. Anzi, fuori sincrono. Rispondevano a casaccio. Annaspavano. Un festival brutto? Io direi un festival salvato dalle donne, che, al contrario degli uomini, non sono depresse. Quanto a Belén Rodriguez, tra spacchi e farfalle, ha una bellezza anche lei fuori posto. E fuori show. Se ne deduce, care ragazze, che il corpo è molto ma non è tutto. La segaligna Patty Smith con “Because the night” insegna. Segnala su Facebook]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Sanremo hanno vinto tre donne più una (Geppi Cucciari). Quanto ai maschi, Adriano Celentano si è presentato nelle vesti del vate invecchiato. Un rosario di prediche, cucite insieme da spirito vendicativo. In tempi di recessione, di prediche ne riceviamo troppe per apprezzarle. Soprattutto se pronunciate da chi è stato pagato a peso d’oro dalla Rai (benché abbia promesso di dare i soldi in beneficienza). Però quando balla e canta, torna a essere un genio. Durante le serate, per un occhio inesperto, sia il “molleggiato” sia Morandi, Pupo, Papaleo, per non parlare di Antonio Marano intento a “vigilare”, sono apparsi fuori posto. Anzi, fuori sincrono. Rispondevano a casaccio. Annaspavano. Un festival brutto? Io direi un festival salvato dalle donne, che, al contrario degli uomini, non sono depresse. Quanto a Belén Rodriguez, tra spacchi e farfalle, ha una bellezza anche lei fuori posto. E fuori show. Se ne deduce, care ragazze, che il corpo è molto ma non è tutto. La segaligna Patty Smith con “Because the night” insegna.</p>
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		<title>Sulla cura incontro il 5 Napoli. Rimandato Lecce</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 22:44:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cura del vivere]]></category>
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		<description><![CDATA[Prosegue il confronto sul documento “La cura del vivere” elaborato dal gruppo delle femministe del mercoledì di Roma. Sabato 18 febbraio si è svolto il convegno a Milano dal titolo “Cura/lavoro: piacere e responsabilità del vivere”, promosso dalla Libera Università delle Donne, dalla Libreria delle donne di Milano, dalla rivista Leggendaria, e dall’Unione Femminile. E&#8217; stata invece rimandata a data da destinarsi l’altra occasione di incontro prevista a Lecce il prossimo 22, con il titolo: “Lavoro di cura: destino o nuova politica?”. A Roma si svolgerà poi una seconda riunione aperta del Gruppo del mercoledì venerdì 24 alle ore 17,30 presso la Casa internazionale delle donne, in via della Lungara. Infine nuova iniziativa a Napoli lunedì 5 marzo alle ore16.30, presso il Protomonastero delle Clarisse Cappuccine &#8220;S.Maria in Gerusalemme&#8221; in Via Luciano Armanni, Complesso degli Incurabili, promossa tra le altre da Anna Maria Carloni e Franca Chiaromonte. Segnala su Facebook]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prosegue il confronto sul documento “La cura del vivere” elaborato dal gruppo delle femministe del mercoledì di Roma.<br />
Sabato 18 febbraio si è svolto il convegno a Milano dal titolo “Cura/lavoro: piacere e responsabilità del vivere”, promosso dalla Libera Università delle Donne, dalla Libreria delle donne di Milano, dalla rivista Leggendaria, e dall’Unione Femminile.<br />
E&#8217; stata invece rimandata a data da destinarsi l’altra occasione di incontro prevista a Lecce il prossimo 22, con il titolo: “Lavoro di cura: destino o nuova politica?”.<br />
A Roma si svolgerà poi una seconda riunione aperta del Gruppo del mercoledì venerdì 24 alle ore 17,30 presso la Casa internazionale delle donne, in via della Lungara.<br />
Infine nuova iniziativa a Napoli lunedì 5 marzo alle ore16.30, presso il Protomonastero delle Clarisse Cappuccine &#8220;S.Maria in Gerusalemme&#8221; in Via Luciano Armanni, Complesso degli Incurabili, promossa tra le altre da Anna Maria Carloni e Franca Chiaromonte.</p>
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		<title>Genova: le sindache e le giacche di Angela Merkel</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 21:23:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>biasarasini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bia Sarasini]]></category>
