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Microcritiche / Giustizia come passione femminile

24 ottobre 2018
di Ghisi Grütter

THE CHILDERN ACT – IL VERDETTO – Film di Richard Eyre. Con Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead, Anthony Calf, Jason Watskins, Ben Chaplin, Nikki Amuka-Bird, Gran Bretagna 2017-

È strano come al cinema negli ultimi anni, vengano spesso dipinte donne di potere: l’anno scorso in “The Post” Katharine Graham, l’editor del giornale “Washington Post” (interpretata magistralmente da Meryl Streep), da perfetta e borghese housewife, prendendo coscienza man mano, diventa una donna volitiva e determinata. La stessa attrice aveva impersonato nel 2011 Margaret Thatcher in “The Iron Lady”, una delle donne più influenti del secolo scorso, mentre Helen Mirror ci aveva già deliziato come Regina Elisabetta nel film “The Queen – La regina” nel 2006. Ultimo, appena uscito nelle sale “The Children Act – Il verdetto” con Emma Thompson nelle parti di una giudice. Chi più di un giudice ha in mano le sorti della vita e della morte? Come vengono vissute le decisioni prese in aula? E le conseguenze?
Tutti i film che ho elencato parlano di donne forti, considerate fredde – la Thatcher era chiamata proprio per questo la Lady di ferro –, ma il cinema vuole scavare nell’anima delle donne di potere e trovarne le emozioni nascoste o le fragilità nei momenti di dolore o malattia.
Nel 1989 il Regno Unito promulgò il Children Act, una legge finalizzata a garantire e promuovere il benessere dei minori che rivoluzionò la legislazione britannica. Così recita il Codice dei minori: «Quando una corte di giustizia delibera in merito all’educazione di un bambino, il benessere del bambino stesso deve essere considerato come prevalente e prioritario».
“Il verdetto” è tratto dal libro “Children Act”, tradotto in italiano con il titolo “La ballata di Adam Henry”, il romanzo di Ian McEwan – che ha curato anche la sceneggiatura del film – che narra di una travolgente passione per la vita che si accompagna a una strenua volontà autodistruttiva in Adam, un ragazzo diciassettenne malato di leucemia che in ospedale rifiuta una trasfusione di sangue in quanto è testimone di Geova, e per questa religione il sangue sembra essere la propria individualità che va preservata e mai contaminata.
Fiona Maye (una Emma Thompson da Oscar) è una stimatissima e integerrima giudice dell’Alta Corte britannica, chiamata a risolvere i casi eticamente complessi inerenti al Diritto di Famiglia su cui è deve pronunciarsi, ed è spesso costretta a prendere decisioni impopolari. Ad esempio la separazione di due neonati gemelli siamesi destinati a morire entrambi, ma che con una separazione chirurgica uno dei due avrebbe ottime possibilità di farcela mentre l’altro, recisa l’aorta, verrebbe sacrificato. Fiona è costretta a scindere continuamente ciò che può provare emotivamente da ciò che razionalmente è reputato logico, o giusto.
Nel caso del giovane Adam Henry (Fionn Whitehead), in modo assolutamente inusuale e rompendo il distacco professionale fra giudice e giudicante, Fiona vuole verificare di persona la determinazione di Adam nel lasciarsi morire e si reca lei stessa in Ospedale. In lui riscontra una notevole ambivalenza: da un lato rileva una sorta di fanatismo religioso del ragazzo leucemico, che per ubbidire al precetto religioso rifiuta ciò che può salvargli la vita, dall’altra scopre un giovane pieno di curiosità che ama quella vita che sta decidendo di lasciare. Fiona si mette addirittura a cantare insieme a lui che l’accompagna alla chitarra, e lo avvicina in tal modo alla poesia dell’irlandese William B. Yeates, che ha scritto le parole della canzone.
Deciderà di salvare la vita al ragazzo contro il parere dei genitori, contro le regole religiose e «contro se stesso», affermerà nella sentenza in Tribunale. Si vedrà poi che il giovane è rimasto affascinato da Fiona, che gli rappresenta un modello di donna così diverso da quelli che conosceva. Le sarà grato a tal punto che avrà una sorta di transfert nei suoi confronti: vuole stare con lei, vuole che lei si prenda cura di lui, le suggerisca le letture, gli spieghi tanti perché, arrivando perfino a lasciare i propri genitori per seguirla fino a Newcastle upon Tyne, sotto una pioggia battente. Fiona rimane commossa e molto colpita dalle emozioni provocate in Adam, forse anche perché non ha figli, nonostante sia sposata da una ventina di anni con Jack (Stanley Tucci), un Professore americano amorevole e paziente.
La giudice è talmente presa dal suo lavoro che trascura il marito, difficilmente ci passa una serata insieme e neanche si ricorda l’ultima volta che ci ha fatto l’amore. Lui tenta invano di coinvolgerla in qualche cosa ma lei è assente quando non è respingente e il loro rapporto sembra essere più quello di due fratelli che sono cresciuti insieme ma che ormai hanno vite separate, che quello di una coppia sposata. I pochi momenti liberi lei li passa a suonare Bach al pianoforte a mezza coda che ha in casa e a preparare il concerto di Natale per accompagnare il suo collega che canta arie tratte da opere di Mozart. L’appartamento dove vivono i Maye è arredato con cura e si vede che sono benestanti: il parquet a doghe lunghe a terra, le sedie thonet di Alvar Aalto e la poltrona di Marcel Breuer, sono i simboli dell’appartenenza a una classe agiata, moderna e intellettuale.
Il film ha il pregio di aver portato sullo schermo una serie di temi scottanti: la fede, l’etica, la scienza, la carriera e i dubbi che sorgono a un certo punto dell’esistenza. Che diritto ha la società predominante a prendere decisioni contro la cultura o la religione di una minoranza? Cosa e chi decide cosa sia giusto e cosa sbagliato? Tra i casi più recenti nel Regno Unito si ricorda quello del piccolo Charlie, affetto da una malattia mitocondriale degenerativa incurabile, attorno al quale si è aperto un dibattito internazionale in termini morali, giuridici e politici.
Con una inusuale inversione di ruoli, la donna di potere nel film è assecondata da uomini servizievoli e attenti come il suo fedele segretario e il suo stesso marito, ma il regista (o l’autore del romanzo?) sembrerebbe suggerire che una donna non debba puntare tutto sulla realizzazione professionale perché prima o poi le si ritorcerà contro poiché la convenzione la vuole innanzitutto moglie e madre.

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