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Microcritiche / Piccoli uomini e grandi donne: una ghost-writer da Nobel

10 ottobre 2018
di Ghisi Grütter

THE WIFE – VIVERE NELL’OMBRA
Regia di Bjön Runge. Con Glenn Close, Jonathan Price, Christian Slater, Max Irons, Annie Starke, Harry Llyod, Elisabeth Mc Govern, USA Svezia Gran Bretagna 2017. Musiche di Jocelyn Pook. Sceneggiatura di Jane Anderson-

Molte sono le donne messe in ombra dai mariti ingombranti e famosi. Troppe. È quindi importante parlarne. Ambientato negli anni Novanta, “The wife – vivere nell’ombra” è un adattamento del romanzo della scrittrice newyorkese Meg Wolitzer.
Negli Stati Uniti il senso della coppia è molto forte, molto sentito, e molto spesso gli uomini importanti devono tutto alla propria moglie. Basti pensare al fondamentale ruolo che hanno le First Ladies alla Casa Bianca. Al contrario che da noi, la famiglia statunitense è quasi secondaria: i figli a diciotto anni vanno al college e tornano a trovare i genitori solo a Natale e Thanks Giving.
Le mogli, in generale, gestiscono la casa e i rapporti con il sociale, accudiscono i mariti nelle loro malattie (la “cura”!) cui ricordano di prendere le medicine: «Prendi la pasticca alle 15.00 ti ho regolato l’orologio per quell’ora» dice Joan (Glenn Close) al marito quando, a Stoccolma, stava per allontanarsi per alcune ore. Quindi è ovvio che ogni uomo di successo, quando parla in pubblico, ringrazi sempre la moglie «senza la quale non potrei essere qui»…a ritirare il premio Nobel per la Letteratura, dice Joe Castleman (ottima interpretazione di Jonathan Price). Se poi la moglie è una ghost writer, l’affermazione è ancora più vera. Un altro film recente aveva trattato questo tema partendo da una storia vera: in “Big Eyes” del 2014 Tim Burton aveva raccontato la vicenda di una pittrice di cui il marito riscuoteva i successi millantandosi autore dei quadri.
Glenn Close è strepitosa nella sua interpretazione in un crescendo di intensità emotiva. All’inizio appare come moglie devota, compagna amorevole, complice infaticabile pronta ad assecondare i vari capricci del proprio marito, fedifrago e narcisista ma talentuoso scrittore. Poi di fronte a un riconoscimento così grande come il Nobel per la letteratura esce fuori tutto il suo passato, l’aver rinunciato a pubblicare a suo nome perché non avrebbe avuto successo in quanto donna, forse pentendosi dei quarant’anni di rinunce e di “vita nell’ombra”.
Così racconta l’attrice in un’intervista: «Quando Joan ascolta la telefonata di rito per il Nobel, negli occhi si leggono vittoria, fierezza, rabbia e malinconia. Tutte insieme. A quante donne è stata negata una carriera solo perché donne? Joan non è una moglie come le altre. È un’inventrice. Fabbrica un re per le masse. E quando un biografo le si avvicina, minacciando di scrivere come stanno davvero le cose, lei risponde: Non dipingermi come una vittima. Sono più interessante di così».
Peccato che il resto del film non sia al livello del fantastico duetto attoriale dei protagonisti. La figura del figlio David (Max Irons) è tratteggiata eccessivamente rabbiosa, non felicissimi sono i flashback di Joan e Joe interpretati peraltro da due attori poco somiglianti (Harry Llyod e Annie Starke, figlia trentenne di Glenn Close). Oltre a ciò, Stoccolma purtroppo non si vede affatto se non per un paio di banali immagini notturne da cartolina.
Il regista svedese Bjön Runge, partendo da una formazione classica – si diploma alla Dramatiska Institutet di Stoccolma – affronta temi intimisti, i “non-detti”, i rapporti tra i membri della famiglia che esplodono all’occasione quando un importante evento esterno rompe i fragili equilibri. Nel 2006 Runge aveva già ottenuto una nomination al Nordic Council Film Price con il suo “Mun mot mun” un film che tratta della crisi di una famiglia quando la figlia Vera si presenta a casa con un vecchio criminale.

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