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		<description><![CDATA[C’è poco da girarci intorno, a Genova nelle primarie del centrosinistra il candidato, Marco Doria, ha sconfitto le due candidate, Roberta Pinotti e Marta Vincenzi, sindaco uscente. Un uomo, insomma, ha sconfitto due donne]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è poco da girarci intorno, a Genova nelle primarie del centrosinistra il candidato, Marco Doria, ha sconfitto le due candidate, Roberta Pinotti e Marta Vincenzi, sindaco uscente. Un uomo, insomma, ha sconfitto due donne. Non è l’unica chiave di lettura possibile di queste primarie, che hanno provocato un vero terremoto. Tanto che il segretario regionale Lorenzo Basso e quello provinciale Victor Rasetto si sono entrambi dimessi dalle loro cariche nel Pd, e che in molti, sempre nel Pd, ne approfittano per mettere in discussione proprio le primarie stesse. Però le considerazioni, come di dire, di sesso, sono molto pertinenti. La stessa sindaco – perché non si è mai decisa a farsi chiamare sindaca? – che non parteciperà alle prossime elezioni, nelle reazioni post-voto, non esattamente all’insegna del fair play, evoca l’incubo di un’Italia dove dopo le prossime amministrative non ci saranno più sindache nelle grandi città, ritenendosi ultima di una falcidia cominciata con la sconfitta di Letizia Moratti a Milano per opera di Pisapia e proseguita con Rosa Russo Iervolino, messa da parte a Napoli.</p>
<p>Un’affermazione forte, che fa colpo. Tutta da discutere, a mio parere.</p>
<p>A parte che bisognerebbe perlomeno aspettare le primarie di Palermo, previste il 4 marzo, dove con altri tre, è candidata Rita Borsellino, cosa si dovrebbe pensare, che c’è una congiura di uomini per riprendersi il potere?</p>
<p>Uno schema facile, sempre buono, gli uomini, si sa, non amano perdere il potere.</p>
<p>E sicuramente le paginate e i servizi tv come su internet all’insegna dello “scontro tra le due zarine” erano segnati da una forte e fastidiosa misoginia. Eppure. Un partito diviso ha scelto una donna per sconfiggere una donna, che non voleva più sostenere. Non è stato sufficiente. Troppo simili, nella loro diversità, le due candidate. Una lunga storia politica, molti incarichi, molta visibilità.</p>
<p>L’insegnamento più chiaro, e più severo, da questo punto di vista, è proprio questo: che non basta essere donne per significare il nuovo. Non più, perlomeno. Che sarà il caso di avere idee, parole, obiettivi  che diano senso al proprio essere donne: nuove del potere, con il progetto di un potere diverso.</p>
<p>Insomma l’effetto sorpresa, delle donne che ce la fanno, che salvano il mondo, non può essere usato per carpire la buona fede degli elettori. Siamo in una situazione nuova, che si potrebbe definire “dopo la prima volta”. Le primarie di Genova lo mostrano con chiarezza cristallina, è importante esserne consapevoli, per non cadere nella sindrome della “piccola orfanella”, a cui manca sempre qualcosa.</p>
<p>Donne entrano ed escono dalla scena politica. A volte vincono, a volte perdono. Sempre troppo poche, in Italia, d’accordo. Bisogna vigilare, senz’altro. Ma bisognerà avere la forza di accettare che le sconfitte sono nel merito, sono sconfitte politiche. Per mancanza di credibilità, per comportamenti che hanno creato una crisi di fiducia nei cittadini che pure avevano votato con entusiasmo. Che la sconfitta di una singola donna non è la sconfitta di tutte. Che la durezza della politica, così costruita dagli uomini a propria misura, forse chiede molto alle donne, anche le più intenzionate a farsi identiche a loro.</p>
<p>Non vorrei che attente come siamo a contare le donne sulla scena, non sapessimo vedere che è sempre più difficile riconoscerle. Non vorrei che a segnalare qualche differenza rimanessero le giacche colorate di Angela Merkel.</p>
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		<title>Genova: perde il Pd, o perdono le donne?</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 20:55:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi teorizza o rivendica o difende la “democrazia di genere”, dovrà riflettere sulla sconfitta, nelle primarie del Pd a Genova, di due donne, Marta Vincenzi “la” sindaco (come voleva essere chiamata) e Roberta Pinotti, sfidante, senatore del Pd. Più una terza candidata, Angela Burlando, ex questore (in quota socialista) Si potrebbe dire che è tutta colpa di un Partito democratico incerto, fragilizzato dalla crisi ma al tempo stesso rivolto all’indietro, in cerca di una classe operaia mitica ma scomparsa. Senza la forza (o l’autorità) di imporre una candidatura, non è riuscito a convincere Vincenzi, così poco amata dai quadri politici locali, che era meglio non si ricandidasse. Soprattutto dopo il comportamento infelice tenuto dalla prima cittadina nell’alluvione del 2011. Donna sicura di camminare sulla strada giusta (aveva attaccato il suo predecessore, l’ex sindaco Pericu), decisa a difendere i suoi colpi d’ala (come il  “debat publique” per decidere finalmente di realizzare la “Gronda”, tratto autostradale su  cui a Genova si litiga da una trentina d’anni), la ex super Marta non mostra grande interesse per la mediazione. Aggressiva, poco diplomatica e con scarso senso della misura, è arrivata a paragonarsi a Ipazia, la filosofa assassinata da fanatici cristiani, alla quale – secondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi teorizza o rivendica o difende la “democrazia di genere”, dovrà riflettere sulla sconfitta, nelle primarie del Pd a Genova, di due donne, Marta Vincenzi “la” sindaco (come voleva essere chiamata) e Roberta Pinotti, sfidante, senatore del Pd. Più una terza candidata, Angela Burlando, ex questore (in quota socialista)</p>
