“Sulla violenza. Ancora” / Basta automoderazione (nonostante l’amore)

1 marzo 2018
di Gaia Leiss

Pubblichiamo l’intervento di Gaia Leiss all’incontro “Sulla violenza.Ancora”, rivisto dall’autrice.

Credo di aver parlato in modo confuso, nel primo pomeriggio del 10 febbraio, alla Casa Internazionale delle donne, in occasione dell’incontro chiamato dal Gruppo del mercoledì a partire dal loro testo “Sulla violenza. Ancora”. Sono quindi felice di avere l’opportunità di provare a dire di nuovo con un po’ più di ordine quello che avevo in mente.
Il punto di partenza è stato sicuramente lo sgomento provocatomi dai fatti di Macerata. Ho potuto constatare che in tante, per quanto con accenti anche molto diversi, siamo arrivate all’incontro con il cuore e la mente particolarmente ingombri di quei fatti, che non erano oggetto esplicito della chiamata. Tanto che qualcuna ha lamentato l’eccessivo spazio ad essi accordato.
Nelle parole di Ida Dominijanni, l’insieme di quei fatti costituisce un troppo di realtà, che ci è impossibile simbolizzare. Sarebbe difficile e anche assurdo fare una classifica degli orrori contenuti nella cronaca delle ultime ore della vita di Pamela Mastropietro e di ciò che ne è seguito, il gesto di Luca Traini, il modo in cui i media hanno trattato l’intera vicenda e via dicendo. Eppure, quando ho letto, con qualche giorno di ritardo, dell’uomo che ha raccolto la ragazza sulla provinciale e le ha proposto di prostituirsi, ho pensato: “È più grave. Quello che quest’uomo ha fatto è più grave di quello che ha fatto Innocent Oseghale, ammesso che si tratti di aver fatto a pezzi il cadavere di una donna già morta di overdose”. Cosa che in quel momento ancora si poteva “sperare”.
Come ho già detto è chiaramente, per certi versi, un pensiero assurdo. Come è assurdo sperare, di ogni fatto di cronaca nera, che il colpevole non sia un migrante: eppure ci succede, non ci avevo mai riflettuto, Oria Gargano nel suo intervento me lo ha fatto notare. Questi corsi della mia mente, pure assurdi, non sono però immotivati. Una delle motivazioni è, credo, comparativa. Come è possibile che non si manchi di gridare allo scontro di civiltà quando un migrante commette violenza su una donna, e invece non si levi un’almeno altrettanto forte voce di dissenso e di domanda per la cultura condivisa in cui radica l’agire dell’uomo incontrato da Pamela Mastropietro? Si fa finta, ancora e ancora, che quella cultura non esista. Da una parte quell’uomo viene rappresentato come un deviante isolato, (anche se poi inspiegabilmente la tua indignazione fa stupore: “Che non lo sai che la maggior parte degli uomini va a puttane? E che la maggior parte delle tossiche si prostituisce?”), dall’altra si arriva addirittura ad avere compassione di lui, ad accogliere e diffondere le sue parole di rammarico. Rammarico, temo, non per il gesto in sé, ma per la casualità che ha determinato l’esser consegnata di Pamela Mastropietro a una morte tanto orribile proprio dopo quel gesto, invece di un altro, qualunque, nell’ambito di una vita che probabilmente andava da tempo precipitando verso la morte.
Letizia Paolozzi, nella sua introduzione, ha ricordato che se “restiamo convinte della specificità della violenza sulle donne.” e “siamo consapevoli che la violenza ha a che fare con la sessualità maschile”, crediamo pure che “non tutte le donne siano vittime innocenti, e non tutti gli uomini siano assassini. E carnefici.” E che, pertanto, “non intendiamo crocifiggere un sesso che comincia a giudicare e rifiutare i comportamenti aggressivi.” A partire da queste parole, molto si è detto nel corso dell’incontro a proposito della problematicità della vittimizzazione della donna, della polarizzazione spesso fuorviante tra vittima e carnefice. Mi sono chiesta: a partire dalla mia esperienza, c’è qualcosa di interessante che potrei aggiungere?
Nata negli anni ’80 da una madre femminista e da un padre che “ci prova”, non è nella mia esperienza pensare o sentire il mio essere donna come una condizione di svantaggio. Fortunatamente non sono mai stata coinvolta in episodi di violenza gravi. Certo, come tutte ho potuto dire “me too”, per tutte le volte che mi hanno apostrofata per strada, che mi hanno toccato il culo sull’autobus, per le battute sessiste, per quella volta che un uomo con cui stavo ballando il tango mi ha leccato un orecchio, e così via. Tuttavia penso di poter dire che io non mi sono mai sentita una vittima. Riflettendo su questa affermazione, che mi viene un po’ spontanea, mi sono chiesta esattamente cosa intendo. Probabilmente intendo che nella percezione psicologica ed emotiva di questi fatti la miseria (e talvolta il ridicolo) di chi li compie è ben più visibile e significativa della miseria di me che li subisco. Non sento messo in discussione il mio senso di me. Indipendentemente dalla mia capacità di reagire, che a volte c’è, a volte non c’è, a volte prende strade differenti. Il che, mi sembra purtroppo importante sottolinearlo, in nessun modo rappresenta un’attenuante per gli uomini coinvolti.
