Anima / Corpo

benessere malessere, la scienza, lo spirito, la vita

Con Bia, e il suo sguardo critico e inquieto sul mondo

14 ottobre 2018
di Letizia Paolozzi e Alberto Leiss, Bia Sarasini

Abbiamo conosciuto Bia, lavorato, discusso, qualche volta litigato con lei volendole molto bene in tempi, luoghi, occasioni diverse. L’una in tanti momenti di incontro nella lunga vicenda del femminismo, e negli anni recenti nella pratica politica intensa del Gruppo del mercoledì, l’altro in vecchi incroci nella attività giornalistica, inseguendo le metamorfosi della politica italiana, o – fino a qualche mese fa – nelle riunioni quasi sempre poco soddisfacenti con all’”ordine del giorno” i tentativi di concludere qualcosa di nuovo e di buono a sinistra.
Bia, come viene ripetuto in queste ore tristi da molte e molti, coltivava una pluralità di interessi davvero ampia. La politica, la letteratura, il giornalismo, tutto sempre attraverso il filtro e la spinta appassionata per la libertà femminile.
Noi qui vogliamo riandare alle tante ore passate insieme a progettare e a gestire questo spazio in rete – DeA – che si era proposto come una scommessa: un luogo in cui donne e uomini potessero sperimentare uno scambio comune e una differenza di scritture capaci però di guardare alla realtà, al mondo, mettendo nel conto il cambiamento radicale aperto dalla rivoluzione femminista. Senza ideologismi e con apertura.
C’era, alle spalle, un’altra esperienza per certi versi simile, che alla fine degli anni ’90 ebbe vita breve ma densa nella redazione della vecchia Unità: la pagina “L’una e l’altro” uscita quotidianamente sui tanti temi relativi alle dinamiche tra i sessi nella cronaca di tutti i giorni, e nelle riflessioni, domande, critiche politiche, culturali e di costume che quelle nuove dinamiche suscitavano. Con noi lavorava Monica Luongo. E Bia era una delle collaboratrici “di punta”.
Finita quella storia, dopo qualche anno, verificammo il desiderio di reinventarla grazie all’accessibilità della rete.
Sono stati momenti di discussioni coinvolgenti, e l’apporto della fantasia, creatività, cultura e sensibilità inquieta di Bia è stato determinante. Sono passati molti anni, dopo un periodo iniziale di frequentazioni intense per testare le possibilità della nostra invenzione on-line, le strade si sono in parte divise, ma è restata in vita la “creatura” con la sua voce controcorrente rispetto al gesto della polemica violenta sino all’insulto che si è troppo diffuso in rete e sui social.
Non è che un pezzetto nella storia di Bia, e ci saranno i momenti e i luoghi per passare attentamente in rassegna quello che ci lasciano in eredità la sua curiosità a tutto campo, il suo carattere aperto, anche i suoi momenti difficili, carichi di domande su di sé, sugli altri, sulla politica e il mondo. Domande contagiose.
La ricordiamo riproponendo un suo articolo pubblicato su DeA agli inizi della nostra vicenda. Un testo significativo del suo modo di guardare anche ai sintomi della produzione mediatica e spettacolare attraverso la lente della differenza sessuale, costruendo collegamenti concreti con il senso comune condiviso da generazioni diverse di uomini e donne, con le scelte politiche, con il costume, con il sapere elaborato dal femminismo.
Sono passati una quindicina di anni da quando la tv Mediaset di Antonio Ricci si era inventata, dopo le “veline”, anche le “velone”, mettendo in scena la voglia di giocare con l’apparenza del teleschermo e del suo pubblico di signore piuttosto “antiche”. Un argomento trattato con “leggerezza” da Bia, ma aprendo scenari che ci parlano ancora oggi.