<p>Si potrebbe dire che è tutta colpa di un Partito democratico incerto, fragilizzato dalla crisi ma al tempo stesso rivolto all’indietro, in cerca di una classe operaia mitica ma scomparsa. Senza la forza (o l’autorità) di imporre una candidatura, non è riuscito a convincere Vincenzi, così poco amata dai quadri politici locali, che era meglio non si ricandidasse. Soprattutto dopo il comportamento infelice tenuto dalla prima cittadina nell’alluvione del 2011.</p>
<p>Donna sicura di camminare sulla strada giusta (aveva attaccato il suo predecessore, l’ex sindaco Pericu), decisa a difendere i suoi colpi d’ala (come il  “debat publique” per decidere finalmente di realizzare la “Gronda”, tratto autostradale su  cui a Genova si litiga da una trentina d’anni), la ex super Marta non mostra grande interesse per la mediazione. Aggressiva, poco diplomatica e con scarso senso della misura, è arrivata a paragonarsi a Ipazia, la filosofa assassinata da fanatici cristiani, alla quale – secondo la sua interpretazione &#8211; “e’ andata peggio”.</p>
<p>Al Pd la sindaca non piaceva dall’inizio (impazzando e impazzendo su twitter dopo la sconfitta Vincenzi ha chiosato: “Speravo che il Pd mi digerisse elaborando il lutto del 2007. Non è successo. Nessuno ha digerito il Pd. Bravi tutti”). Le cose sono peggiorate con il tempo ma non è neppure arrivato il colpo d’ala, la faccia nuova capace di unire tutti.</p>
<p>Il Pd ha preferito dividersi: maggioranza per Vincenzi; un po’ meno voti per la candidata Pinotti, battezzata e cresciuta dalla burocrazia di partito, veltroniana prima, ora dell’area Marino. Perdono ambedue in favore del docente in Storia dell’Economia, Marco Doria (46% di voti), candidato indipendente, sostenuto da Sel.</p>
<p>Albero genealogico antichissimo; un suo antenato si ritrovò con uno “strano” ruolo nella battaglia di Lepanto dove furono sconfitti i turchi. Il padre, Giorgio, tessera del Pci presa nel primo dopoguerra e per questo diseredato, era uno storico finissimo, di grana braudeliana. Padre e figlio, dopo la svolta della Bolognina, preferirono abbandonare il Pci e quel che ne sarebbe stato.</p>
<p>Oggi siamo dunque all’ennesima difficoltà del Partito democratico, magari a un ritorno di fiamma del municipalismo, oppure alla guerra delle dame (anzi, la stampa che scivola spesso sulla misoginia l’ha battezzata “la guerra delle zarine”)?</p>
<p>Certo, bisogna stare attenti: l’avversione nei confronti delle donne ci mette poco a esplodere. “Donne che scendono in piazza fanno piazzate” è una frase, tra le tante, caduta sulla testa della Vincenzi e da lei polemicamente rilanciara via twitter.  La “democrazia di genere” rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio.</p>
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		<title>Microcritiche/ Scorsese sul potere, Yehoshua sull&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 15:55:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Boardwalk Empire” (Sky cinema 1, il venerdì sera)  Il proibizionismo ovvero alcool e sangue, disperazione e ricchezza improvvisa. “L’Impero del crimine” è una galleria di gangster con Al Capone, Lucky Luciano, Nucky Thompson (nei titoli di testa compare uno straordinario Steve Buscemi, ripreso di profilo come in un quadro di Magritte). Politici assassini oppure assassini che si buttano in politica. E poi madri bigotte, ragazzine stuprate a dodici anni, meretrici attente contabili in attesa della fortuna. C’è tutto il Martin Scorsese di “Gangs of New York”, non soltanto la sua supervisione produttiva, in questa Atlantic City ricostruita a Boston. Senso di colpa, religione punitiva, gole squarciate, spietatezza di eroi marchiati dalla loro ambizione; vendette del Klu Klux Klan e sensualità della carne femminile. Un gangster-movie in dodici puntate (secondo ciclo) sullo sfondo dei roaring twenty. Atto d’amore per il cinema anche se rovesciato rispetto a quello, poetico e un po’ lento, che abbiamo ritrovato in “Hugo Cabret”. “La scena perduta” di Abraham B. Yehoshua, Einaudi, 2011  Un quadro nella letteratura; la letteratura che si interroga sulla creatività e la creatività impastoiata nel dolore della memoria. Fino all’accettazione degli “abissi del tempo”. Libro dalla lentezza maestosa, gira intorno all’iconografia della giovane Pero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Boardwalk Empire” (Sky cinema 1, il venerdì sera) </strong></p>
