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	<title>DeA</title>
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	<description>donne e altri</description>
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		<title>Maschi violenti, ma io (uomo) che c&#8217;entro?</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 14:16:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rosa / Nero]]></category>

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		<description><![CDATA[Che c’entro io che sono un essere sessuato al maschile con l’uomo che aggredisce, stupra, uccide una donna? È Gianpiero Mughini, egocentrico di grande vivacità intellettuale, a porre (su notizie.tiscali.it/socialnews) la domanda (retorica). Lui, i nostri padri, fratelli, amanti, fidanzati, mariti, figli non c’entrano nulla. Loro non picchiano, non molestano, non stuprano, non uccidono le donne. Vero. Tuttavia la brutalità senza confini, la guerra mai finita tra i due sessi sembra raddoppiare in intensità. Appunto per questo, la violenza contro le donne produce un’ennesima spinta a “fare”. Appelli, migliaia di adesioni su “La Repubblica” mentre il blog “la 27esima ora” del “Corriere della Sera” parla di “emergenza nazionale” e inizia un’inchiesta sui centri antiviolenza. Di soluzioni a portata di mano non ce ne sono. Però il femminismo ha accumulato sapere. L’ha messo a disposizione. Peccato che ogni volta sembra di ricominciare daccapo. Per esempio Snoq accredita l’idea che il movimento delle donne nasca qui e ora. Viene aggiunto un “neo” (al femminismo) e il gioco è fatto. Niente radici; nessuna storia. Oppure, uno striscione recita “Usciamo dal silenzio”: evidentemente, fino a quel momento il sesso femminile stava chiuso nelle catacombe. Peccato! Quando una comunità chiude con la memoria, finisce per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che c’entro io che sono un essere sessuato al maschile con l’uomo che aggredisce, stupra, uccide una donna? È Gianpiero Mughini, egocentrico di grande vivacità intellettuale, a porre (su <a href="http://notizie.tiscali.it/socialnews/Mughini/3333/articoli/Se-un-uomo-massacra-una-donna-tutti-gli-uomini-sono-egualmente-colpevoli.html" target="_blank">notizie.tiscali.it/socialnews</a>) la domanda (retorica). Lui, i nostri padri, fratelli, amanti, fidanzati, mariti, figli non c’entrano nulla. Loro non picchiano, non molestano, non stuprano, non uccidono le donne.</p>
<p>Vero. Tuttavia la brutalità senza confini, la guerra mai finita tra i due sessi sembra raddoppiare in intensità. Appunto per questo, la violenza contro le donne produce un’ennesima spinta a “fare”. Appelli, migliaia di adesioni su “<em>La Repubblica</em>” mentre il blog “<a href="http://27esimaora.corriere.it/articolo/il-silenzio-delle-donne-normali/" target="_blank">la 27esima ora</a>” del “<em>Corriere della Sera</em>” parla di “emergenza nazionale” e inizia un’inchiesta sui centri antiviolenza.</p>
<p>Di soluzioni a portata di mano non ce ne sono. Però il femminismo ha accumulato sapere. L’ha messo a disposizione. Peccato che ogni volta sembra di ricominciare daccapo. Per esempio Snoq accredita l’idea che il movimento delle donne nasca qui e ora. Viene aggiunto un “neo” (al femminismo) e il gioco è fatto. Niente radici; nessuna storia. Oppure, uno striscione recita “Usciamo dal silenzio”: evidentemente, fino a quel momento il sesso femminile stava chiuso nelle catacombe. Peccato! Quando una comunità chiude con la memoria, finisce per chiudersi in se stessa.</p>
<p>Pure gli uomini, nonostante eccezioni importanti, sono poco attenti. Rifiutano (Mughini docet) l’idea di un “continuum” connaturato all’essere maschile. Gli basta mettere una firma. Scrivono (Roberto Saviano): “Basta con la macelleria” e stop. Non è un gran gesto. Avete mai sentito qualcuno che ammetta pubblicamente, in un’aula universitaria, in un dibattito filosofico, in una riunione di redazione: Sono per la violenza?</p>
<p>Tanto per rimettere un po’ d’ordine in questa assenza di storia, lo statuto della donna vittima venne rifiutato (dalle donne) negli anni Settanta. Dissero “Riprendiamoci la notte” e si ripresero la libertà di nominare il proprio desiderio.</p>
<p>Fu allora che lo stupro, gli atti contro l’integrità femminile, allargati alle ingiustizie contro le donne assunsero un connotato preciso della violenza legata alla sessualità maschile. Un attentato, non solo materiale ma simbolico, contro il corpo e la mente femminile.</p>
<p>Fino a quel momento il corpo delle donne era stato trattato come un mezzo, una proprietà, una merce di scambio. Fino a quel momento agli occhi dei due sessi appariva immutabile una umanità gerarchizzata dal punto di vista biologico, economico, sociale. Non fu più così.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   Ma la questione non è regolata e risolta una volta per tutte. Magari con una legge. Oppure con un film o con un libro.  Per questo bene che il discorso ritorni sull’eccidio delle donne, che ci sia scandalo: oggi, diversamente dal passato. Ma lo scandalo non esaurisce la questione posta da Mughini e probabilmente da molti uomini di buona volontà: “Io che c’entro?”</p>
<p>Intanto, i media spiegano questi gesti di massacro con il “dramma della gelosia”, “la disperazione dell’abbandono”, “la crisi economica, la disoccupazione, la depressione”. Strade giornalistiche sbrigative, semplificate  (anche se siamo in debito con la carta stampata. Con le testate femminili specialmente e i quotidiani che pure saltano sul tema per condurre vere e proprie campagne): aiuta a creare un’opinione pubblica più sensibile, più attenta. </p>
<p>Tuttavia quel “continuum” connaturato all’essere maschile è sempre lì. Non lo vede l’opinione pubblica, i media. Il massacro non sparisce dall’orizzonte umano. Proprio perché c’è di mezzo la sessualità maschile. “La violenza sulle donne ci riguarda” (hanno riconosciuto in un testo gli uomini di Maschileplurale”). </p>
<p>Sono pochi, sempre gli stessi? Certo, sarebbe bello che il sesso maschile, gli intellettuali, i seri politici che firmano appelli (Bersani, etc.), quelli che frequentano luoghi pubblici, si interrogassero sulla libertà femminile e sui terribili sconquassi che provoca la perdita storica della supremazia degli uomini. Il risentimento e la volontà di ristabilire una gerarchia maschile-femminile  costitutiva di un ordine e di un mondo sta sempre in agguato. In quell’ordine e in quel mondo le donne cuocevano le torte e gli uomini andavano alla guerra. Ma quei tempi non torneranno; sono irrimediabilmente perduti. </p>
<p>Però gli uomini dovrebbero nominare i sentimenti che gli suscita la fine di un legame, dell’amore (alcuni già lo fanno, nelle scuole, nelle associazioni, nei luoghi politici delle donne): quella sorta di angoscia machista unita alla minaccia della propria svirilizzazione che deriva, appunto, dalla ferita dell’abbandono.</p>
<p>Vero è che le relazioni tra i sessi sono molto diverse dal passato. Ma gli uomini hanno ancora molta strada da percorrere. Non per ritrovare un’innocenza perduta ma per costruire una virilità che non sia forzatamente dominatrice. Che sappia ascoltare, avvalersi del pensiero femminile e non soltanto comportarsi in modo “civile”.</p>
<p>L’amica Fulvia Bandoli che ha scritto una lettera (<a href="http://www.donnealtri.it/2012/05/femminicidi-domande-agli-uomini/" target="_blank">su DeA</a>) ai suoi compagni di Sel, immagina che debbano essere loro a prenderela parola. Vendola, Migliore, Giordano per caso si sono assunti la violenza sessuale come un loro problema? Oppure Fulvia si riferisce a quanti, dentro Sel, di potere gerarchico non ne hanno? Ma allora, dovrebbe dire qualcosa di più sul modo di funzionare delle relazioni tra i due sessi lì dentro, e se sia possibile modificarle, cambiarle sul serio. Soprattutto, se qualcuno – non solo donne di buona volontà – ha voglia di scommettere su un simile progetto.</p>
<p>Quanto a Mughini, chi di noi – donna &#8211; crede siano possibili delle relazioni tra i sessi (e non un separatismo di maniera, arretrato e inefficace), sa che le relazioni tra i due sessi devono cambiare, che non sono pacificate ma conflittuali. Soprattutto, sa che sulla violenza sessuale spetta agli uomini l’onere della prova.</p>
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		<title>I capelli bianchi e il diritto di amarsi</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 14:06:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reale / Virtuale]]></category>

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		<description><![CDATA[All’ inizio qualcuna aveva suggerito come titolo del libro “Vita da lesbica”, secco, un po’ brutale e capace di attirare lo sterminato popolo dei guardoni. Ma è più bello “La vera storia dei miei capelli bianchi”, con in copertina le due figurine femminili che pedalano in tandem. Si tratta infatti della vera storia di Paola Concia fino ad oggi, cioè poco più che all’inizio. Paola che ha una faccia da ragazza, il rossetto rosso vivo e i capelli bianchi. Senza Maria Teresa Meli però il libro non ci sarebbe stato, e non solo perché Meli è una giornalista, (dichiaratamente etero), che sa maneggiare la scrittura, ma soprattutto perché alla storia di Paola si è appassionata. Se nasci ad Avezzano, ultima di quattro figli, con genitori amorosi e cattolicissimi, se diventi una mezza campionessa di tennis e campi insegnandolo, se sposi un tuo allievo, un medico buono e gentile, ti separi, ti trasferisci a Roma e poi ti ritrovi deputata della repubblica, anzi l’unica parlamentare lesbica dichiarata nonché moglie di una psicologa tedesca, c’è di che raccontare e di che leggere. L’onorevole Concia ha pensato che denudare la propria storia in pubblico senza troppi ghirigori fosse un buon modo di aiutare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All’ inizio qualcuna aveva suggerito come titolo del libro “Vita da lesbica”, secco, un po’ brutale e capace di attirare lo sterminato popolo dei guardoni. Ma è più bello “La vera storia dei miei capelli bianchi”, con in copertina le due figurine femminili che pedalano in tandem. Si tratta infatti della vera storia di Paola Concia fino ad oggi, cioè poco più che all’inizio. Paola che ha una faccia da ragazza, il rossetto rosso vivo e i capelli bianchi.</p>
<p>Senza Maria Teresa Meli però il libro non ci sarebbe stato, e non solo perché Meli è una giornalista, (dichiaratamente etero), che sa maneggiare la scrittura, ma soprattutto perché alla storia di Paola si è appassionata. Se nasci ad Avezzano, ultima di quattro figli, con genitori amorosi e cattolicissimi, se diventi una mezza campionessa di tennis e campi insegnandolo, se sposi un tuo allievo, un medico buono e gentile, ti separi, ti trasferisci a Roma e poi ti ritrovi deputata della repubblica, anzi l’unica parlamentare lesbica dichiarata nonché moglie di una psicologa tedesca, c’è di che raccontare e di che leggere.</p>
<p>L’onorevole Concia ha pensato che denudare la propria storia in pubblico senza troppi ghirigori fosse un buon modo di aiutare ragazze e ragazzi che si scoprono omosessuali ad accettarsi e a vivere la propria natura. E  che fosse utile ai tanti che dicono “Io omofobo? Ma come, ho tanti amici omosessuali!” ripercorrere il cammino di quella ragazzina abruzzese che ha disperatamente cercato di diventare “normale”. Fino a scoprire che “è quando si cerca di creare un ordine fittizio che si produce il disordine”.</p>