> 5 agosto 2003

Veline e velone, una storia italiana

di Bia Sarasini

Non so chi sarà la Velona vincente, scrivo prima della conclusione. Ma non ha importanza. Tranne, ovviamente per la vincitrice, che non riceverà solo una corona simbolica, ma anche la bella cifra di 250.000 Euro.
Non ha importanza perché per più di un mese le abbiamo viste impazzare sugli schermi di Canale 5, ora le conosciamo bene, ogni sera sempre più moleste nei confronti di Teo Mammucari. E mentre cercavo di formarmi un’opinione, mentre ascoltavo e leggevo i commenti di signore infastidite dall’esibizione di loro coetanee, (per tutte Natalia Aspesi su Repubblica del 12 giugno 2003), mi è capitato di ascoltare il commento di un paio di ventenni (maschi): Però si divertono, dicevano, sbirciando con occhio distratto la tv.
Vuol dire, spiegavano condiscendenti alla mia richiesta di chiarire il loro pensiero, che non c’è l’ansia di riuscire, di arrivare che avevano le ragazze dell’anno scorso (ci si riferisce a Veline , il programma dell’estate scorsa che selezionò le veline attualmente in carica a Striscia la notizia) e che le rendeva così penose che non si potevano guardare o solo con vera cattiveria.
Queste – dicono sempre i miei illuminati ventenni- si divertono sul serio, si vede che non gliene frega niente di come le giudichi, non cercano di offrirti la parte migliore. Stanno lì perché le diverte starci. Non sono patetiche, patetiche erano le altre, le ragazze. Soprattutto quando capivi che in realtà non sarebbero così, ma che pensavano che era quello che dovevano fare in quella situazione.
Le velone, insomma, risultano gratuite, non in vendita, quindi spontanee, simpatiche. Nonostante il cospicuo premio in palio. Comunque non repellenti, almeno per ventenni che nella vulgata corrente dovrebbero relazionarsi al mondo femminile solo in quanto carne fresca.
E che sembrano invece aver guardato da molto distante, da un punto di vista del tutto astratto le appetitose ragazze che si proponevano di fare le veline. Posizione in realtà non insolita, per ragazzi di quell’età: come risulterebbe da intere puntate del Costanzo show dell’ultima fase, quello in versione reality, dedicate a sviscerare il mistero del desiderio più o meno assente dei maschi giovani. Con tutti i dubbi del caso, a proposito di reality e di show come specchio della realtà.
E’ che le veline erano lì perché cercavano un lavoro. Questo vuol dire che erano ragazze che volevano mettere se stesse al lavoro, come direbbero gli autori di “Elementi per una teoria della Jeune-Fille”, un libretto che vale la pena di leggere?
Mettere al lavoro il proprio corpo, nelle forme in uso nella tv italiana italiana dai tempi della liberalizzazione. Sì insomma, da quando Berlusconi ruppe il sistema monoteistico della Rai, e fece scoprire agli italiani la libertà del consumo senza costrizioni.
Non che mancassero gli antecedenti, come ricorda il libro di Candida Morvillo, La repubblica delle veline. Ma le vallette – mute – non erano un corpo al lavoro, erano decorazione. Da questo punto di vista tutto risulta più comprensibile. Anche il corso di formazione per “figuranti dello spettacolo” finanziato per 1milione 280.000 Euro dalla regione Campania che ha provocato un putiferio politico.
Se si tratta di lavoro, occorre saperlo fare, ha argomentato irritata l’assessore al lavoro Adriana Buffardi: “Anche per le vallette la stabilità aiuta a dare dignità al proprio lavoro, a non essere soggette a ricatti di ogni genere, difendendosi meglio anche dallo sfruttamento dell’immagine femminile così diffuso in televisione”.
Mentre il governatore Bassolino intervistato dal Corriere della sera ha ammesso: “Diciamo la verità, non è che questo fosse il migliore dei progetti possibili. Però adesso c’è, esiste. E sarebbe il caso di esaminare finalmente l’intera vicenda senza moralismi, veri o falsi che siano”.
Lo stesso Teo Mammucari, intervistato dal “Mattino” di Napoli, sentenzia “Che, si insegna a fare le veline? Ma che facciano una scuola di teatro”.
Ma chi sono le veline? Perché sono così svillaneggiate? Ragazze che lavorano? Ragazze che inseguono un sogno di emancipazione a investimento limitato? Cioè niente studio, niente impegno forsennato, ma semplicemente esistere? Ragazze invidiatissime, prima di tutto dagli uomini? Ragazze desideratissime, un oggetto del desiderio così poco oscuro che tutti le additano al pubblico disprezzo (vedi il furore di Gabriele Muccino in “Ricordati di me“) .
“Buona soltanto a consumare la Jeune-Fille è nello stesso tempo il più lussuoso dei beni di consumo attualmente in circolazione” scrivono quelli di Tiqqun, il collettivo francese che ha scritto il libretto che citavo.
Non è che coincidano, veline e Jeune-Fille. Quest’ultima è una categoria più ampia, non ha un sesso ed è sempre più giovane, come registra la copertina di Sette di questa settimana, dedicata alle tredicenni.
Difficile avere una visione coerente di una vicenda composta da elementi così disparati. Le veline, figura femminile della tv italiana che per definizione non sa fare nulla di particolare: le veline ballicchiano, canticchiano, sono simpatiche, punto.
Così le ha volute il loro inventore, Antonio Ricci: una cinica messa in scena di un consolidata tradizione di donne in tv. Ci sono poi le aspiranti veline, che partecipano a concorsi di tutti i tipi senza risparmiarsi, alla ricerca della buona occasione, e le ragazzine che delle veline fanno il loro modello estetico e di comportamento. E poi il pubblico che le guarda e che si guarda guardarle, in un cerchio di rimandi che non risponde a nessuna delle domande. Che al centro ci sia il vuoto, è un’idea più che fondata. Il vuoto delle veline? Il vuoto di tutti, direi
Di sicuro c’è un’esasperazione di quell’aspetto del femminile che “esagera nel genere placcato oro”, come scriveva Luce Irigaray in Speculum. Una speciale forma di passività di chi esiste per farsi guardare/consumare. Non stupisce che scateni tanta aggressività, tanta misoginia.
E le ragazzine trionfanti di se stesse e del loro corpo?. Le piccole dee che portano in giro il loro delizioso pancino, sono forse abbagliate dal potere che rappresentano. Il potere del sesso, del sesso femminile. Che se lo godano, verrebbe da dire. Sempre che non si illudano di esserlo sul serio, la dea. Non senza le velone.

> da consultare
-Natalia Aspesi su “Repubblica”
Non sfruttate le velone
-Corriere della sera
Il caso del “corso per veline a Napoli
-il manifesto
Ancora sul caso Napoli
-La Repubblica
Intervista a Antonio Ricci
-Il Mattino
Intervista a Teo Mammuccari

> da leggere
-Candida Morvillo
La repubblica delle veline
Rizzoli
270 pagine
12 euro

-Tiqqun
Elementi per una teoria
della Jeune_Fille
Bollati Boringhieri
168 pagine
9,50 euro

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