<p>Il proibizionismo ovvero alcool e sangue, disperazione e ricchezza improvvisa. “L’Impero del crimine” è una galleria di gangster con Al Capone, Lucky Luciano, Nucky Thompson (nei titoli di testa compare uno straordinario Steve Buscemi, ripreso di profilo come in un quadro di Magritte). Politici assassini oppure assassini che si buttano in politica. E poi madri bigotte, ragazzine stuprate a dodici anni, meretrici attente contabili in attesa della fortuna. C’è tutto il Martin Scorsese di “Gangs of New York”, non soltanto la sua supervisione produttiva, in questa Atlantic City ricostruita a Boston. Senso di colpa, religione punitiva, gole squarciate, spietatezza di eroi marchiati dalla loro ambizione; vendette del Klu Klux Klan e sensualità della carne femminile. Un gangster-movie in dodici puntate (secondo ciclo) sullo sfondo dei roaring twenty. Atto d’amore per il cinema anche se rovesciato rispetto a quello, poetico e un po’ lento, che abbiamo ritrovato in “Hugo Cabret”.</p>
<p><strong>“La scena perduta” di Abraham B. Yehoshua, Einaudi, 2011 </strong></p>
<p>Un quadro nella letteratura; la letteratura che si interroga sulla creatività e la creatività impastoiata nel dolore della memoria. Fino all’accettazione degli “abissi del tempo”. Libro dalla lentezza maestosa, gira intorno all’iconografia della giovane Pero che, nella “Caritas romana”, allatta il vecchio padre Cimone condannato a morire di fame. Si tratta di un gesto di intensa compassione oppure di violenta provocazione erotica? L’ambiguità sta tutta nell’interpretazione del quadro ma l’attrice, Ruth, ora “protagonista” ora “musa”, rifiutando di interpretare la scena, è netta nella decisione. Anche il regista dopo decenni dovrà ricostruire la scena perduta per guardare avanti, al cambiamento di Israele, nonostante i missili Qassam che illuminano la notte.</p>
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		<title>Microcritiche/ Arte in giostra e la Napoli di Parrella</title>
		<link>http://www.donnealtri.it/2012/02/microcritiche-arte-in-giostra-e-la-napoli-di-parrella/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 01:08:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reale / Virtuale]]></category>

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		<description><![CDATA[Roma, al Macro, due giostre di Carsten Holler (fino al 26-02-2012) Potremmo chiamare questo “Double Carousel with Zollner Stripes” “la capa gira”. Si sale su una giostra, anzi, bisogna essere in due per incontrarsi e dirsi addio sui vecchi seggiolini da Luna Park dei due caroselli  che lentamente marciano in senso opposto abbracciati da uno spazio psichedelico. Qui niente va come si presupporrebbe. Il senso di vertigine, di confusione che proviamo, viene accresciuto dalle pareti a losanghe proprio per confondere le coppie che si avvicinano e subito dopo, a causa di queste macchine “della confusione”, sono portate a separarsi. D’altronde per l’artista tedesco che vive in Svezia si tratta di una “slow art”:  immensa scultura mobile, un “ready-made” illuminato grazie a Enel Contemporanea. Saliamo su queste macchine del tempo che risucchiano la forza di gravità, costringendo alla perdita delle coordinate temporali. Risultato, l’imposizione della vertigine scardina le nostre sicurezze di spettatori invitati a fare la nostra parte, purché in possesso di una buona disposizione d’animo per il disorientamento della e nella realtà. “Lettera di dimissioni” di Valeria Parrella, Einaudi, 2011 La protagonista, Clelia, aveva pretese molto alte ma poi comincia a scegliere “il male minore”. Si adegua, insegue il potere, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Roma, al Macro, due giostre di Carsten Holler (fino al 26-02-2012)</strong></p>
<p>Potremmo chiamare questo “Double Carousel with Zollner Stripes” “la capa gira”. Si sale su una giostra, anzi, bisogna essere in due per incontrarsi e dirsi addio sui vecchi seggiolini da Luna Park dei due caroselli  che lentamente marciano in senso opposto abbracciati da uno spazio psichedelico. Qui niente va come si presupporrebbe. Il senso di vertigine, di confusione che proviamo, viene accresciuto dalle pareti a losanghe proprio per confondere le coppie che si avvicinano e subito dopo, a causa di queste macchine “della confusione”, sono portate a separarsi. D’altronde per l’artista tedesco che vive in Svezia si tratta di una “slow art”:  immensa scultura mobile, un “ready-made” illuminato grazie a Enel Contemporanea. Saliamo su queste macchine del tempo che risucchiano la forza di gravità, costringendo alla perdita delle coordinate temporali. Risultato, l’imposizione della vertigine scardina le nostre sicurezze di spettatori invitati a fare la nostra parte, purché in possesso di una buona disposizione d’animo per il disorientamento della e nella realtà.</p>
<p><strong>“Lettera di dimissioni” di Valeria Parrella, Einaudi, 2011</strong></p>