<p>In realtà l’attrazione per le donne Paola l’aveva provata molto presto. “Mentre mio padre forgiava ai valori dell’Azione  cattolica Gianni Letta, io appena andai a scuola mi innamorai di una suora delle Pie filippine”, anche se ai tempi  non ci fu nulla di erotico. Fu molto più tardi che si insinuò il desiderio. Di Giulia, che era più grande e che l’abbracciò nuda e intirizzita sulla spiaggia dopo un bagno notturno. A quell’amore ne seguirono altri, ancora clandestini. “Sentivo il peso della mia doppiezza. E il gravame di un assurdo senso di colpa, duplice anch’esso: per essere quella che ero e, nello stesso tempo, per non riuscire a esserlo apertamente”.</p>
<p>Ad aiutare Paola c’è però  una madre capace di ascoltare, anche se morirà troppo presto, prima che la figlia decida di svelarsi. E ci sono le nuove madri del femminismo incontrate a Roma al circolo Virginia Woolf. E c’è anche il Pci a cui si era iscritta ragazza, per sentirsi come gli altri coetanei impegnati a sinistra. La politica però diviene passione più tardi, quando il Pci diventa DS e poi PD e Paola ha lasciato l’Abruzzo e iniziato la sua vita romana.</p>
<p>Ma il passo del <em>coming out</em> è ancora da fare. Quando accade il partito, anche se pavido e paralizzato di fronte alla questione omosessuale, non si scandalizza. Più difficile è in Abruzzo, con i fratelli, la sorella, il padre. Ed è nella seconda parte del libro, nel “racconto della Paola che emerge alla luce del sole, dopo essersi riconciliata con se stessa” che scopriamo come la vita di partito, ancorché di sinistra, non sia facile per una lesbica combattiva. Far approvare i Pacs nel programma dei DS e vederli scomparire in quello dell’Unione. La farsa dei Dico che “si perdono nei meandri del Senato”. La strumentalità della politica spicciola, il PD che accantona il confronto sui temi delle libertà per non esacerbare le contraddizioni con il mondo cattolico (un partito, dice Paola, che non mi contrasta e neppure mi aiuta).</p>
<p>Quando nel 2008 diventa deputata, malvista dalle stesse associazioni omosessuali che si sentono defraudate dal monopolio della rappresentanza gay, Concia gioca in proprio. Dialoga con Mara Carfagna per la legge contro l’omofobia (ma saranno sconfitte). Riesce a inimicarsi mezza sinistra andando a Casa Pound, partecipa alle trasmissioni tv più popolari, fa amicizia con Barbara D’Urso e balla il <em>Waka Waka</em> da Maria De Filippi. Instancabile, scorretta, pragmatica, a volte eccessiva.</p>
<p>Nel libro il matrimonio con Ricarda a Francoforte rappresenta il lieto fine. Evento pubblico, per dire: vedete, in Germania si può. Ma vissuto con la stessa trepidazione di ogni sposa “normale”, che si commuove ascoltando la lettera del padre ottantenne: “quello che voglio dirvi è che né a me né ad altri dovete rendere conto, solo l’una all’altra. Perché il diritto di amarvi è scritto più in cielo che in terra..”.</p>
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		<title>&#8220;L&#8217;invenzione della virilità&#8221;, due incontri a Roma</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 22:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reale / Virtuale]]></category>

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		<description><![CDATA[Due occasioni per discutere a Roma del libro di Sandro Bellassai, dell’Università di Bologna e dell’associazione Maschileplurale, “L’invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell’Italia contemporanea”, edito da Carocci. La prima Giovedì 17 maggio alle ore 18 presso il caffè letterario della Casa internazionale delle donne, in via della Lungara, con la partecipazione di Maria Luisa Boccia e Emanuel Betta , insieme all’autore. La seconda sabato 19 maggio 2012, alle ore 18  al Circolo PRC Torpignattara Casa del Popolo, via B. Bordoni, 50. Con   Sandro Bellassai  interverranno  Paolo Ferrero (Segretario Nazionale PRC)  Alberto Leiss (giornalista)  Pasquale Voza (Università di Bari). A seguire la presentazione del documentario  ”Alla ricerca del libero transito” di Andrea Searle Villaroel: ne discutono insieme all&#8217;autrice Annamaria Rivera (antropologa) e  Stefano Galieni (responsabile nazionale Immigrazione di  Rifondazione Comunista). Al termine cena e ”Omaggio a Maria Rosa Vasquez” musica latino-americana. Segnala su Facebook]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due occasioni per discutere a Roma del libro di Sandro Bellassai, dell’Università di Bologna e dell’associazione Maschileplurale, “L’invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell’Italia contemporanea”, edito da Carocci.</p>
<p>La prima Giovedì 17 maggio alle ore 18 presso il caffè letterario della Casa internazionale delle donne, in via della Lungara, con la partecipazione di Maria Luisa Boccia e Emanuel Betta , insieme all’autore.</p>
<p>La seconda<strong> </strong>sabato 19 maggio 2012, alle ore 18  al Circolo PRC Torpignattara Casa del Popolo, via B. Bordoni, 50. Con   Sandro Bellassai  interverranno  Paolo Ferrero (Segretario Nazionale PRC)  Alberto Leiss (giornalista)  Pasquale Voza (Università di Bari).</p>
<p>A seguire la presentazione del documentario  ”Alla ricerca del libero transito” di Andrea Searle Villaroel: ne discutono insieme all&#8217;autrice Annamaria Rivera (antropologa) e  Stefano Galieni (responsabile nazionale Immigrazione di  Rifondazione Comunista). Al termine cena e ”Omaggio a Maria Rosa Vasquez” musica latino-americana.</p>
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		<title>Situazione inquietante, ma eccellente</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 14:02:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cura del vivere]]></category>
		<category><![CDATA[Locale / Globale]]></category>
		<category><![CDATA[cgil]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>

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		<description><![CDATA[ L’andamento del voto in Europa e in Italia, pur con tutti gli elementi drammatici che evidenzia, il diffondersi sempre più largo di un senso comune – anche in ambienti del tutto inseriti nell’establishment del potere economico e politico &#8211; che le cose non possono più andare avanti in questo modo, da noi e nel mondo, mi hanno indotto a pensare-sentire di non aver sbagliato, tempo fa, a azzardare il giudizio: con la crisi &#8211; questa crisi e in questo tempo &#8211; aumenta la “confusione sotto il cielo” e la situazione “è eccellente”. Ma, anche per il fatto di essere genovese, a riproporre questo pensiero-sensazione mi ha fatto poi esitare il riaffacciarsi della violenza terroristica, proprio nella mia città, che dalla nascita delle Br fino alla “macelleria” del G8 2001 è stata un luogo simbolico centrale del ruolo nefasto della violenza politica (tale giudico, pur con le dovute distinzioni, quella esercitata allora dalle forze di polizia dello stato). Una prospettiva inquietante. Tuttavia due cose mi hanno rimotivato. Una discussione a cui ho partecipato a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, sul tema della “cura del vivere”. E il testo, che ho appena letto, di Luisa Muraro sulla violenza (“Dio è violent”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> L’andamento del voto in Europa e in Italia, pur con tutti gli elementi drammatici che evidenzia, il diffondersi sempre più largo di un senso comune – anche in ambienti del tutto inseriti nell’establishment del potere economico e politico &#8211; che le cose non possono più andare avanti in questo modo, da noi e nel mondo, mi hanno indotto a pensare-sentire di non aver sbagliato, tempo fa, a azzardare il giudizio: con la crisi &#8211; questa crisi e in questo tempo &#8211; aumenta la “confusione sotto il cielo” e la situazione “è eccellente”.</p>
<p>Ma, anche per il fatto di essere genovese, a riproporre questo pensiero-sensazione mi ha fatto poi esitare il riaffacciarsi della violenza terroristica, proprio nella mia città, che dalla nascita delle Br fino alla “macelleria” del G8 2001 è stata un luogo simbolico centrale del ruolo nefasto della violenza politica (tale giudico, pur con le dovute distinzioni, quella esercitata allora dalle forze di polizia dello stato). Una prospettiva inquietante.</p>
<p>Tuttavia due cose mi hanno rimotivato. Una discussione a cui ho partecipato a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, sul tema della “cura del vivere”. E il testo, che ho appena letto, di Luisa Muraro sulla violenza (“Dio è violent”, edito da nottetempo).</p>
<p>Su questo testo, che in realtà dice tanto sull’esigenza di una politica radicalmente diversa, mi auguro che si discuterà molto e in modo molto approfondito. Soprattutto da parte di noi uomini, che finora della violenza politica siamo stati e restiamo “virilmente”, cioè simbolicamente e fattualmente responsabili (e una violenza virile  “politica” considero anche quella – di cui ora molto si discute e che si cita nel libro – esercitata dai maschi contro le donne). Mi limito qui a rilevare la magistrale tempestività dell’analisi di Muraro.</p>
<p>La discussione a Correggio è stata voluta soprattutto da alcune donne e un uomo (oltre a me che ho volentieri accettato l’invito). Letizia Paolozzi, tra le autrici del testo “La cura del vivere”, Clelia Mori e il gruppo “6donna” di Reggio Emilia, Ramona Campari, della Cgil di Reggio, e Renzo Giannoccolo, coordinatore Cgil della zona di Correggio.</p>
<p>Parlando verso la fine della riunione Letizia ha detto che era stato quasi un “paradiso” per il clima e le cose dette tra donne e uomini (che erano molti e in prima fila nella sala, piena, di una casa adibita a residenza per anziani che viene utilizzata anche per scopi sociali: fuori, sotto un tendone, non mancavano gnocchi fritti e ottimo lambrusco…). E dopo, nei commenti tra noi, improvvisamente ha osservato: “qualcosa è cambiato davvero”.</p>
<p>Anch’io ho avuto la sensazione di un mutamento positivo, di un segnale. Non per caso l’incontro promosso dalla Cgil era stato preceduto, sempre a Reggio, da una discussione sulla cura organizzata da “6donna” con Letizia. Ho visto in questa come in altre occasioni che il gesto di rovesciare simbolicamente la parola “cura” da una condanna oblativa subita dalle donne a un vissuto indispensabile per assicurare il vivere di tutti entra in risonanza nella testa sia delle donne, sia degli uomini. Le donne – spesso sono donne che hanno vissuto o che comunque conoscono la reazione del femminismo e dell’emancipazionismo alla “condanna domestica” avvenuta molti anni fa – si reimpossessano di scelte relazionali di vita che comunque hanno continuato e continuano a fare in ottiche diverse da quelle tradizionali (patriarcali). Gli uomini con più frequenza che in passato riconoscono il “difetto di cura” che distorce le loro vite e quelle di chi hanno vicino. Per non dire di quanto stia andando a rotoli un mondo così maschilmente configurato e afflitto da “incuria”. La parola “cura” diventa quindi una leva per cogliere immediatamente quanto non sia più sopportabile la scissione tra vita e lavoro, tra produzione e riproduzione, tra pubblico e privato. Tra ciò che è o non è considerato essere “politica”.</p>
<p>Lo ha detto con grande semplicità Renzo, il sindacalista della Cgil che ha contribuito con Ramona a organizzare il ciclo sul tema “donne nella crisi” al cui interno si è svolto il nostro incontro.<br />
Ha ricordato un padre tutto preso dalla sua attività politica pubblica, e una madre affettuosa che però, “parlando di politica e di sindacato”  gli ha fatto efficacemente notare come il ruolo degli uomini avesse costretto a rinunce pesanti lei e tante altre donne. Renzo dice di dovere a questo insegnamento materno il suo cercare di fare il sindacalista in modo diverso. “Molti uomini – aggiunge – non sanno dire grazie a una donna”.</p>
