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Microcritiche / Il mondo canino di Wes Anderson

8 maggio 2018
di Letizia Paolozzi

L’isola dei cani- film statunitense di animazione di Wes Anderson con le voci di Brian Cranston, Tilda Swinton, Edward Norton, Bill Murray, Scarlett Johansson, Yoko Ono-

Dunque, il film ci porta nel 2037. Un’epidemia infuria nella città di Megasaki dove i cani vengono accusati di essere gli untori e spediti in quarantena nell’Isola dei rifiuti. Vi dice qualcosa quel gesto? Sono debitrice al critico Michele Anselmi – lavoravamo insieme all’Unità – che ha ricordato (su Cinemonitor.it) l’avvelenamento di una ventina di cani randagi avvenuto a Sciacca.
Nella favola distopica, i cani vedono arrivare dal cielo il figlio adottivo del sindaco-tiranno Kobayashi, un ragazzino che vuole ritrovare il suo cane, Spots. Per aiutarlo si offrono quattro pelosi, guidati da un loro simile, nero, spelacchiato, coperto di cicatrici. Fiero delle sue umili origini ma ribelle nato: senza padrone e senza collare.
Quel genio surreale e bizzarro di Anderson, regista texano da slinguacciare alla maniera di un quattro zampe per via dell’abbigliamento da moschettiere di Luigi XIII, sostiene di aver tratto ispirazione da Akira Kurosawa e Miyazaki. L’autore dei “Tenenbaum”, di “Fantastic Mr. Fox” e “Grand Budapest Hotel”, ha ricevuto l’Orso d’Argento al festival di Berlino grazie all’”Isola dei cani”.
Alla favola, girata in stop motion (tecnica di animazione che usa oggetti inanimati mossi progressivamente, spostati e fotografati a ogni cambio di posizione così da dare, con la proiezione in sequenza delle immagini, l’illusione di movimento. Tale e quale a ciò che accade al cinema con gli esseri umani) e aiuto digitale, hanno lavorato 670 persone. Di cui 70 sui pupazzi e 38 sull’animazione. Sono stati costruiti (a mano) mille burattini: 500 cani e 500 umani.
Anderson ha studiato filosofia. Gli sarà servita per creare personaggi eccentrici e ammutinati? Certo, tiene all’amicizia (da un film all’altro, suppergiù ritrovi sempre la stessa squadra), al rapporto padre-figlio. Apprezza chi insorge contro l’autorità; mescola tenerezza e fantascienza e disegna allegorie dell’antisemitismo, schiavismo, dispotismo, immigrazione, comunità, ribellione, difficoltà a stare insieme nel branco, fedeltà, solidarietà, libertà, dipendenza. Per amare questo film con il disegno Manga, le musiche, la cultura giapponese, i riferimenti all’attualità politica popolata di despoti e di esclusi (“De te fabula narratur”), occorre essere insieme cinefili e cinofili.
Una pretesa troppo grande per questi nostri tempi?

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