<p>La protagonista, Clelia, aveva pretese molto alte ma poi comincia a scegliere “il male minore”. Si adegua, insegue il potere, accetta i compromessi. In una città che ancora ricorda come sia stato caldo il respiro del 68, quando si sceglieva tra bene e male e non si commerciava scommettendo sull’esistenza. Si intrecciano e forse sono la parte meno consistente del romanzo, amori poco credibili, una carriera fulminante nel teatro, vernissage e incontri che si suppone cambino la vita. Ma non è vero. A Stoccolma incontro con la Regina che “avevo presa per un’insegnante del Collegio reale della Musica”. Sullo sfondo Napoli, quella meravigliosa e quella di Pianura “sversatoio colmato dei rifiuti di ogni dove del paese”. C’è anche un accenno alla figura di Bassolino. Tuttavia per Parrella riesce difficile sporcarsi le mani con la realtà. La scrittura ne risente.</p>
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		<title>&#8220;Qui giace una virgola antiquata&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 00:54:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reale / Virtuale]]></category>

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		<description><![CDATA[Wislawa Szymborska, 1923-2012, Nobel per la letteratura 1996, ebbe il dono di una “lirica filosofica” (Francesco M. Cataluccio sul “Sole 24 Ore”). Per questo e per l’ironia, l’invenzione linguistica, lo sprezzo del pericolo nell’avvicinare cose, oggetti, concetti assai distanti quali morte e pasticcio di carne, ciechi e autografi, biografia e prosa, metafisica e cagnolini, ci mancherà. Mancherà in particolare alle donne polacche, tedesche, inglesi, svedesi e italiane per il modo glaciale con cui intese limitare l’enfasi e l’eccesso, la ridicolaggine di ogni serietà: l’eccesso femminile in particolare, che sfocia nella commozione mal riposta, si compiace della frase scritta con grazia, emulsiona banalità con sublimità. “Insomma, vogliamo toglierci le ali e cercare di scrivere a piedi”? Nonostante le trecento poesie scritte (sia lode ai Libri Scheiwiller, all’editore Adelphi, alle traduzioni di Pietro Marchesani) resteremo con la voglia di altre filastrocche, limerick, versi bambineschi solo in superficie. Nella scrittura ebbe cura delle parole e ogni parola fu adeguata al concetto che aveva in mente. Così scrisse il suo “Epitaffio”: Qui giace una virgola antiquata L’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata Dell’eterno riposo, sebbene la defunta Dai gruppi letterari stesse ben distante. E anche sulla tomba di meglio non c’è niente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Wislawa Szymborska, 1923-2012, Nobel per la letteratura 1996, ebbe il dono di una “lirica filosofica” (Francesco M. Cataluccio sul “Sole 24 Ore”). Per questo e per l’ironia, l’invenzione linguistica, lo sprezzo del pericolo nell’avvicinare cose, oggetti, concetti assai distanti quali morte e pasticcio di carne, ciechi e autografi, biografia e prosa, metafisica e cagnolini, ci mancherà.</p>
<p>Mancherà in particolare alle donne polacche, tedesche, inglesi, svedesi e italiane per il modo glaciale con cui intese limitare l’enfasi e l’eccesso, la ridicolaggine di ogni serietà: l’eccesso femminile in particolare, che sfocia nella commozione mal riposta, si compiace della frase scritta con grazia, emulsiona banalità con sublimità.</p>
<p>“Insomma, vogliamo toglierci le ali e cercare di scrivere a piedi”?</p>
<p>Nonostante le trecento poesie scritte (sia lode ai Libri Scheiwiller, all’editore Adelphi, alle traduzioni di Pietro Marchesani) resteremo con la voglia di altre filastrocche, limerick, versi bambineschi solo in superficie.</p>
<p>Nella scrittura ebbe cura delle parole e ogni parola fu adeguata al concetto che aveva in mente.</p>
<p>Così scrisse il suo “Epitaffio”:</p>
<p>Qui giace una virgola antiquata<br />
L’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata<br />
Dell’eterno riposo, sebbene la defunta<br />
Dai gruppi letterari stesse ben distante.<br />
E anche sulla tomba di meglio non c’è niente<br />
Di queste poche rime, d’un gufo e la bardana.<br />
Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,<br />
e sulla sorte di Szymborska  medita un istante.</p>
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		<title>Sulla cura convegno a Milano il 18</title>
		<link>http://www.donnealtri.it/2012/02/sulla-cura-convegno-a-milano-il-18/</link>
		<comments>http://www.donnealtri.it/2012/02/sulla-cura-convegno-a-milano-il-18/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 15:13:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cura del vivere]]></category>