<p>Un altro uomo – mi è sfuggito il nome – ha detto chiaramente che l’elaborazione prodotta dai gruppi femministi deve “diventare patrimonio di tutti” poiché è decisivo per migliorare la “condizione umana”. In particolare, in un contesto di impegno sindacale, rompere l’attuale organizzazione del lavoro condizionata solo dalle logiche del mercato.</p>
<p>Questo discorso – come aveva ricordato aprendo Ramona – avviene in una zona d’Italia dove l’occupazione femminile era giunta al 60% (i famosi obiettivi europei di Lisbona: ora però è già calata di 4 punti) e i servizi sociali – a partire da quelli per l’infanzia – sono estesi e famosi per la qualità in tutto il mondo. Con la crisi tutto questo viene messo in discussione.  Da qui la ricerca di idee e parole nuove anche per rilanciare con efficacia l’iniziativa sindacale e politica.</p>
<p>Naturalmente ai sindacalisti della Cgil interessano anche “obiettivi concreti”. Per esempio battersi per il riconoscimento di contributi figurativi per gli anni spesi nella cura di figli e genitori anziani, per le donne, e per gli uomini che si disponessero finalmente a farlo. Mettere al centro della contrattazione – cosa finora non avvenuta – un nuovo modello di organizzazione del lavoro. Oggi si assiste al paradosso che alle donne viene chiesto contemporaneamente di tornare a occuparsi della casa per via dei tagli al welfare e di lavorare molto di più prima di andare in pensione. Per Ramona un lavoro retribuito resta comunque “base della nostra autonomia”. Per altre non è più quello il punto.</p>
<p>Tutte e tutti, alla fine, condividevano che bisogna ribellarsi alla condizione attuale. Agire i conflitti necessari. E farlo con intelligenza.</p>
<p>Con cura?</p>
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		<title>Femminicidi, domande agli uomini</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 00:38:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rosa / Nero]]></category>

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		<description><![CDATA[Si torna a discutere di violenza sulle donne e di femminicidi. Un appello di SNOQ invita a firmare e a mobilitarsi. Ma per gli uomini può essere sufficiente mettere una firma, parteciipare a una manifestazione? Pubblichiamo una lettera aperta di Fulvia Bandoli agli uomiini del suo partito (Sel), ma che potrebbe essere indirizzata a tutti i maschi. Segnaliamo inoltre gli interventi di Lea Melandri sul settimanale Gli Altri e sul blog la 27sima Ora (Contro la violenza alle donne le firme non bastano)  e di Luisa Muraro (ripreso da Marina Terragni sul suo blog: Da dove nasce l&#8217;odio maschile per le donne, in cui tra l&#8217;altro si critica un articolo di Massimo Recalcati apparso su Repubblica con il titolo Quel maschio fragile che non accetta limiti.  Ci sembra interessante anche il Rap composto e messo in rete da Mirko Kiave, rapper cosentino. &#160; Lettera aperta a tutti gli uomini del mio partito Se ne parla tanto sulla Rete, lo leggiamo sui giornali e la tv ce ne da notizia, anche se nei mezzi di informazione spesso l’uccisione di una donna da parte del suo compagno viene presentata come il gesto disperato di un uomo abbandonato, un dramma della gelosia. Promuoviamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Si torna a discutere di violenza sulle donne e di femminicidi. Un <a href="http://www.senonoraquando.eu/?p=9748" target="_blank">appello di SNOQ</a> invita a firmare e a mobilitarsi. Ma per gli uomini può essere sufficiente mettere una firma, parteciipare a una manifestazione? Pubblichiamo una lettera aperta di Fulvia Bandoli agli uomiini del suo partito (Sel), ma che potrebbe essere indirizzata a tutti i maschi. Segnaliamo inoltre gli interventi di Lea Melandri sul settimanale Gli Altri e sul blog la 27sima Ora (<a href="http://www.glialtrionline.it/2012/05/10/lappello-di-snoq-contro-la-violenza-sulle-donneattente-le-firme-non-bastano/" target="_blank">Contro la violenza alle donne le firme non bastano</a>)  e di Luisa Muraro (ripreso da Marina Terragni sul suo blog:<a href="http://blog.iodonna.it/marina-terragni/2012/05/09/da-dove-nasce-lodio-maschile-per-le-donne-di-luisa-muraro/" target="_blank"> Da dove nasce l&#8217;odio maschile per le donne</a>, in cui tra l&#8217;altro si critica un articolo di Massimo Recalcati apparso su Repubblica con il titolo <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/05/05/quel-maschio-fragile-che-non-accetta-limiti.html" target="_blank">Quel maschio fragile che non accetta limiti</a>.  Ci sembra interessante anche il <a href="http://video.repubblica.it/politica/se-non-ora-quando-il-rap-contro-il-femminicidio/94834/93216" target="_blank">Rap composto e messo in rete da Mirko Kiave</a>, rapper cosentino.</em></p>
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<p>Lettera aperta a tutti gli uomini del mio partito</p>
<p>Se ne parla tanto sulla Rete, lo leggiamo sui giornali e la tv ce ne da notizia, anche se nei mezzi di informazione spesso l’uccisione di una donna da parte del suo compagno viene presentata come il gesto disperato di un uomo abbandonato, un dramma della gelosia. Promuoviamo iniziative come l’ultima dei giovani e delle giovani di Tilt molto apprezzabile e repentina. Altre e altri sono in questi giorni alle prese con l’ennesima raccolta di firme contro la violenza sulle donne e il femminicidio , sono già 130.000, ed io penso che tra poco assisteremo ad un&#8217;altra Manifestazione di moltissime donne e anche di diversi uomini. E sarà solo l’ultima di una lunga serie che da decenni si svolgono nel nostro paese su questo tema. Alcune Associazioni hanno scritto al Presidente della Repubblica. Ma sull’efficacia  di queste pratiche nutro dubbi seri, perché una firma non si nega a nessuno su un dramma tanto forte, salvo poi tornare il giorno dopo sui giornali e nelle tv a ripetere le stesse parole, quelle parole che non raccontano nulla del perché una donna che liberamente sceglie di mettere fine ad una storia d’amore debba pagare prezzi altissimi e tante, troppe volte, con la sua vita, quelle parole che tacciono soprattutto sul perché tanti , troppi uomini ,decidano di uccidere una donna che con la sua scelta fa un gesto di liberta’. Io so da tempo che la libertà femminile, grazie a molte lotte e al pensiero femminista, è venuta al mondo ma sono attonita di fronte al fatto che solo pochissimi uomini ne abbiano preso coscienza o atto. Alcuni anni fa un gruppo di donne promosse una manifestazione che aveva come titolo “Usciamo dal silenzio” e io mi stupii perché mi pareva guardando la storia del movimento femminile e femminista che le donne  non avessero mai smesso di parlare. Sono convinta che ad uscire dal silenzio secolare nel quale si nascondono debbano piuttosto essere gli uomini, e non lo si fa sicuramente affiancandosi alle donne e alle loro manifestazioni. Ci vuole altro ed è di questo altro che vorrei parlarvi brevemente. Alcuni o molti di voi scrivono spesso sulle morti sul lavoro, promuovono dibattiti e si interessano alle leggi che potrebbero meglio tutelare la sicurezza dei lavoratori. Sulla violenza verso le donne le leggi ci sono, dunque non credo ne servano altre. Magari servirebbe non togliere i fondi ai Centri antiviolenza attivi in tante città ( cosa che invece viene fatta anche da questo governo e da vari Comuni e Regioni) e che non si occupano solo di assistere le vittime della violenza ma anche di lavorare nelle scuole con i bambini e i ragazzi perchè cresca in loro un solido rispetto della libertà femminile e il riconoscimento pieno della differenza sessuale. Ma solo questo non può bastare. Se è vero che non tutti gli uomini sono violenti con le donne è altrettanto vero che sono sempre uomini quelli che uccidono un numero sempre più grande di donne. Dunque sono gli uomini che devono uscire dal silenzio, e voi che siete impegnati a diverso titolo e a vari livelli in partito della Sinistra forse dovreste farlo per primi.</p>
<p>Parlarvi e parlare con altri uomini, affrontare nelle vostre relazioni personali e politiche il tema, e farlo pubblicamente in Convegni da voi organizzati, perché comincino a diventare patrimonio di tutti i vostri pensieri. Dire che non bisogna usare violenza alle donne non basta, mai frase fu più generica quando i numeri ci dicono che quella violenza sta crescendo. E io aspetto da voi, non solo dalle e dagli esperti, parole di verità, un guardarsi dentro , una sorta di processo di autocoscienza che forse le donne hanno compiuto e che voi non avete ancora iniziato. So che non è facile cominciare a parlare pubblicamente della propria sessualità, ma vi assicuro che é possibile, migliaia di donne l’hanno fatto in questo ultimo secolo, senza imbarazzo, quando si è trattato di spiegarvi la loro sessualità, o quando hanno affrontato l’ interruzione della gravidanza o la procreazione assistita. Dunque potete farlo anche voi se solo voleste. Le grandi manifestazioni possono anche servire ( a parte il fatto che io stavolta mi aspetterei, se viene fatta, una manifestazione di soli uomini con le donne sui marciapiedi per una volta a vedervi sfilare….come scrisse alcuni anni fa Saramago in un suo pezzo memorabile) ma io credo serva di più un lavoro meticoloso, continuo che gli uomini dovrebbero  fare su loro stessi, sulla loro cultura, sulla loro relazione con il proprio corpo e con quello delle donne e su quel senso malinteso di proprietà che nega alla radice qualsiasi principio di libertà. Non posso essere io a suggerirvi le forme, per essere autenticamente vostre dovrebbero nascere da voi.  Se è il simbolico una dimensione importantissima della vita e della sua rappresentazione, e io lo credo, allora è abbastanza facile capire che anche sul simbolico potreste lavorare molto. Io ho l’ingenuita’ di pensare che se sempre più uomini ( e non solo piccoli gruppi di uomini come è stato finora)  facessero della lotta alla violenza sulle donne un loro tratto distintivo, fondativo della loro vita sessuale , della politica, della cultura e delle relazioni personali qualcosa si muoverebbe. Certo in questo percorso perdereste diverse cose, una certa immunità e lo status di maschi che non devono chiedere mai e anche alcuni poteri , simboli e  luoghi comuni vecchi quanto è vecchio il genere umano. Ma guadagnereste anche cose nuove. E le guadagnerebbe la società e con essa la politica, l’informazione, la cultura del nostro paese. E noi donne forse potremmo cominciare a vivere più tranquillamente la conquista faticosa della nostra libertà. Alcune donne che frequento pensano  sia inutile rivolgersi agli uomini, cercare di sgretolare il muro dietro il quale vi nascondete da vari secoli. E forse hanno ragione. Io idealista come sono penso sempre che tutto sia possibile: chiedere la luna, camminare su Marte, e anche che gli uomini imparino la loro differenza , accettino la loro limitatezza, rinuncino alla loro onnipotenza.</p>
<p>Fulvia Bandoli</p>
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		<title>Mercoledì 23 gruppo aperto sulla cura</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 23:55:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cura del vivere]]></category>
		<category><![CDATA[Locale / Globale]]></category>
		<category><![CDATA[casa delle donne di Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[La prossima riunione del  gruppo aperto sulla cura si svolgerà Mercoledì  23 Maggio alle ore 18.00 presso la sala Caminetto della Casa internazionale delle Donne a Roma. Invitandovi a partecipare numerose e numerosi, pubblichiamo qui il resoconto della precedente riunione svoltasi il 20 aprile. 
