Anima / Corpo

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Stefano Cucchi e i corpi ignorati e rifiutati degli ultimi

25 ottobre 2018
di Letizia Paolozzi

La sorella di Cucchi con una immagine del fratello

Arrestato la notte del 15 ottobre 2009, Stefano Cucchi morirà una settimana dopo al Pertini di Roma. Ora siamo all’inchiesta bis della Procura della Repubblica. E non è ancora finita.
Ci sono voluti nove anni per togliere qualche mattone al muro di omertà e per aprire qualche anello della catena gerarchica che si era stretta intorno a quei pochi giorni.
Tuttavia, al di là dei colpi di scena, depistaggi, ammissioni, confessioni, calunnie, polemiche, c’è un elemento meno spettacolare ma che torna nello svolgimento della vicenda: l’indifferenza rispetto al corpo massacrato di botte di Stefano Cucchi. Non solo dei carabinieri, dei vertici dell’Arma, ma del personale penitenziario, del magistrato che lo rinviò a giudizio (Stefano chiedeva di parlare con un legale, non gli fu concesso), dei medici del Pertini che trascurarono di avvertire la famiglia.
La sorella, Ilaria Cucchi, ha condotto una battaglia contro tutto e tutti. Con “la dura fierezza che non sa piegarsi ai mali” (Sofocle descrivendo Antigone).
Come lei, la madre di Federico Aldovrandi, ucciso perché “hanno continuato a pestarlo schiacciarlo dargli calci nella testa quando era già immobilizzato e stava chiedendo aiuto”, ha contestato il solito binomio per cui da un lato c’è “l’invasato violento”, dall’altro il malore; da un lato “lo stato di agitazione”, dall’altro i lividi, le lesioni.
Due donne che credono nella giustizia. Per questo non si piegano. Devono compiere il gesto simbolico della sepoltura. Dare e avere pace.
Ma la giustizia – gli organi dello stato che la amministrano – è capace di prestare attenzione al corpo di un ragazzo tossico, drogato, probabilmente spacciatore, mentitore, minaccioso per il bene pubblico, negli anni ricoverato sedici volte, che non firmava per dare l’autorizzazione ai trattamenti? D’altronde, ci sono persone di serie A e di serie B. Se gli scarti della società non hanno valore, semplicemente, si buttano via.
Nella crisi dei rifugiati accade qualcosa di simile: il corpo sociale rifiuta quello dell’immigrato. E di quanti (uomini, donne, bambini) glielo ricordano. Via dallo scompartimento del treno, dal sedile dell’autobus, dalla panchina. Nel tempo cupo e rancoroso che attraversiamo, lo stato di diritto si allontana.
L’indifferenza, la disattenzione, il rifiuto ha saputo catturarli, se pure per accenni giacché la vicenda giudiziaria è ancora in corso, Alessio Cremonini, con il bel film “Sulla mia pelle” (basato su oltre diecimila pagine di verbale e visibile in streaming su Netflix): nessuno vide, nessuno si rese conto, nessuno scavò o fece domande su quel pestaggio che solo si intuisce mentre la macchina scivola via, inseguendo l’andirivieni tra carcere e ospedale.
Nei giorni dall’arresto alla morte (prime ore del 22 ottobre 2009), 140 persone tra medici, infermieri, carabinieri, giudici, agenti della polizia penitenziaria si accostarono a Stefano Cucchi evitandolo: autorizzazioni negate, visite superficiali, responsabilità non assunte proprio in nome del rispetto delle regole.
Chissà se fu ribellione l’opposizione a collaborare alle perquisizioni degli agenti e allo scatto della foto segnaletica del ragazzo. Certo, non si trattò di ammutinamento plateale o rabbioso. Piuttosto, del tentativo, subito rientrato, di decidere di se stesso.
Alessandro Borghi, il protagonista del film, con il corpo e la voce è riuscito a rappresentare quell’attimo: la dialettica tra intimità e esposizione, tra muta interiorità del privato e violenza del pubblico. E poi la rassegnazione, la rinuncia di chi si accorge che non gli riconoscono la dignità di essere umano dal momento che lo percepiscono come “una cosa da posare in un angolo e dimenticare”.

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