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Microcritiche / Amore familiare con taccheggio al supermarket

15 settembre 2018
di Ghisi Grütter

UN AFFARE DI FAMIGLIA – Film di Hirokazu Koreeda. Con Kirin Kiki, Lily Franky, Sōsuke Ikematsu, Sakura Andō, Moemi Katayama, Giappone 2018. Musica di Haruomi Hosono, direttore della fotografia Kondo Ryuto –

In “Shoplifters”, titolo internazionale dell’ultimo film di Koreeda che in italiano vuol dire taccheggiatori, il regista prosegue la sua operazione di scavo nella famiglia contemporanea giapponese. Già autore dello stesso tema in “Ritratto di famiglia con tempesta” del 2016, “Little Sister” del 2015 e “Father & Son” del 2013, in “Un affare di famiglia” Koreeda svuota la famiglia dai rapporti biologici riproponendola come comunità, come gruppo protettivo che vive e affronta assieme la vita. I saperi vengono tramandati dagli anziani ai giovani così come avviene nelle famiglie biologiche.
La poetica figurativa di “Shoplifters” è composta da gesti, sguardi e suoni; è messo in evidenza il linguaggio del corpo in tutti i suoi movimenti, suoni, umori. Così come mostrato già nelle scene di “Father and Son” il regista enfatizza i rapporti fisici di una famiglia proletaria versus una certa repressione degli affetti nella famiglia borghese di intellettuali. Nel film del 2013 erano presentati anche due modi diversi di essere padre: il commerciante più fisico e genuino versus l’architetto più razionale e meno emotivo.
Qui c’è l’apoteosi dell’intimità corporea, tra le persone che condividono uno spazio minuscolo dove mangiano, giocano, vivono e fanno (raramente) l’amore. È, infatti, in questo misero tugurio, che abitano ammonticchiati gli Shibata, padre, madre, nonna, una figlia adolescente, un bambino, cui si aggiungerà una bimba. Delicatissmo è l’affresco dipinto da Koreeda di quest’ultima casa sopravvissuta, una sorta di baracca con il verde attorno, circondata ormai dall’urbano contemporaneo e da nuovi edifici residenziali più attrezzati e muniti di confort. Un Giappone molto diverso da quello scintillante e sofisticato delle riviste patinate. A parte una vista panoramica dal cantiere del grattacielo, e una scena nella spiaggia, presumibilmente di Isumi city, il film è girato prevalentemente in interno – come faceva anche il grande regista Yaujiro Ozu – e della metropoli è mostrata una parte suburbana povera.
I membri della famiglia di questo film sono persone che hanno tutte un doppio lavoro, o quasi, ma vivono di espedienti e di piccole illegalità: Nobuko (Sakura Ando) lavora in una tintoria e vive con il marito Osamu (Lily Frankly), il capofamiglia che lavora come operaio a cottimo in un’impresa edile, ma fa anche il taccheggiatore e si approvvigiona il cibo rubacchiando. Hatsue Shibata (Kirin Kiki), l’anziana nonna, ha una pensione cui assomma un provento più o meno lecito (forse un ricatto?) da un figlio che vive in una casa unifamiliare a due piani, in un’altra parte della città. La giovane Aki (Mayu Matsuoka) è studentessa, ma lavora anche come semi prostituta in un peep-show.
Accolgono in casa Juri (Miyu Sasaki), una carina e dolce bambina di cinque anni trovata sola, denutrita e maltrattata dai veri genitori; peraltro qualche tempo prima avevano già dato accoglienza a Shota (Jyo Kairi), un ragazzino abbandonato in un’auto nel parcheggio di una zona di giochi e slot-machines. Di fatto ci sarebbero gli estremi di un rapimento, anche se, data la maniera affettuosa di occuparsi dei bambini, non si riesce proprio ad addossare loro alcuna colpa. Qui non c’è neanche la cattiveria dickensiana nell’insegnare a rubare ai bambini (Oliver Twist), infatti, interrogato sul perché avesse instradato il bambino al furto Osamu Shibata risponde: «era l’unica cosa che potevo insegnargli». Anche l’assistente sociale vorrebbe raddrizzare la vita della famiglia (e dei membri che conosce…) che però rappresenta uno splendido “equilibrio tra devianza e coesione affettiva interna”.
Una tematica attuale è se la genitorialità risieda in una questione di sangue o sia da riscontrarsi nell’affetto costante e continuo che cresce col figlio nei suoi primi anni di vita. Chi sono i veri genitori, quelli che procreano o quelli che allevano i figli e li proteggono dal mondo là fuori? Lo stesso interrogativo il regista l’aveva posto in “Father & Son” qualche anno prima, dove due famiglie giapponesi di due diversi ceti sociali, si vengono a trovare nella sciagurata situazione di sapere, sei anni dopo, dello scambio dei reciproci bambini nella nursery. Cosa fare? Chi incolpare? Come superare il trauma? Come non far vivere un trauma ai bambini? E quanto contano i legami di sangue e quelli acquisiti? Cos’è dunque una famiglia?
Hirokazu Koreeda ci fa scoprire il tessuto urbano (e sociale) di Tokio attraverso gli occhi dei bambini. Secondo Marshall Mc Luhan il regista D. W. Griffith, quando girava in esterni, portava sempre con sé una copia di David Copperfield dove aveva fatto una grande scoperta tecnica, per la prima volta il mondo si era dispiegato realisticamente visto dagli occhi di un ragazzo che assumono così la funzione di una macchina da presa.
È proprio Shota il primo ad avere dubbi su quel modo di vivere e, in qualche modo per emanciparsi provoca l’incidente che li farà scoprire, con tutti i loro piccoli o grandi segreti. Così afferma il regista in un’intervista: «…questo film è pieno dei vari elementi cui ho pensato e che ho indagato negli ultimi dieci anni. È la storia del significato della famiglia, la storia di un uomo che cerca di essere padre ed anche quella di un ragazzo che diventa adulto». La seconda parte del film, dunque, consiste in una resa dei conti, un disvelamento, prima per lo spettatore, poi per i personaggi stessi. Sono mostrati gli interrogatori individuali dei membri della ormai scoperta “famiglia”: primi piani, quadri fissi o lentissimi movimenti di macchina. Vengono fuori i problemi morali su cui la storia è costruita e Nobuko, incensurata, si addossa tutte le responsabilità: è quindi condannata a cinque anni di carcere, mentre i bambini ridati alle famiglie biologiche. Ma saranno felici?
Mi faceva notare, la mia compagna di cinema, che è probabile che Koreeda abbia amato particolarmente il film “Germania anno zero” del 1948, e che nel finale pur nella sua ambiguità, potrebbe essere stato suggestionato dal film di Rossellini.
Il film è stato premiato meritatamente con la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 2018.

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