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La prossima riunione del  gruppo aperto sulla cura si svolgerà <strong>Mercoledì </strong> <strong>23 Maggio alle ore 18.00 presso la sala Caminetto della Casa internazionale delle Donne a Roma.</strong> Invitandovi a partecipare numerose e numerosi, pubblichiamo qui il resoconto della precedente riunione svoltasi il 20 aprile.  I resoconti delle altre riunioni si trovano <a href="http://www.donnealtri.it/2012/04/rovesciare-la-cura-incontro-a-reggio-emilia/" target="_blank">qui.</a></em></p>
<p><strong>Resoconto sommario della riunione del 20 aprile 2012</strong> .</p>
<p>Non eravamo molte e molti e la discussione è proseguita su alcuni dei punti trattati anche nella precedente riunione: <strong>Letizia</strong> ha richiamato il tema discusso nella riunione precedente dell’incapacità degli uomini alla cura che sembrava essere tra noi del gruppo il giudizio prevalente, tranne Fulvia che invece accentuava la possibilità anche per gli uomini di riuscire a farlo, volendo. E si è chiesta e ci ha chiesto se come sostiene Maria la cura sia allora destino femminile inevitabile . Aggiungendo che forse dipende dalla maternità, dalla possibilità data solo alle donne di potersi  “sdoppiare”. <strong> Letizia</strong> ha poi dato conto delle varie iniziative svolte in giro per l’Italia traendone un giudizio doppio : alcune  ritengono “ La Cura del Vivere” un documento coraggioso perché tenta uno spostamento, altre invece dicono che abbiamo fatto un eccessivo panegirico sulla cura.</p>
<p><strong>Paola</strong> ha notato che gli uomini vanno nel mondo mentre le donne si tengono stretta la cura, ha anche aggiunto che la cura è asimmetrica perché uno dei soggetti è sempre dipendente ( Letizia le ha fatto notare che invece   nel maggior numero dei casi la cura è  una relazione forte e non un mero rapporto di potere).</p>
<p><strong>Maria </strong>ci ha invece letto alcuni suoi appunti sulla qualità della vita notando come tra i moltissimi indicatori di qualità non si parli mai di qualità delle relazioni che sono invece la sostanza della vita. Che la qualità delle relazioni dipende dalla comunicazione e che dalla comunicazione dipende la vita comune. Ha chiamato in causa l’umiltà e il coraggio (  per riconoscere la dipendenza da altri e altre in tanti momenti della nostra vita, e per riuscire a riconoscere ciò che riceviamo). Ha fatto l’esempio della esperienza fatta nel suo municipio quando ha tentato di ribaltare il rapporto tra amministratori e cittadini, spiegando agli amministratori quante siano le cose che ricevono dai cittadini e che dipendono dai cittadini stessi.</p>
<p><strong>Rosetta</strong> ha sollevato un tema generale : il nostro pensiero e le nostre acquisizioni ci bastano oppure abbiamo bisogno di altre legittimazioni?  Il problema è il simbolico, i maschi sono dentro un simbolico precostituito, le donne devono o stanno tentando di costruire un loro simbolico forte e questo naturalmente va ad incidere, in qualche modo a parzializzare il simbolico maschile. Dagli uomini riceviamo o un mero riconoscimento “cavalleresco”  o una richiesta di aiuto quando sono allo stremo o alla “frutta”( come è accaduto con SNOQ….noi siamo oramai inefficaci hanno detto allora alcuni…provate voi, che provino le donne perché le donne possono ancora fare qualcosa…).  Dato il nostro essere portate strutturalmente alla Cura ci accontentiamo del fatto che il mondo colga pezzi sostanziali di ciò che abbiamo detto o vogliamo altro? Ci basta che il mondo cominci a guarire?  ( ma il mondo comincia veramente a guarire hanno fatto notare altre?).</p>
<p><strong>Letizia</strong> ha riproposto un tema sul quale spesso ci siamo fermate nella discussione, la differenza o il legame tra cura e lavoro di cura, per dire che non vanno slegati, o meglio che  partire dal lavoro di cura aiuta a capire anche cosa sia veramente la Cura in tutte le sue dimensioni. Concetto sul quale alla fine mi pare si sia trovato un accordo. <strong>Fulvia </strong>che propendeva per una divisione o comunque per far vivere maggioramente la differenza tra cura e lavoro di cura ha accettato questa formulazione di letizia, sottolineando che forse allora i maschi possono arrivare alla cura e persino al lavoro di cura solo se accettano e riconoscono l’autorevolezza in materia e la mediazione femminile su questo tema.</p>
<p><strong>Bia</strong> ha rilevato come nelle grandi tradizioni sapienziali sono uomini quelli che hanno portato all’onore del mondo parole come Cura. E che non la convince l’esaltazione del femminile materno, portando alcuni esempi.  La colpisce che molti uomini nelle espressioni artistico letterarie parlino di cura. E ha messo in evidenza come moltissimi uomini anche nella politica abbiano una grande cura di se stessi, della loro immagine, del loro ruolo.  Ha inoltre rilevato che non ci possiamo aspettare alcun riconoscimento da parte degli uomini. <strong>Franca</strong> concordava su questo punto soprattutto per quel che riguarda gli uomini politici . <strong>Fulvia</strong> ha osservato che per quanto riguarda gli uomini politici si tratta di una cura assai particolare e limitata, una sorta di cura sterile,  una cura che si “cura” molto del potere e dei rapporti di forza e che non diventa da parte degli uomini quasi mai cura del vivere , del mondo e delle relazioni.</p>
<p><strong>Elettra</strong> ha detto che la divisione dei compiti e dei ruoli è stata storicamente stabilita ( agli uomini il pubblico, alle donne il domestico  privato e forse anche la cura) ma anche secondo lei gli uomini non sono affatto incapaci di curare se stessi  finalizzando questo particolare tipo di cura alla perpetuazione del loro ruolo.</p>
<p>E che per fare questo intrecciano relazioni fortissime. <strong>Fulvia</strong> ha rilevato che sono quasi sempre relazioni solo tra loro, omosessuali maschili come le ha chiamate <strong>Franca </strong>tanto tempo fa.</p>
<p><strong>Alberto</strong> ha messo un poco in discussione le cose di Rosetta, secondo lui il simbolico femminile finora costruito o in costruzione è ancora distante dall’essere passato nel mondo. Per le donne sono importanti le parole ha aggiunto, che sono alla base delle relazioni, perché sono le donne che tengono insieme il mondo. Un conto è avere in se stesse la struttura della relazione com’è per le donne, un conto è non averla com’è per gli uomini<strong>. Alberto</strong> ha anche proposto che nella prossima riunione si parta dall’analisi delle nostre personali relazioni con donne e uomini dei nostri rispettivi ambienti. E la proposta è stata da tutte accettata.</p>
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		<title>Cura della città e delle relazioni</title>
		<link>http://www.donnealtri.it/2012/05/cura-della-citta-e-delle-relazioni-2/</link>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 23:43:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cura del vivere]]></category>
		<category><![CDATA[Locale / Globale]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo due interventi di Maria Mosca alle recenti riunioni aperte del gruppo delle femministe del mercoledì di Roma, a partire dal documento "La cura del vivere".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo gli appunti di due interventi di Maria Mosca alle recenti riunioni aperte del gruppo delle femministe del mercoledì di Roma, a partire dal documento &#8220;La cura del vivere&#8221;.</em></p>
<p><strong>Il bene della città e la partecipazione</strong></p>
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<p>Nell&#8217;incontro precedente avevo condiviso il fatto che dopo l&#8217;esperienza del V. Woolf, mi era sembrato cruciale imparare a prendermi cura meglio di me e degli altri in un orizzonte di cammino interiore e  mi era venuto desiderio di prendermi cura della città in cui vivo . Rosetta mi aveva chiesto di dire come queste due esperienze potessero intersecarsi con la riflessione sulla cura che il gruppo del mercoledì ha proposto.</p>
<p>In questa occasione non parlerò della pratica della cura in ambito spirituale ma comunicherò in maniera più diffusa sulla esperienza della cura della città per cercare di capire insieme a voi se c&#8217;è una qualche possibile interrelazione.</p>
<p>Prima cercherò di dire qualcosa sugli interventi fatti dalle altre nello stesso incontro.</p>
<p>Innanzi tutto vorrei ringraziare il gruppo del mercoledì per il ribaltamento che ha proposto dal lavoro di cura al concetto di cura inteso come qualità delle relazioni in ogni ambito della vita.</p>
<p>Una rivoluzione rispetto al tipo di relazione predominante, basato prevalentemente sul potere. Tipo di relazione, questo, praticato da moltissimi uomini ma anche da donne e anche nell&#8217;ambito del lavoro di cura.</p>
<p>Condivido l&#8217;affermazione che le donne hanno un di più di Sapere sulla cura delle relazioni e un di più di Pratica in questo senso.</p>
<p>Sapienza dovuta, come qualcuna ha affermato, all&#8217;attenzione alle relazioni data nel femminismo e per avere un corpo di donna.</p>
<p>Se questo di più venga alle donne dalla natura o dalla cultura o da entrambe non possiamo dirlo scientificamente ma ne siamo convinte sulla base delle nostre esperienze. Lo sappiamo e anche io lo so.</p>
<p>E mi sembra una giusta aspirazione quella di agirle politicamente, di renderlo evidente e farlo contare. Questo non è facile ma è possibile.</p>
<p>Nella riunione precedente qualcuna ha parlato di una non comprensione e di una resistenza da parte di molte donne dinanzi alla parola cura perchè evoca immediatamente il lavoro di cura.</p>