		<category><![CDATA[Locale / Globale]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre l’incontro previsto a Napoli lunedì 6 febbraio è stato rimandato a causa delle difficili condizioni climatiche, proseguono gli appuntamenti per approfondire i temi sollevati dal testo “La cura del vivere”, elaborato dalle femministe del “Gruppo del mercoledì”. E’ stato organizzato per sabato 18 febbraio un convegno a Milano dal titolo “Cura/lavoro: piacere e responsabilità del vivere”, promosso dalla Libera Università delle Donne, dalla Libreria delle donne di Milano, dalla rivista Leggendaria, e dall’Unione Femminile. L’iniziativa (più sotto il programma completo) si svolgerà per tutto il giorno nello spazio dell’Unione Femminile in Corso di Porta Nuova 32. Un’altra occasione di incontro è prevista a Lecce il prossimo 22. A Roma si svolgerà poi una seconda riunione aperta del Gruppo del mercoledì venerdì 24 alle ore 17,30 presso la Casa internazionale delle donne in via della Lungara. &#160; Il programma del convegno a Milano il 18 &#160; Convegno La rivoluzione possibile Cura/lavoro: piacere e responsabilità del vivere Sabato 18 febbraio 2012 Spazio dell’Unione Femminile Corso di Porta Nuova, 32 – Milano Il lavoro di cura come destino obbligato delle donne non è più l&#8217;esperienza corrente, anche se non nello stesso momento in tutte le parti del mondo. Eppure è una prospettiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre l’incontro previsto a Napoli lunedì 6 febbraio è stato rimandato a causa delle difficili condizioni climatiche, proseguono gli appuntamenti per approfondire i temi sollevati dal testo “La cura del vivere”, elaborato dalle femministe del “Gruppo del mercoledì”. E’ stato organizzato per sabato 18 febbraio un convegno a Milano dal titolo “Cura/lavoro: piacere e responsabilità del vivere”, promosso dalla Libera Università delle Donne, dalla Libreria delle donne di Milano, dalla rivista Leggendaria, e dall’Unione Femminile. L’iniziativa (più sotto il programma completo) si svolgerà per tutto il giorno nello spazio dell’Unione Femminile in Corso di Porta Nuova 32.</p>
<p>Un’altra occasione di incontro è prevista a Lecce il prossimo 22. A Roma si svolgerà poi una seconda riunione aperta del Gruppo del mercoledì venerdì 24 alle ore 17,30 presso la Casa internazionale delle donne in via della Lungara.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il programma del convegno a Milano il 18</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Convegno</p>
<p>La rivoluzione possibile Cura/lavoro: piacere e responsabilità del vivere</p>
<p>Sabato 18 febbraio 2012 Spazio dell’Unione Femminile Corso di Porta Nuova, 32 – Milano</p>
<p><em>Il lavoro di cura come destino obbligato delle donne non è più l&#8217;esperienza corrente, anche se non nello stesso momento in tutte le parti del mondo. Eppure è una prospettiva di trasformazione per tutte. E tutti. Confidiamo nel rovesciamento che si produce nel mettere la cura al centro delle relazioni tra persone e della politica. Vorremmo scommettere sulla nuova dimensione che si apre nell&#8217;esistenza, nel farne asse della vita e dell&#8217;azione<br />
.</em></p>
<p>Il pensiero delle donne: nodi problematici</p>
<p>Mattina: h.10.30 – 13.30 Coordina: Maria Grazia Campari</p>
<p>saluto di Gabriella D&#8217;Ina, consigliera dell&#8217;Unione Femminile Nazionale</p>
<p>Intervengono:</p>
<p>Discussione</p>
<p>Maria Luisa Boccia, Antonella Picchio, Maria Benvenuti, Liliana Moro</p>
<p>Quali pratiche politiche</p>
<p>Pomeriggio: h.14.30 – 17.30 Coordina: Lea Melandri</p>
<p>Intervengono:</p>
<p>Lea Melandri, Bianca Pomeranzi ,Eleonora Cirant, Nicoletta Buonapace, Giordana Masotto</p>
<p>Discussione</p>
<p>Bibliografia:</p>
<p><em>Il doppio sì. Esperienze e innovazioni</em>, a cura del Gruppo Lavoro della Libreria delle Donne di Mila- no, Milano 2008.</p>
<p>AAVV, <em>L’emancipazione malata</em>. <em>Sguardi femministi sul lavoro che cambia</em>, Edizioni Libera Universi- tà delle Donne di Milano, Milano 2010.</p>
<p><em>La cura del vivere</em>, documento del “Gruppo del mercoledì”, supplemento a “Leggendaria”, settembre 2011 reperibile in <a href="http://www.donnealtri.it/" target="_blank">www.donnealtri.it</a></p>
<p><em>Pensare la cura, curare il pensiero</em>. <em>Confronto di esperienze</em>, a cura del Gruppo <em>Donne e Scrittura</em>, Edizioni Libera Università delle Donne, Milano 2011.</p>
<p>Sottosopra <em>Immagina che il lavoro, </em>a cura del Gruppo Lavoro della Libreria delle donne di Milano, Milano ottobre 2009,        <a href="http://www.libreriadelledonne.it/news/articoli/sottosopra_ManifstoLavoro.pdf" target="_blank"> www.libreriadelledonne.it/news/articoli/sottosopra_ManifstoLavoro.pdf</a></p>
<p>il blog dell&#8217;Agorà del lavoro <a href="http://agoradellavoro.wordpress.com" target="_blank">agoradellavoro.wordpress.com</a><br />
la rubrica <em>Lavoro </em><a href=" http://www.universitadelledonne.it/lavoro_riparliamone.htm " target="_blank">www.universitadelledonne.it/lavoro_riparliamone.htm</a> della Libera Università delle Donne</p>
<p>Volumi e documenti possono essere richiesti a:</p>
