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Microcritiche / Il maternage che tocca a Manuel

30 agosto 2018
di Ghisi Grütter

MANUEL – Film di Dario Albertini. Con Andrea Lattanzi, Francesca Antonelli, Giuylio Beraneck, Giulia Elettra Gorietti, Frank Murgia, Alessandro Di Carlo, Luciano Miele, Raffaella Rea, Renato Scarpa, Italia 2017. Musiche Sarah McTeigue, Michael Brunnock, Ivo Parlati, Dario Albertini. Montaggio di Sarah McTeigue –

Manuel è un giovane diciottenne che sta per uscire dal centro di accoglienza che lo ha ospitato per cinque anni. Non solo deve affrontare l’inizio di una nuova vita, ma anche la responsabilità di prendersi a carico la madre che, in tal modo, dal carcere passerebbe agli arresti domiciliari sotto la sua tutela.
In un certo senso è un maternage a rovescio. Infatti, in psicoterapia, il maternage è un metodo di cura che cerca di instaurare fra terapeuta e paziente un rapporto simile a quello esistente fra madre e bambino, per superare frustrazioni e traumi che si presumono avvenuti nella prima infanzia, per difetto di cure materne.
Nel film, anche la formazione degli attacchi di panico viene spiegata come effetto dell’assenza di un “attaccamento” sicuro. Manuel non è mai potuto essere bambino, non ha mai ricevuto attenzioni e cure, al contrario gli sono state sempre richieste.
All’Istituto lo hanno responsabilizzato con mille regole e con cento obblighi. Manuel è un ragazzo gentile e di buon cuore che tende ad aiutare tutti, quindi un pochino se ne sono approfittati facendogli spesso svolgere mansioni che sarebbero state più adatte al personale che non all’ospitato. Ma si sa che l’Italia va avanti così, e che il volontariato sembrerebbe essere l’unica risorsa efficiente. Così anche per la ragazza, che Manuel incontra casualmente: un’aspirante attrice, che svolge attività di volontariato tra i poveri e che gli recita un brano di “Baci Rubati” di François Truffaut del 1968, svelando in tal modo una delle fonti di ispirazione del regista.
Il momento del reinserimento, una volta usciti da una struttura protetta, carcere, casa-famiglia o quant’altro, è problema molto delicato che andrebbe sempre accompagnato rendendo graduale il processo di autonomizzazione. Conosco varie associazioni che operano sul territorio e si occupano del il problema di re-integrazione che il paziente, nel caso specifico psichiatrico, deve affrontare nel momento in cui la “cura” è, in un certo senso, terminata.
L’Associazione Solaris Onlus, ad esempio, è un gruppo che intende coadiuvare il percorso del paziente una volta terminata la fase della Comunità Terapeutica, quando inizia il lungo e faticoso percorso di autonomizzazione e di socializzazione nella capitale. Questo insieme di familiari dei pazienti, coinvolti dagli operatori della Comunità di recupero istituzionale (Asl) nel trattamento e nella riabilitazione, in linea con le tendenze più avanzate della psichiatria contemporanea, si sono resi partecipi e attori in prima persona dei processi di cambiamento. La Provincia di Roma, ad esempio, mediante un bando “Prevenzione Mille”, ha finanziato un percorso progettuale, iniziato nel 2009, mettendo insieme soggetti pubblici e privati sociali per coadiuvare il paziente nel superamento di tutte quelle difficoltà – soggettive e oggettive – che incontra nella sua riabilitazione. A tale scopo sono stati condotti dei Laboratori aperti al territorio sulla fotografia, sulla scrittura creativa e sull’informatica e così via.
Chiunque abbia sofferto di una lunga malattia sa per esperienza, quanto sia faticosa e delicata la fase di riabilitazione, della cosiddetta convalescenza, che è un processo lungo e discontinuo con alti e bassi, spesso con ricadute. È forse la fase più delicata in cui spesso gli amici e parenti non sono più disponibili perché è passata l’”emergenza”. Così se la malattia è di tipo psicologico o psichiatrico il ri-apprendimento ad affrontare la vita quotidiana, magari senza “protezioni”, talvolta senza più medicine o dipendenze in generale, fa provare una grande fragilità.
Se si addiziona al percorso di progressiva autonomia, un problema ancora più grosso come quello che deve affrontare Manuel – nell’accogliere la madre agli arresti domiciliari – l’attacco di panico è il minimo che possa capitare.
L’abitazione di Manuel è un piccolo appartamento nella periferia di una stazione balneare laziale – presumibilmente Civitavecchia – dove spiccano tre casermoni anonimi in una landa desolata, ma fortunatamente vicino al mare. Colpisce il gran senso di solitudine, l’assenza di un quartiere, di un vicinato, di un tessuto sociale dove potersi reinserire, elementi fondamentali per la reintegrazione dopo aver vissuto in una casa-famiglia.
Durante tutto il film è mostrato questo giovane così desideroso di libertà dopo tanti anni di reclusione che inizia a spaventarsi – «Non ci dormo la notte» confessa Manuel allo psicologo – per l’assunzione della responsabilità di dover diventare il “tutore” della madre. E come andrà la convivenza in una casa così piccola dopo tanti anni che i due non si sono né frequentati né visti? La madre piange, soffre, dice che non ne può più di stare nel carcere, avendo già passato cinque anni lì dentro. La dovrà accudire in tutto e per tutto perché lei non potrà proprio uscire di casa?…e se ricomincia a frequentare la gente che l’ha deviata? Cosa potrà fare lui? Come proteggerla?
Dario Albertini si era già cimentato con la tematica della vita dei minori in difficoltà nel documentario “La repubblica dei ragazzi” del 2015, ma qui è andato oltre, dipingendo questo personaggio – che Pier Paolo Pasolini avrebbe molto amato – con Andrea Lattanzi, attore straordinario, timido e autentico, rozzo e gentile, ribelle e orgoglioso. Rassegnato ma inquieto Manuel rinuncerà a partire con un vecchio compagno e rinuncerà anche a un amore in fieri per accudire una madre, che forse non lo merita neanche.
Il film commuove senza essere drammatico, la macchina da presa sembra guardare le emozioni attraverso gesti minimali, uno sguardo, mani che si congiungono, nell’addio alle persone della casa famiglia.

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