<p>Mi sembra quindi necessario esplicitare meglio sia  cosa si intende per&#8221; cura&#8221; sia il &#8220;&#8221;di più” che attribuiamo alle donne.</p>
<p>Penso sia necessario non solo farlo ma farlo con un linguaggio il più possibile semplice e chiaro.</p>
<p>Sarebbe molto utile continuare a farlo attraverso racconti di donne nell&#8217;ambito del lavoro ( come ha cominciato a fare magistralmentre Laura nell&#8217;ambito del suo lavoro di architetta), sia nell&#8217;ambito della politica seconda.</p>
<p>Qualcuna ha osservato che tutto è stato detto sul lavoro di cura, del passaggio dalla percezione di lavoro caratterizzato da  debolezza e subalternità a valorizzazione.  Ho aggiunto che non basta valorizzare ma è necessario rovesciare, ribaltare.</p>
<p>Non sarei così sicura che per il fatto di aver detto tantissimo sul lavoro di cura non ci sia ancora tanto da dire.</p>
<p>Penso che sarebbe utile riprenderlo, rivisitarlo magari ponendo l&#8217;accento su quanto c&#8217;è di cura nel lavoro di cura ma anche quanta mancanza di cura ci sia nell&#8217;allevamento nella educazione, nella socializzazione dei figli e delle figlie. Per non parlare della mancanza di cura nelle relazioni all&#8217;interno della coppia.</p>
<p>Altre hanno osservato che la cura è stata al centro  del pensiero femminista nelle varie generazioni.</p>
<p>Anche rispetto a questo penso sarebbe utile, anzi necessario riprendere, rendere visibile questo lungo e prezioso lavoro.<br />
Mariarosa  ha parlato di un libro che distingue tra lavoro domestico, riproduzione ( che comporta la relazione e l&#8217;organizzazione) e la cura come di più , concetto considerato di difficile comprensione Mi piacerebbe condividerne la lettura.</p>
<p>Letizia ,raccontando dell&#8217;incontro di Milano oltre alla gioia per la vitalità dell&#8217;incontro ci ha detto che è riemerso il discorso della dicotomia tra donne di azione e donne di pensiero.</p>
<p>Mi sembra un modo tanto riduttivo e non veritiero di porre la questione. Sembra quasi che le donne di azione agiscano con poco pensiero alle spalle!!</p>
<p>Mi piacerebbe di più dire che ad alcune donne preferiscono  agire spostando sul piano materiale,convinte che questo significhi spostare anche sul piano del simbolico.Altre trovano più interessante agire sul piano simbolico convinte, penso, di spostare con questo anche sul piano materiale.</p>
<p>Cosa mi muove verso la cura?</p>
<p>Certamente un senso di solidarietà e di accoglienza delle persone con cui entro in relazione.La comprensione di quello che può essere utile alla loro salute fisica e mentale, la comprensione dei miei limiti e delle mie fragilità. Nella cura ci sono tantissime cose che bisognerà esplicitare. Mi spinge anche, molto, l&#8217;amore per il Bello.La cura dei luoghi dove le relazioni avvengono.</p>
<p>Oltre che nella mia casa ,l&#8217;ho fatto nei luoghi dove condividevo pratiche collettive. Quando ero nel V.Woolf rendendo accoglienti prima le stanze occupate del Governo Vecchio e poi quelle della futura Casa delle donne che oggi ci ospita grazie alla cura di tante altre donne.</p>
<p>L&#8217;ho fatto per la sede dove pratico la meditazione di consapevolezza.<br />
L&#8217;ho fatto per rendere meno triste la casa famiglia che ospita una mia nipote.</p>
<p>Lo sto facendo da 10 anni prendendomi cura della bellezza della città dove vivo, combattendo contro il degrado e l&#8217;incuria in cui versa.</p>
<p>Nel coordinamento  di 18 associazioni che ho contribuito a mettere in piedi, ci occupiamo non solo del decoro ma anche della Vivibilità della città in termini di mobilità, inquinamento acustico e ambientale. Lottiamo contro l&#8217;illegalità dilagante anche perché mettono in essere  rapporti basati sul potere, sulla prepotenza, sull&#8217;individualismo più sfrenato. Insomma prendersi cura dei mali della città e pensare come alleviarli o risolverli.</p>
<p>Ho studiato leggi, decreti, delibere che governano, anzi non governano, la bellezza e il decoro della città . Sono infinite e contraddittorie. Ho dovuto capire quali sono gli interlocutori (municipio, comune, regione, governo, belle arti, soprintendenze, Unesco): tanti e in lotta loro! Competenze che si sovrappongono e si annullano a vicenda. Un vero labirinto. Mettere in chiaro tutto questo, per capire come riorganizzare il tutto e poter quindi fare delle proposte concrete.</p>
<p>Abbiamo anche lavorato per creare una rete con altri gruppi e persone interessate. Abbiamo incontrato gli studenti che non abitano in centro ma studiano nel centro storico e lo frequentano. Tantissime associazioni, Da quella di Altra economia , a quelle che lavorano nelle periferie.  Ieri siamo stati contattati dalla facoltà di Architettura  che ci ha chiesto di collaborare ad un progetto.</p>
<p>.Vogliamo organizzare ,insieme ad altri gruppi , un grande convegno in cui proporre una Idea di città e del Governo della città.  Cose che ora mancano completamente e tutto è dominato da interessi particolari.</p>
<p>Nei gruppi associativi noto una buona capacità di cura delle relazioni anche da parte dei maschi. Ma ho il sospetto che nel lavoro di cura le cose vadano diversamente. Il conflitto è lì!</p>
<p>Un tema che mi sta particolarmente a cuore è quello della Partecipazione. Tema comune a tutte le associazioni con cui siamo entrati in contatto.</p>
<p>L&#8217;Ascolto, condizione indispensabiie per qualunque relazione , manca completamente sia da parte delle istituzione sia dei partiti.  L&#8217;ascolto è nullo. Fatiche  di Sisifo per cercare di incontrarli e di impostare un rapporto continuativo con loro . Bugie, giochetti, disinteresse, miopia.  E&#8217; stato davvero defatigante e deludente.</p>
<p>Per ottenere qualcosa abbiamo dovuto ricorrere a denunce, ricorsi, impugnative grazie alle competenze di alcuni del gruppo, messe generosamente a disposizione.</p>
<p>Mi chiedo se il tema della Partecipazione, della creazione di modalità partecipative vere, possa interessare questo gruppo.</p>
<p>Penso sarebbe utile fare una riflessione sulla relazione tra cittadine e istituzioni. Queste relazioni sono al momento rese impossibili. Sono inesistenti o pessime, malate.</p>
<p>Creare uno spazio vero, forte,della partecipazione è fondamentale per portare uno spostamento non solo sul piano materiale ma anche uno spostamento culturale grande.</p>
<p>Vorrei chiederlo  non solo come &#8221; diritto&#8221; ma come possibilità di esercitare una mia Passione.</p>
<p><strong>La qualità delle relazioni</strong></p>
<p>I nostri incontri mi hanno portato, questa settimana, a riflettere su un tema che mi pare importante. LA QUALITA’ DELLA VITA.</p>
<p>A chiedermi con più precisione cosa si intende quando se ne parla e a capire in che modo questo può collegarsi al nostro discorso sulla CURA.</p>
<p>Sono andata a guardarmi quali sono gli indicatori normalmente usati. Ce ne sono tantissimi su aspetti i più vari. Ve li leggo rapidamente perché risulta evidente di come ci si occupi di tutto tranne di ciò che ci sta a cuore: la qualità delle relazioni.</p>
<p>Facendo questa riflessione mi è apparso più chiaro che la qualità della vita significa moltissimo qualità delle relazioni e oserei dire, senza paura di esagerare, che dipende soprattutto da essa.</p>
<p>Mi è apparso in modo più chiaro che relazioni sono veramente la Sostanza della vita.</p>
<p>Ho quindi provato a chiedermi da cosa dipende la qualità delle relazioni e vorrei condividere la prima riflessione che ho fatto per capire se la ritenete di qualche utilità per il lavoro che stiamo facendo ed eventualmente come svilupparla insieme.</p>
<p>Mi è venuto da dire una cosa forse risaputa e banale ma tant&#8217;è.</p>
<p>La qualità delle relazioni  dipende dalla qualità della comunicazione a tutti i livelli in cui essa si svolge: sul piano personale sociale, politico.</p>
<p>Cosa si vuol dire comunicare?</p>
<p>Si sa, certo, che l&#8217;essere umano è un essere comunicativo. Nessun suo comportamento sfugge a questa legge. Agire o non agire, la parola o il silenzio hanno sempre un carattere comunicativo.</p>
<p>Questo vale ovviamente non solo per gli individui ma anche per i gruppi umani.</p>
<p>Dalla comunicazione dipende la vita comune.</p>
<p>Se lo si immagina come un movimento si potrebbe dire che non è un movimento unidirezionale, ma circolare, reciproco e interattivo.</p>
<p>Vuol dire al tempo stesso &#8220;donare&#8221; nel senso di rendere comune, condiviso da altri quello che si ha ( in termini di tempo, di ascolto, di competenze, di sapere). Ma vuol dire anche disporsi a propria volta a ricevere dall&#8217;altro.</p>
<p>Mi sembra anche di poter dire che questo richiede la pratica di due fondamentali virtù l&#8217;umiltà e il coraggio. Non vi spaventate! Sono consapevole che questa è un&#8217;altra parola che è stata, consumata malamente fin quasi a sparire dal nostro vocabolario ma a me pare tanto importante se intesa giustamente.</p>
<p>L&#8217;umiltà e il coraggio della coscienza e dell&#8217;ammissione di una mancanza, di un bisogno. Affermare il proprio bisogno dell&#8217;altro. Riconoscere che siamo sempre debitori debitrici e dipendenti da altri per la nostra vita.(abbiamo fatto questo nelle relazioni tra donne ogni volta che abbiamo riconosciuto il valore di altre donne, contemporanee o del passato e lo stiamo facendo qui, riconoscendo l’importanza di farlo insieme, donando e ricevendo reciprocamente). Mi è venuta in mente l&#8217;osservazione accennata da Letizia nello scorso incontro quando si chiedeva in che modo la cura avesse a che fare con la morte. Richiede la stessa umiltà e lo stesso coraggio nel riconoscere la finitezza, il limite.</p>