<p><em>Libera Università delle Donne</em><a href="http:// universitadonne@tiscali.it" target="_blank">universitadonne@tiscali.it </a><em>Libreria delle donne </em>di Milano<a href="http://info@libreriadelledonne.it " target="_blank"> info@libreriadelledonne.it</a> , Tel 02.70006265</p>
<p>La rivoluzione possibile<br />
Cura/lavoro: piacere e responsabilità del vivere</p>
<p>Sabato 18 febbraio 2012 10.30 – 17.30 Spazio dell’Unione Femminile Corso di Porta Nuova, 32 – Milano (M2 Moscova &#8211; M3 Turati, Bus 43,94)</p>
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		<title>Un tocco di classe</title>
		<link>http://www.donnealtri.it/2012/02/un-tocco-di-classe/</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 18:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>biasarasini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie / Corsivi]]></category>
		<category><![CDATA[buonismo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>
		<category><![CDATA[posto fisso monotono]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è rilassato, Mario Monti. E con un certo compiacimento vuole educare tutti a quel tocco di classe che lo caratterizza. Perché lui non è un volgare populista che fa sognare tutti di partecipare della propria ricchezza. No, lo spiega bene il nostro nuovo premier, che chissà perché ci ostiniamo a chiamare professore, come se per questa via lo autorizzassimo a bacchettarci ex-cathedra dopo le colpevoli dissipazioni – di chi? di chi lavora? – che hanno portato alla rovina il paese. Lui non parla mai a vanvera o fuori contesto, neppure quando nomina il monotono posto fisso, tantomeno quando definisce afflitti da «buonismo sociale» i precedenti governi. Chissà perché non penso che alluda a corruzione, clientelismo comprese finte invalidità e assunzioni inutili, reciproci favori tra potenti di vario ordine e grado. Per il liberista Mario Monti buonismo sociale è tutto ciò che non è nel mercato. Insomma il welfare, quella forma imperfetta, lacunosa e sì, anche eccessivamente burocratica e sicuramente riformabile, che sostiene la faticosa esistenza quotidiana di chi vive  &#8211; o non vive – del proprio lavoro. Che sostiene la vita delle donne. È dura, non concede nulla, la visione di Monti. Una chiara e coerente visione di classe. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è rilassato, Mario Monti. E con un certo compiacimento vuole educare tutti a quel tocco di classe che lo caratterizza. Perché lui non è un volgare populista che fa sognare tutti di partecipare della propria ricchezza.</p>
<p>No, lo spiega bene il nostro nuovo premier, che chissà perché ci ostiniamo a chiamare professore, come se per questa via lo autorizzassimo a bacchettarci ex-cathedra dopo le colpevoli dissipazioni – di chi? di chi lavora? – che hanno portato alla rovina il paese. Lui non parla mai a vanvera o fuori contesto, neppure quando nomina il monotono posto fisso, tantomeno quando definisce afflitti da «buonismo sociale» i precedenti governi. Chissà perché non penso che alluda a corruzione, clientelismo comprese finte invalidità e assunzioni inutili, reciproci favori tra potenti di vario ordine e grado.</p>
<p>Per il liberista Mario Monti buonismo sociale è tutto ciò che non è nel mercato. Insomma il welfare, quella forma imperfetta, lacunosa e sì, anche eccessivamente burocratica e sicuramente riformabile, che sostiene la faticosa esistenza quotidiana di chi vive  &#8211; o non vive – del proprio lavoro. Che sostiene la vita delle donne.</p>
<p>È dura, non concede nulla, la visione di Monti. Una chiara e coerente visione di classe. Uno shock, dopo l’edonismo mediatico di Berlusconi. Uno shock necessario? Vale la pena di considerarla l’unica strada per la salvezza del nostro Paese? Possibile che le buone maniere siano diventate la sostanza della politica?</p>
<p>Vale la pena di aderire con il cuore e con l’anima, come succede non solo a quotidiani e partiti, alla rigida – sì, rigida ancorché dedita alla flessibilità delle vite altrui – e crudele visione di classe che condanna come apartheid i diritti di chi lavora? Senza nulla da dire a proposito di manager, banche, mercati? Ma si sa, la classe non è acqua.</p>
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		<title>L&#8217;orrore degli stupri, la tortura del carcere</title>
