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Qualche riflessione sul caso Argento/Bennet

12 settembre 2018
di Bianca Pomeranzi

Pubblicato sul manifesto il 6 settembre 2018 –

Confesso di aver provato un certo fastidio l’8 marzo scorso per la lunga attesa di Asia Argento che doveva aprire la manifestazione. Ho taciuto allora sul mio disagio un po’ per non aprire facili polemiche contro altre generazioni e altre pratiche femministe, un po’ perché volevo capire meglio il #metoo. Oggi, tuttavia, mi sembra che tacere di fronte al caso Argento–Bennet e ai suoi sviluppi sia ingiustificabile. Non solo perché le vicende umane di Asia Argento, quali che siano stati i suoi errori e se ce ne sono stati, mi turbano, ma anche perché nel corso del tempo ho avuto modo di valutare l’importanza del movimento che ha osato occupare lo spazio simbolico di Hollywood dando corpo alla parola femminile nelle relazioni di sesso e potere. Le donne del #metoo hanno rappresentato in modo potente il rifiuto di fronte al ricatto sessuale degli uomini, nonostante il rischio, anche personale, di un conflitto aperto con i detentori delle ingenti risorse mediatiche e finanziarie dell’industria dell’immaginario globale.
Molti articoli, italiani e stranieri, già apparsi sul caso Argento-Bennet si preoccupano, giustamente, di separare le vicende personali delle protagoniste dalle ragioni del movimento. Posizione totalmente condivisibile perché la risonanza mondiale del #metoo – slogan non a caso inventato nel 2006 dall’attivista nera Tarana Burke – certamente dovuta alla notorietà delle sue protagoniste, non sarebbe stata possibile senza le tante iniziative e azioni femministe contro la violenza maschile che si sono inanellate nel corso degli ultimi decenni, rimbalzando dalle piazze, alle aule dei tribunali e ai parlamenti nazionali; dai tendoni dei forum mondiali, alle sale delle Nazioni unite. Vale la pena, dunque, utilizzare la sapienza di quelle pratiche per affrontare il caso Argento–Bennet e i problemi che esso suscita.
Le complicazioni di questo caso mi hanno ricordato quello che mi accadde più di quarant’anni fa con Claudia Caputi, una giovane fuggita da casa e avviata alla prostituzione che era stata violentata da un gruppo di stupratori. Dopo i fatti del Circeo e la manifestazione notturna contro la violenza «Riprendiamoci la notte» del novembre 1976 con il mio collettivo di Pompeo Magno eravamo molto impegnate sulla violenza sessuale e decidemmo di sostenere le sue ragioni. Tanto che, su richiesta della sua avvocata Tina Lagostena Bassi, la ospitammo nella casa in cui tre di noi vivevano. Dopo pochi giorni, Claudia fu violentata una seconda volta e il 31 Marzo 1977 indicemmo immediatamente una manifestazione, che nel giro di poche ore raccolse più di ventimila donne all’Appio Tuscolano e costrinse tutti i giornali italiani di allora a parlare di violenza sessuale. Ben presto, però, le indagini della magistratura rivelarono che il secondo episodio era stata «una simulazione» fatta con il consenso di Claudia, che aveva scelto di restare sotto la protezione del suo potente «giro» malavitoso. Ne fummo particolarmente scosse, io specialmente perché le ero stata più vicina.
Uscimmo da quel groviglio grazie alla nostra capacità di parlarne in autocoscienza e di restare ferme sul punto della violenza sessuale degli uomini sulle donne, ma anche grazie alla solidarietà delle compagne di Lotta Continua che si presero cura di Claudia durante la fase delle indagini, legate, si seppe poi, a quelle sulla Banda della Magliana, che ci aveva costantemente «sorvegliato» nella fase della nostra accoglienza. È il ricordo di quello spaesamento che mi ha fatto accostare casi non comparabili per epoca, per ambiente e per biografie personali, ma con qualche analogia. Entrambi, infatti, mettono a nudo le difficoltà che si presentano quando l’azione politica incrocia le vicende sessuali e l’incidenza del potere e del denaro nelle singole vite. Si aprono contraddizioni e ambiguità e l’asimmetria delle forze in gioco, spesso scoraggia.
Allora, di fronte ai cosiddetti «servizi deviati», alla mafia e al business della prostituzione la nostra risposta fu di continuare lottare perché la violenza sessuale fosse riconosciuta come un delitto contro la persona e non contro la morale. Un manifesto politico più che una legge.
Oggi, di fronte alla kermesse mediatica sulle dichiarazioni di Bennet, compresi gli ultimi sviluppi con le dichiarazioni di Rose McGowan e di Rain Dove, non basta ribadire le ragioni del #metoo, soprattutto in Italia, dove più forti sono le strumentalizzazioni e gli attacchi alla protagonista. Ci vuole un di più di critica femminista.
Il #metoo, è stato un lampo di coscienza collettiva globale poiché ha svelato la matrice fallica di dominio e godimento che attraverso lo scambio sesso, potere, denaro fonda l’ordine simbolico e materiale in cui tuttora viviamo. Non solo a Hollywood, ma sotto ogni latitudine: nei luoghi di lavoro, nelle famiglie, nelle guerre, nei campi dei rifugiati e, in modo manifesto, nella prostituzione.
Rileggere i comportamenti individuali alla luce di quel lampo, può far comprendere meglio le debolezze e le paure, le ambizioni e i ricatti di chi vive in un’epoca in cui il denaro ha assunto la funzione ordinante del fallo, in un disordine simbolico solo apparente, che costringe a parlare, pensare e vivere nei suoi termini tutti, uomini, donne o gender fluid che siano. Il #metoo ha lavorato sul piano mediatico, sfruttando l’eco simbolico del diritto, ma si è ritrovato nelle complessità di una pratica in cui la gogna mediatica vale già come una condanna e l’intervento della legge ha risvolti da indagare. Nel campo della sessualità il diritto arranca poiché fatica a mettere a fuoco l’asimmetria delle relazioni umane. Non è pensato per comprendere la materialità dei corpi e si impunta sull’interpretazione delle leggi e sulle procedure incentrate sull’accertamento fattuale delle responsabilità individuali. Lo sanno bene le avvocate e i gruppi che intervengono nei casi di stupro e di violenza sessuale.
Questa parte è, ancora, affidata alle pratiche e alla capacità di chi sa mantenere aperto il conflitto con la cultura dominante e con i codici culturali che inchiodano al linguaggio della vittimizzazione e marginalizzano le voci delle donne nello spazio pubblico. Certo, nell’epoca confusa che stiamo vivendo, la violenza simbolica e quella quotidiana e reale riguardano soggettività diverse con cui fare i conti.
Sarebbe, tuttavia, utile che proprio a partire da questo caso complicato, i gruppi e movimenti che si sono riconosciuti nel #metoo aprissero un dibattito per andare più a fondo sull’origine sessuata del potere e sulle pratiche necessarie per trattare la violenza sessuale.

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