<p>Vorrei infine dirvi come ho trasportato questa riflessione che è nata da qui, nella mia pratica nel sociale , nella cura della città di cui vi parlato nell&#8217;altra riunione .Forse qualcuna di voi ha letto in questi giorni della vera rivoluzione che sta per essere fatta , anche se fino all&#8217;ultimo c&#8217;è da temere di nuovo il prevalere di interessi particolari sul bene comune, sul rispetto dl decoro urbano, della bellezza.</p>
<p>Nella riunione che abbiamo avuto con il Municipio, ho potuto ribaltare il principio, il pensiero diffuso tra gli amministratori che si pongono sempre come elargitori. Ho saputo esprimere con più forza che anche loro sono debitori e dipendenti da noi cittadini. Questi risultati non sarebbe stato possibile ottenerli senza una pronta, continua collaborazione tra istituzioni e cittadini. E questo mi ha dato la lucidità di chiedere non  solo regole nuove ma di rivendicare la necessità assoluta di organizzare bene la comunicazione tra noi. Come ampliarla, come evitare che diventi sfibrante, come darle priorità assoluta pena l&#8217;insignificanza della regole stesse, l&#8217;impossibilità di essere davvero custodi della cose che ci stanno a cuore.</p>
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		<title>A caccia di Grilline</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 12:19:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>monicaluongo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie / Corsivi]]></category>
		<category><![CDATA[ACTA]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
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		<category><![CDATA[Movimento 5 stelle]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi si riconosce nei Grillini? Gli esperti ancora si stanno rompendo la testa e io pure, curiosa, ho obbedito a Beppe Grillo che dava dell&#8217;idiota ai giornalisti che continuavano a chiedere il programma del Movimento 5 stelle e così sono corsa a leggerlo. Bene. Finanza, economia, energia pulita (molta), lavoro (pochino), istruzione (pochina), ma soprattutto niente che sia “sessuato”. Senza andare nel femminismo più spinto, penso a braccio: le coppie di fatto, i matrimoni gay, la fecondazione artificiale, l&#8217;aborto, la violenza (e non voglio toccare pensioni e reddito di cittadinanza), figuriamoci la differenza. Insomma, si sarebbe detto un tempo: come si declinano i Grillini, ma soprattutto le Grilline? Ho provato a digitare sul motore di ricerca quest&#8217;ultima parola, ho trovato un foto e un divertente intervento di un giovanotto postato su un forum, che domandava alle amiche “Come faccio a rimorchiare un Grillina”? Ovvero, di cosa devo parlare? Già, perché anche il rimorchio richiede un po&#8217; di istruzioni. Dove sono le donne nel movimento, c&#8217;è stata qualche dirigente, qualche candidata? Non vorrei prendermi una reprimenda da Grillo perché non sono stata attenta, ma non potendo andare a i comizi nelle città dove si è votato, mi è ancora difficile trovare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi si riconosce nei Grillini? Gli esperti ancora si stanno rompendo la testa e io pure, curiosa, ho obbedito a Beppe Grillo che dava dell&#8217;idiota ai giornalisti che continuavano a chiedere il programma del Movimento 5 stelle e così sono corsa a leggerlo. Bene. Finanza, economia, energia pulita (molta), lavoro (pochino), istruzione (pochina), ma soprattutto niente che sia “sessuato”. Senza andare nel femminismo più spinto, penso a braccio: le coppie di fatto, i matrimoni gay, la fecondazione artificiale, l&#8217;aborto, la violenza (e non voglio toccare pensioni e reddito di cittadinanza), figuriamoci la differenza. Insomma, si sarebbe detto un tempo: come si declinano i Grillini, ma soprattutto le Grilline?</p>
<p>Ho provato a digitare sul motore di ricerca quest&#8217;ultima parola, ho trovato un foto e un divertente intervento di un giovanotto postato su un forum, che domandava alle amiche “Come faccio a rimorchiare un Grillina”? Ovvero, di cosa devo parlare? Già, perché anche il rimorchio richiede un po&#8217; di istruzioni. Dove sono le donne nel movimento, c&#8217;è stata qualche dirigente, qualche candidata? Non vorrei prendermi una reprimenda da Grillo perché non sono stata attenta, ma non potendo andare a i comizi nelle città dove si è votato, mi è ancora difficile trovare risposte. Forse, mi sono detta, ce n&#8217;è qualcuna nel gruppo di Snoq, ma al momento le donne di Snoq si palesano in quanto tali e basta.</p>
<p>Insomma, mi viene da dire che anche stavolta non ci sono, non c&#8217;ero e forse non ci sarò: voglio dire che non mi sono sentita rappresentata quando ero una lavoratrice con una busta paga, madre single con la bella cifra di 80 euro annui di detrazioni fiscali (nemmeno due mesi di pannolini); quando sono rimasta senza lavoro e ne ho dovuto inventare un altro, costretta a prendere la partita IVA per poter lavorare e poi per vedermi classificare nel mucchio degli evasori. Non mi sono sentita rappresentata negli anni di scuola di mio figlio (una esperienza da dimenticare). Non ci sono oggi, perché nel nuovo pacchetto lavoro e pensioni io non rientro, in breve io non sono né un soggetto, né una categoria. Perché, in base a queste premesse dovrei sentirmi rappresentata in vecchiaia? Mi confortano un po&#8217; – lo ammetto – i “lavoratori della conoscenza”, canonizzati da Sergio Bologna, Aldo Bonomi, la Libreria di Milano e altri e rappresentati da ACTA, associazione dei consulenti del terziario avanzato, che appunto hanno dovuto chiedere un incontro a Elsa Fornero perché non erano stati invitati a nessun tavolo delle trattative. Praticamente sono nelle loro mani.</p>
<p>E allora, se i Grillini hanno spazzato via i sondaggi in molte città, se pare abbiano il divieto di apparire di fronte alla stampa, ci sono le Grilline? E se ci siete, dove e cosa fate? Magari potreste rappresentarmi&#8230;.</p>
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		<title>Venerdì 11 incontro con la Cgil sulla cura a Correggio</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 15:01:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoleiss</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cura del vivere]]></category>
		<category><![CDATA[Locale / Globale]]></category>

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		<description><![CDATA[Venerdì 11 maggio alle ore 21 si svolgerà a Correggio un incontro organizzato dalla Cgil in collaborazione con il gruppo &#8220;6donna&#8221; con il titolo &#8220;Io donna&#8230; tra lavoro di cura e cura del vivere&#8221;. Interverranno Letizia Paolozzi, del &#8220;gruppo del mercoledì&#8221; che ha scritto il testo &#8220;La cura del vivere&#8221;, Alberto Leiss, dell&#8217;associazione Maschileplurale, coordinerà Ramona Campari, della Camera del Lavoro territoriale di Reggio Emilia. Questo incontro, che avviene nell&#8217;ambito di un ciclo organizzato dalla Cgil con al centro il ruolo delle donne e delle lavoratrici nella crisi, prosegue idealmente il confronto già tenuto a Reggio Emilia il 13 aprile scorso, per iniziativa di &#8220;6donna&#8221;, con la partecipazione di Letizia Paolozzi, intitolato &#8220;il rovescio della cura&#8221;. Pubbichiamo qui di seguito un resoconto di quella discussione.  &#8221;Rovesciare la cura?&#8221; Incontro a Reggio Emilia con Letizia Paolozzi sul documento &#8220;La cura del vivere del Gruppo del mercoledì&#8221; di Roma. Introduce Luisa, leggono Carmen e Clelia estratti dal documento. Letizia Paolozzi: negli incontri fatti fino ad oggi in giro per l&#8217;Italia assisto ad una sorta di sdoganamento, almeno così viene chiamato, di ciò che si muove intorno alla cura. Molte nel gruppo romano del mercoledì hanno all&#8217;inizio avuto critiche e obiezioni: io stessa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 11 maggio alle ore 21 si svolgerà a Correggio un incontro organizzato dalla Cgil in collaborazione con il gruppo &#8220;6donna&#8221; con il titolo &#8220;Io donna&#8230; tra lavoro di cura e cura del vivere&#8221;. Interverranno Letizia Paolozzi, del &#8220;gruppo del mercoledì&#8221; che ha scritto il testo &#8220;La cura del vivere&#8221;, Alberto Leiss, dell&#8217;associazione Maschileplurale, coordinerà Ramona Campari, della Camera del Lavoro territoriale di Reggio Emilia. Questo incontro, che avviene nell&#8217;ambito di un ciclo organizzato dalla Cgil con al centro il ruolo delle donne e delle lavoratrici nella crisi, prosegue idealmente il confronto già tenuto a Reggio Emilia il 13 aprile scorso, per iniziativa di &#8220;6donna&#8221;, con la partecipazione di Letizia Paolozzi, intitolato &#8220;il rovescio della cura&#8221;. Pubbichiamo qui di seguito un resoconto di quella discussione.</p>
<p><strong> &#8221;Rovesciare la cura?&#8221;</strong></p>
<p>Incontro a Reggio Emilia con Letizia Paolozzi sul documento &#8220;La cura del vivere del Gruppo del mercoledì&#8221; di Roma.<br />
Introduce Luisa, leggono Carmen e Clelia estratti dal documento.</p>
<p><strong>Letizia Paolozzi</strong>: negli incontri fatti fino ad oggi in giro per l&#8217;Italia assisto ad una sorta di sdoganamento, almeno così viene chiamato, di ciò che si muove intorno alla cura. Molte nel gruppo romano del mercoledì hanno all&#8217;inizio avuto critiche e obiezioni: io stessa non credevo a dei nuovi ragionamenti sulla cura, perché dietro si nasconde  la parola amore e quei gesti che oggi pensiamo di appaltare a terzi.</p>