		<link>http://www.donnealtri.it/2012/02/lorrore-degli-stupri-la-tortura-del-carcere/</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 16:09:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rosa / Nero]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi ha qualche anno in più non può averlo dimenticato: il film in cui una giovane e sventata cameriera di un pub viene stuprata da tre uomini incitati con urla e schiamazzi dagli altri avventori. Per quel film (“Sotto accusa” diretto da Jonathan Kaplan) Jodie Foster meritò l’Oscar. E gli spettatori, anche i più insensibili, riconobbero un vergognoso lato di se stessi e dei propri simili guardando uno stupro di gruppo e la vigliaccheria di quanti, pur non compiendo materialmente la violenza, ne erano partecipi, complici e corresponsabili. Forse nessuno dei giudici della Terza sessione della Corte di Cassazione ama il cinema e ha visto quel film. Forse nessuno ha mai guardato negli occhi una donna vittima di un “branco” di maschi. Altrimenti non avrebbe potuto equiparare la violenza di gruppo allo stupro individuale. Certo, come dice Giulia Buongiorno, è difficile fare una classifica degli orrori. Ma la giustizia dei tribunali è fatta di aggravanti e di attenuanti e ogni decisione in merito assume una valenza simbolica e culturale. Per questo, io credo, donne di età e di mondi diversi si sono indignate per la sentenza che lascia decidere al giudice caso per caso se consegnare gli imputati di stupro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi ha qualche anno in più non può averlo dimenticato: il film in cui una giovane e sventata cameriera di un pub viene stuprata da tre uomini incitati con urla e schiamazzi dagli altri avventori. Per quel film (“Sotto accusa” diretto da Jonathan Kaplan) Jodie Foster meritò l’Oscar. E gli spettatori, anche i più insensibili, riconobbero un vergognoso lato di se stessi e dei propri simili guardando uno stupro di gruppo e la vigliaccheria di quanti, pur non compiendo materialmente la violenza, ne erano partecipi, complici e corresponsabili.</p>
<p>Forse nessuno dei giudici della Terza sessione della Corte di Cassazione ama il cinema e ha visto quel film. Forse nessuno ha mai guardato negli occhi una donna vittima di un “branco” di maschi. Altrimenti non avrebbe potuto equiparare la violenza di gruppo allo stupro individuale. Certo, come dice Giulia Buongiorno, è difficile fare una classifica degli orrori. Ma la giustizia dei tribunali è fatta di aggravanti e di attenuanti e ogni decisione in merito assume una valenza simbolica e culturale.</p>
<p>Per questo, io credo, donne di età e di mondi diversi si sono indignate per la sentenza che lascia decidere al giudice caso per caso se consegnare gli imputati di stupro alla custodia cautelare in carcere o adottare altre misure. La Cassazione si rifa a una precedente decisione della Corte Costituzionale che attenuava le disposizioni di una legge, scritta sull’onda dello stupro della Caffarella, secondo la quale non potevano esserci arresti domiciliari per gli imputati di reato sessuale. Vuol dire che lo stupro, per di più di gruppo, vale meno di un delitto di mafia? Questo si chiedono le donne. Vuol dire che i giudici lo considerano un reato minore? Che non capiscono che la violenza sulle donne è un’emergenza sociale come la criminalità organizzata?</p>
<p>Su Facebook sono questi i post che si susseguono, mentre si annunciano lettere e petizioni. Loredana Lipperini pubblica sul suo blog il monologo di Franca Rame sullo stupro, quel recital-testimonianza, trasmesso dalla Rai in una puntata di “Fantastico” nel 1988, che fece emozionare mezza Italia. Anche i giornali non rinunciano alla titolazione a effetto lasciando credere che non ci sia più carcere per gli stupratori, anche se condannati.</p>
<p>Infatti, non c’è solo la questione simbolica. Si sta parlando di imputati, di uomini dei quali non è ancora stata processualmente confermata la colpa. Si sta parlando di carcerazione preventiva. Siamo proprio sicure, noi donne soprattutto, di volerla a tutti i costi? Siamo certe che debba essere sempre e comunque la galera a sancire la gravità dell’offesa che abbiamo subito? Viviamo in un paese dove più di un terzo dei detenuti sono in attesa di giudizio e dove le condizioni di carcerazione sono da tutti definite inumane. Vogliamo davvero che sia obbligatorio per tutti gli imputati di reati sessuali attendere il processo in carcere?</p>
<p>Ma, si obietta, non si possono usare due pesi e due misure: se si va in prigione per una qualsiasi rissa fuori da una discoteca, o per qualche grammo di droga, perché dovrebbe beneficiare dei domiciliari chi è accusato di violenza sessuale? Giusto. Ma forse siamo abbastanza forti e mature per chiedere per tutti un uso più saggio del carcere preventivo.</p>
<p>Trent’anni fa, quando ci siamo battute perché la violenza sessuale fosse considerato un reato contro la persona e non, come prevedeva la legge di allora, contro la morale, sostenevamo che non era l’entità della pena che ci interessava. Piuttosto l’affermazione di un principio, di un valore. Quello dell’inviolabilità del nostro corpo. E quindi della nostra psiche, della nostra anima. Perciò, fatte salve le ragioni della sicurezza, soprattutto da noi dovrebbe venire  un grande rispetto per il corpo degli altri. Compresi gli imputati.</p>
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