<p>Tuttavia, nel leggere la cronaca di oggi i suicidi di questi giorni molto ci raccontano di solitudine, di individui che non trovano risposte in alcuna dimensione associativa (partiti, sindacati ecc.). Ascoltare, aiutare gli altri&#8230; La solitudine sta anch&#8217;essa nella cura. Di qui un corpo a corpo con la cura, che però non può avere solo un senso: noi la facciamo nelle nostre relazioni femministe e di questo ci contentiamo.</p>
<p>Abbiamo cominciato a ragionare sui nostri meccanismi, sull&#8217;autosfruttamento che abbiamo conosciuto, sulla debolezza nostra e altrui, sull&#8217;autosufficienza. Sulla vita che nasce e muore. All&#8217;Aquila dopo il terremoto sono le donne a essersi mosse. Se c&#8217;è qualcosa di umano è fatto dalle donne. E tutto questo dice dell&#8217;infinita competenza delle donne a stare nella complessità della vita. Allora, manutenzione della vita vuol dire soltanto essere oblativa? I giovani padri di oggi dimostrano anch&#8217;essi di saper praticare la cura. Certo, se resta invisibile, la cura è svalorizzata. Occorre trovare punti concreti per valorizzarla. Vogliamo un riconoscimento perché sennò si svalorizza la relazione umana. La ministra Elsa Fornero e molti con lei usano un linguaggio negativo, immiserente per la cura. Ma così facendo ci dicono che tutto va misurato  col denaro.</p>
<p>Invece dobbiamo partire da ciò che abbiamo pensato e stiamo pensando sul lavoro. Che non c&#8217;è separazione tra produzione e riproduzione. D&#8217;altronde, la cura di sé è ciò che il femminismo ci ha insegnato. Come partire da sé, autocoscienza, relazione.</p>
<p>&#8220;Se non ora quando&#8221; ha poca cura della storia del femminismo. Prima del 13 febbraio, data della grande manifestazione di Snoq, non c&#8217;è  nulla. Tutto dimenticato?</p>
<p>La cura manca alla politica dove vince l&#8217;incuria. Con l&#8217;applicazione del 50&amp;50 funzionerebbe meglio la politica? Giulia Bongiorno in una lettera al Corriere della Sera si chiede perché le donne oggi non fanno squadra. Dovremo fare squadra come gli uomini? E comportandoci come loro?</p>
<p>Carla C. legge il testo di un intervento di Fanciullacci a Torreglia nel maggio 2011.</p>
<p><strong>Letizia</strong>: sono una operaia e non mi trovo bene con le altre donne; qui al nord le donne sono solo <em>apparentemente più uguali agli uomini</em> di quelle del sud; lavorano ma poi pensano solo a questioni di estetica. Critico anche tutte queste <em>donne accudenti</em> coi figli già grandi ancora a casa.</p>
<p><strong>Gianna</strong>: non è una scoperta di adesso la riflessione sul lavoro di cura, sulla manutenzione della vita, le donne mettono al mondo il mondo, l&#8217;UDI attraverso il giornale e non solo ha ragionato spesso di questo. Il punto è che facciamo fatica a darci valore. Farei una distinzione chiara fra <em>manutenzione </em>e <em>cura. </em>Le giovani sono diffidenti perché per loro noi confondiamo l&#8217;amore con le pulizie, la cucina per loro è un lavoro come gli altri, solo più faticoso. Per me alla <em>cura </em>attiene tutto ciò che &#8216; legato <em>all&#8217;intimo, al sentimento</em>.&#8221;</p>
<p><strong>Laura</strong>: temo e diffido dalle distinzioni che ci hanno segnato negativamente sempre; lavoro intellettuale/lavoro concreto, alto/basso, sopra/sotto, dobbiamo<em> interrompere tutte queste verticalità</em>. Cito il libro di Ina Praetorius che contiene delle riflessioni utili al ragionamento che stiamo facendo e che tra l&#8217;altro si presenta come teologa e casalinga. In fondo anche Steven Spielberg fa dire ad un suo personaggio che vivere è fare manutenzione dell&#8217;esistente.</p>
<p><strong>Lorenza</strong>: questa melassa è insopportabile, le donne sono sempre perfette, sanno fare tutto, e tutto bene, dal lavoro in carriera alle torte della nonna, ma se ascolto le ragazze che ho in classe noi per loro non siamo di grande esempio, anzi, ci portano come esempi negativi di sfinimento ad inseguire cose. La cura non è bella per niente: <em>i corpi di bambini, uomini, malati, anziani ci vengono addosso, vanno addosso alle donne.</em> A proposito di solutudine, ogni giorno misuro la solitudine dei miei studenti che raccontano di genitori sempre stanchi, sempre affannati e loro sempre soli o sballottati in auto da un appuntamento all&#8217;altro. <em>La cura bisogna poterla scegliere.&#8221;</em></p>
<p><strong>Gianna</strong>: tu dici ..i miei ragazzi.. quando parli della scuola, quando insegni è cura o lavoro? Sei comunque pagata.</p>
<p><strong>Natalia</strong>: anche io faccio poca distinzione fra cura e manutenzione, ritengo sia un valore educante pensare alla cura anche da amministratrice, cosa che gli uomini non fanno. La cura e&#8217; una novita&#8217; cui accedere politicamente. Segue catalogazione delle donne istituzionali rispetto al potere politico maschile: angeli del focolare, mimetiche e collaborazioniste.</p>
<p><strong>Vanni</strong>: in Italia abbiamo 11 mila badanti che curano gli anziani e 11 mila famiglie che hanno bisogno della cura. Ho appreso la cura assistendo mio padre immobilizzato. Una cura che può mettere in ginocchio e invece ha raddrizzato una relazione che non funzionava, quella con mio padre. L<em>a cura è quasi un talento, un di più, non è una manutenzione,</em> non concordo con quanto detto da Fanciullacci. C&#8217;è una differenza di genere,  uomo e donna sono differenti. Donne l<em>a battaglia è vostra con i vostri uomini.&#8221;</em></p>
<p><strong>Letizia P</strong>.: &#8220;fino ad ora è stato invocato il valore della cura. Io ho un figlio di quaranta anni, ed averlo vicino mi dà soddisfazione.<em> Ho un rapporto carnale con la cura. Un suo riconoscimento va chiesto. C&#8217;è vagamente ma è welfare claudicante che lo Stato ci dà. Lo Stato deve riconoscere la cura che mettiamo nelle relazioni, dentro e fuori dalla famiglia, rispetto alla città. Occorre fare conflitto con lo Stato. Lorenza  mi pare che tu non riconosci la differenza di sesso. Vanni, gli uomini non hanno le parole per parlare della cura della vita.</em></p>
<p>Tina legge l&#8217;intervento di Masotto in polemica con il gruppo del mercoledi.</p>
<p><strong>Natalia</strong>: sto facendo molta azione di cura con gli anziani, ho deciso di stare lì dentro. Tutti e tutte si nasce da un corpo di donna e <em>dipendiamo per tutta la vita</em> in relazione con gli altri. E questo la politica lo ha dimenticato, da qui la sua decomposizione. Prendersi cura nella educazione, nella malattia e&#8217; un fatto ontologico che fa parte del tenere in vita l&#8217;Essere materiale che non e&#8217; scollegato dallo spirituale e dall&#8217;intelletto. Come non cadere nella trappola? Io ho ascoltato solo le ragioni dello stare in quella situazione, non ho dato retta a chi mi diceva cosa fare (descrizione dettagliata dell&#8217;accudimento dell&#8217;anziana madre). Dobbiamo decidere con <em>autenticità</em> cosa è giusto fare per noi. Mi è venuto in mente per spiegarmi, l&#8217;esempio della Lonzi e del suo libro &#8220;La donna clitoridea e la donna vaginale&#8221;&#8230;..Tutti facciamo l&#8217;amore, ma quello che Lonzi ha messo li&#8217; e&#8217; un &#8220;imprevisto&#8221; sulla nostra sessualita&#8217;, modificandola. Così per la cura, tutte la facciamo ma il documento di Roma per me ha operato una rivoluzione nella consapevolezza di come attraverso la cura si tenga in vita la vita, questo è politica. Il mio modello come quello di Lonzi e&#8217; cercare di seguire la mia autenticita&#8217;. Il politico della cura non e&#8217; da tacere, da relegare nel privato. La politica del prendere in cura la vita deve interessare solo a me che la faccio?</p>
<p><strong>Ramona</strong>: e&#8217; stato detto che anche il Sindacato considera le donne un soggetto debole nella società e nel mercato del Lavoro:e&#8217; vero. Ma di &#8220;questo mercato del lavoro e, soprattutto, di questa organizzazione del lavoro&#8221;. Colgo il senso del rischio &#8221;trappola&#8221;, <em>il Sindacato ha lasciato fare agli uomini.</em> La Cura è differente dal lavoro produttivo, <em>ma la trappola è già scattata</em> e in giro c&#8217;è voglia di provare a mettere in discussione le nostre conquiste, anche nel sindacato. Eppure penso che nella nostra attività di contrattazione abbiamo fatto al meglio, scegliendo pero&#8217;  dispositivi che permettessero sempre di più di staccarsi con tranquillità dal lavoro per dedicarci alla cura (congedi..,104 ecc.).<em> Non è bastato, </em>i maschi hanno vinto nell&#8217;organizzazione del lavoro, mentre noi, ognuna a riflettere per sè; la CGIL vorrebbe riprendere in mano tutta la questione.</p>
<p><strong>Letizia P</strong>.: Landini a Milano in un incontro organizzato dall&#8217;Ars (Associazione per il rinnovamento della sinistra) e dalla Libreria delle donne etc. ha simpaticamente ammesso che del nostro ragionare sul lavoro non ne capisce nulla.</p>
<p><strong>Zubida</strong>: l<em>a cura è un dono naturale, </em>non deve essere una colpa, è al centro dell&#8217;universo. Oggi è per me superato chi dice che l&#8217;uomo non fa niente in casa. Sono una marocchina e temevo che sposando un pakistano avrei dovuto servirlo, invece mio marito mi aiuta. Io sono una vittima del precariato e della flessibilità, a Natale sono stata licenziata e ora lavoro in un cantiere in cui è vietato parlare. <em>In fondo noi donne mussulmane non siamo molto differenti da voi, sarebbe importante confrontarsi</em>.</p>
<p><strong>Carla R</strong>.: credevo di avere qualche idea chiara sulla cura, adesso mi si sono confuse tutte. A Lorenza volevo dire che e&#8217; fondamentale partire da se&#8217;, ma anche dagli altri. Per me la cura e&#8217; in un rapporto che ho con un&#8217;amica alata. Epocale oggi che le donne se la riconoscano, credo che le defaillance del movimento femminista degli anni &#8217;70 vadano attribuite a questa assenza.<em> </em>Rimane comunque molto complesso affrontare questo argomento. <em>Quello della Cura e&#8217; sempre un pensiero incarnato.</em></p>
<p><strong>Clelia</strong>: con il documento romano ho potuto finalmente ricongiungere pezzi di me che fino ad ora erano rimasti separati dallo stipendio alle casalinghe, al clero che voleva le donne chiuse in casa, al partito dove si e&#8217; inventato il lavoro di cura, come se fossi in una fabbrica, per dare valore alla mia cura. Finalmente posso confermare anche la mia biologia. Ho bisogno di uno spazio pubblico in cui dare valore a tutto quello che faccio, tenendolo tutto insieme senza temere le ideologie che vi sono nate intorno, disincrostando la parola cura. Il modello economico e sociale oggi in crisi lo ha costruito il maschile, finalmente ho una leva attraverso la quale dire che ci puo&#8217; essere un modello differente, anche se non so dire come sia concretamente possibile costruirlo. Prima di tutto pero&#8217; so che dobbiamo riconoscerlo a noi stesse.</p>
<p><strong>Lorenza</strong>: anche gli uomini curano, tutti dovrebbero condividere la cura, temo che questi ragionamenti si rivolgano contro di noi. <em>Il punto in cui qualcosa puo&#8217; trasformarsi da opportunita&#8217; in scacco e&#8217; sempre dato dalla &#8221; giusta misura&#8221;.</em></p>
<p><strong>Letizia P</strong>.: gli uomini e le donne sono diversi. Comunque, ricordiamoci che molte sono le contraddizioni presenti nel nostro tentativo di rovesciare il senso della cura. teniamone conto e teniamo conto che  il<em> rendersi utile e&#8217; un sentimento potentissimo.</em></p>
<p><em>      </em></p>
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		<title>Due zarine sconfitte da un marchese</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 22:33:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>biasarasini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Snoq]]></category>

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		<description><![CDATA[A Genova il 6 maggio si tengono le elezioni comunali. Il candidato sindaco del centro-sinistra Marco Doria, vincitore delle primarie, è sostenuto da una fitta rete di donne organizzate, che fanno campagna per alcune candidate nelle diverse liste. Riusciranno a eleggerle? E soprattutto a segnare la politica?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.marcodoriaxgenova.it/">Marco Doria</a>, candidato sindaco di Genova per la sinistra (lo sostengono Pd, Sel e Idv), invitato l’8 marzo da <a href="http://www.senonoraquando.eu"><em>Se non ora quando</em> </a>insieme agli altri 10 concorrenti,  si è impegnato a inserire il 50% di donne sia nella propria lista sia &#8211; se vincerà &#8211; in giunta e nella dirigenza di tutte le aziende partecipate del Comune. Pretende prima di tutto e da ciascuno/a onestà e competenza: ma &#8211; ha aggiunto &#8211; i numeri contano eccome, e  le donne possono finalmente rinnovare l’usurato personale politico italiano.</p>
<p>Non era partito così bene il cinquantenne docente di economia, figlio di uno studioso di antico e nobile casato che fu diseredato nel dopoguerra dalla famiglia per aver preso la tessera del Pci. Nell’incontro di gennaio scorso progettato dall’Udi per sondare i candidati alle primarie della sinistra sulle tematiche di genere, Doria aveva fronteggiato con poche parole e qualche incertezza <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Marta_Vincenzi">Marta Vincenzi</a>, Pd, sindaca uscente e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Roberta_Pinotti">Roberta Pinotti</a>, senatrice Pd. Le due contendenti a loro volta non l’avevano degnato di uno sguardo. Chi era costui? Eppure molte giovani di Snoq e molte femministe d’ogni età hanno da subito manifestato simpatia per Doria, votato poi sia dai diseredati di don Gallo sia dai borghesi illuminati sia nelle zone operaie del Ponente, dove Marta, che lì è nata e tuttora vive, aveva sempre trionfato.</p>
<p>La delusione verso Vincenzi di tante donne organizzate e singole era palpabile: in tante l’accusano giustamente di non averle  ascoltate né valorizzate in questi 5 anni. Non è piaciuta neppure la contesa tra lei e la sua ex delfina, una lite che ci indebolisce tutte: sulle “due zarine” i media hanno affondato i canini, felici di veder altercare due donne, spettacolo che sempre manda in solluchero gli uomini e persino li eccita. Roberta Pinotti, che proprio Marta volle giovane sua assessora in Provincia, è poi decollata verso Roma, arrivando a dirigere la Commissione Difesa in Senato. È parsa ad alcuni una pacifista pentita, ad altri un’ambiziosa traditrice della Vincenzi. Insomma ha preso solo 4 mila voti malgrado il Pd &#8211; che non aveva però il coraggio di disfarsi della sindaca uscente &#8211; puntasse molto su di lei.  Inoltre è ormai evidente in ogni tappa delle primarie che l’opinione pubblica non vuole politici di lungo corso e non solo a Genova. Il comportamento della sindaca dopo l’alluvione del 4 novembre 2011, poi, non è piaciuto a nessuno e molti sono gli errori di questa donna esuberante e intelligente, che però questa volta non appariva più il nuovo femminile che avanza. E in effetti l’esser donna non basta più se non si usa e mette in circolazione la forza femminile e un altro sguardo sul potere e sulla politica.</p>
<p>Difatti l’8 marzo, inaspettatamente, il vincitore era l’outsider Doria con il 46 per cento dei voti.  Ma dal primo confronto con l’Udi aveva studiato molto e ascoltato le sue concittadine (sul modello milanese di Pisapia) tanto da promettere solennemente il 50 per cento di donne e da trascinare il candidato di centro destra Enrico Musso, costretto a assicurare a sua volta a Snoq che si avvarrà delle quote di genere, anche se non le ama affatto.  In questo clima post berlusconiano di riscossa le associazioni femministe, femminili e tante donne genovesi, me compresa, hanno subito pressato Doria molto di più di quanto non accadde nel 2007 quando si candidò Marta. Lei ha però in parte influito, secondo me, sul percorso del candidato. Penso che contasse il fatto che a guidare la città per 5 anni sia stata una sindaca che alle primarie ha comunque avuto oltre il 27 per cento dei voti. Sommati al 23,6 per cento di Pinotti, questi voti sono oltre il 50 per cento dei 25 mila genovesi andati alle urne. Una metà disposta a puntare di nuovo su una donna, c’era. Eppure nessuna delle due ha vinto.</p>
<p>Chissà se dalla sconfitta di Marta possiamo tutte e tutti imparare qualcosa sul modo di stare in politica di una donna. Eletta a furor di popolo già nei primi Novanta e per ben due volte come presidente della Provincia, ha poi stravinto le elezioni nel 2007 malgrado il Pd già allora la ostacolasse, volendo piuttosto candidare un bravo notabile di partito. Allora lei era il nuovo, in questa tornata ha pesato, oltre al resto, la sua lunga carriera nel partito. E poi ha un brutto carattere, non ascolta, non fa squadra e non è diplomatica. È figlia di un operaio comunista, non viene dai salotti buoni della borghesia come i sindaci precedenti. Non ha una storia femminista, ma non mi pare che odi il proprio sesso: forse non le interessa molto e perciò non ha puntato troppo sulle donne, anche se lei sostiene &#8211; giustamente &#8211; che non aver tagliato sui servizi è stato a loro favore.</p>
<p>Ma poi? Le donne organizzate avrebbero davvero potuto e voluto darle una mano. Non ci sarà nei suoi confronti un di più di misoginia? Tutti quei peccati, tanto diffusi anche tra i maschi della sinistra, pesano il doppio se sei femmina? Quasi tutti i maschi del suo partito l’hanno detestata anche quando garantiva la vittoria proprio perché non è governabile, non è ornamentale e ha disobbedito nominando, ad esempio, assessori e dirigenti comunali chiamati da fuori e non infeudati nella rete di poteri locali.</p>
<p>Difficile azzardare risposte. Esternava troppo, era sempre protagonista, non ha saputo comunicare  il lavoro della propria giunta. La solitudine non aiuta, dicono molte tra quelle poche arrivate ai posti di potere politici. I partiti, persa la capacità di decifrare la realtà, non intercettano neppure le nuove competenze femminili, il desiderio di contare di tante. E con la crisi, cariche e stipendi, sono difesi a mano armata dagli uomini.  Vincenzi, in un altro incontro con Snoq, in febbraio, ha aggiunto un tassello utile spiegando che negli anni Novanta, subito dopo Tangentopoli, le fu più facile fare la giunta provinciale con il 50 per cento di femmine: “Si guardava a noi donne come a una novità che avrebbe bonificato la politica, si puntava sulle nostre mani pulite. Ma i partiti da anni non scommettono più sulle donne. Nel 2007, quando sono diventato sindaco, non sono più riuscita a imporre metà donne nella mia giunta. Da sola non ce la puoi fare”. Senza farsi forza sulle donne, ribadisco, è rimasta ancora più sola al comando.</p>
<p>Ma come fare ad andare oltre? Non ci sono praticamente più donne che dall’interno dei partiti di sinistra fanno battaglie di genere. Con questo sistema elettorale, il <em>porcellum</em>,  sono tutte non elette, ma nominate dai maschi: perché dovrebbero disturbarli? Coltivo la speranza che le donne organizzate, così attive a genova in questi mesi di campagna elettorale, possano influire sul modo di fare politica, sui contenuti e sulle candidature.</p>
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