L’interrogazione sulla complessità delle dinamiche di potere patriarcali, l’impegno costante nel divenire consapevoli delle complicità femminili che ne sono imprescindibile sostegno, troppo spesso finiscono deformati in discorso giustificatorio. Non identificare noi stesse come vittime non può significare accettare una rappresentazione simmetrica della relazione fra donne e uomini. Qualunque ipotesi di simmetria è smentita tanto dalla memoria storica quanto dall’esperienza quotidiana. Nonostante questo, tali ipotesi si trovano ad avere corso nel senso comune. Segnale, fra i tanti, dell’inesausto lavoro al quale siamo chiamate.
Avvicinarmi in modo specifico al pensiero femminista intorno ai vent’anni ha acuito la mia vista sul patriarcato, sulla pervasività delle sue strutture, sulla necessità di praticare una rivolta permanente. In un processo che, negli ultimi quindici anni, ha avuto abbastanza equilibrio fra la gioia del senso di sé nella liberazione e nella relazione con le compagne, e il dolore e la rabbia del constatare che il mondo raramente risponde all’intensità e alla radicalità dei nostri desideri. Alcuni anni fa, ragionando su Carla Lonzi, mi sembrava che questo dolore, e questa rabbia fossero per parte mia più “impersonali” rispetto a quelli di lei. Scrivevo: “in Lonzi si avverte costantemente come la rabbia verso le istituzioni del patriarcato sia al contempo rabbia verso gli uomini in carne e ossa; oggi invece io mi trovo ad accusare il sistema che ancora in larga misura è sorretto da logiche proprie della cultura patriarcale, senza avercela con gli uomini direttamente.” Temo che, a distanza di qualche anno, la mia fiducia nel desiderio e nella capacità degli uomini di collaborare allo smantellamento dell’ordine patriarcale – che pure opprime anche loro, di questo ero e rimango convinta – vada un po’ vacillando. In primo luogo, non c’è nella mia vita un uomo con cui abbia una relazione (esplicitamente) politica. Tutte le mie relazioni che siano anche (esplicitamente) politiche sono con donne. (Dovrei fare un’eccezione per mio padre, ma essendo mio padre la questione si complica, no?)
Ma anche al di là dell’impegno politico esplicito, in quanti degli uomini con cui ho relazioni personali, più o meno profonde, in quanti degli uomini che amo e ho amato, e che hanno detto o dicono di amarmi, trovo genuina alleanza per la mia rivolta permanente? Risulta ancora alla mia esperienza che un’insopportabile dose di automoderazione femminile sia chiamata a sorreggere il patto d’amore eterosessuale (o forse anche la semplice coabitazione in questo mondo, ma non vorrei drammatizzare…). Sempre nel periodo che prima ricordavo, fu Rosetta Stella, (“una donna molto saggia” ti chiamavo in quel testo, terribile amata Rosetta che non sei più con me) a farmi notare che quelle di noi che gli uomini li amano vanno disperdendo molte energie nel sorreggerli mentre attraversano la crisi portata dal vacillare delle strutture patriarcali. A farmi notare che spesso li lodiamo grandemente per l’essere appena accettabili. Me lo disse perché mi vedeva fare entrambe le cose, e voleva che anche io lo vedessi, più che per dirmi che stavo sbagliando. E io lo vidi. Ma senza smettere di sperare. L’amore in cui ero presa, può darsi, era tale da dimenticare la fatica. Oggi forse non ho smesso di sperare, ma sono stanca di dover sempre avere energie sufficienti a tutta l’opera di distruzione a cui come donne e come femministe non possiamo che essere ancora chiamate, e al contempo anche a sorreggere e sostenere il senso di sé che gli uomini vedono perdersi proprio nella mia stessa opera di distruzione. Onestamente così c’è da diventare più pazze di quello che già non siamo.
Ida Dominijanni ci ha interrogate sul desiderio femminile di distruzione, sulla necessità di maneggiare la parola forza. Carlotta Cossutta ha parlato del piacere che troviamo nell’idea che gli uomini inizino ad avere un po’ paura di noi (o che questa paura affiori alla loro coscienza, dal fondo inconscio in cui probabilmente da sempre abita). Riconosco in me risonanza alle istanze di entrambe. Chi mi conosce un po’sa che da tempo sono impegnata in un lavoro di pensiero e pratica intorno alla risignificazione della parola forza. E che non perdo occasione, neanche questa, per affermare l’importanza di coinvolgere in quest’opera l’intero corpo che siamo. La supposta inferiorità e debolezza fisica “naturale” della donna è un elemento fondante del discorso patriarcale, che si avvale di un concetto di forza completamente modellato sul maschile. Il corpo di donna che siamo può essere forte quanto la nostra parola. Anche in questo, smettiamo di automoderarci.
Rimane da chiedersi: se smettiamo di automoderarci, cosa rimane dell’amore degli uomini per noi? Se togliamo loro l’illusione di doverci proteggere, salvare, ordinare? Ancora una volta risulta alla mia esperienza che poterci rappresentare come bisognose (quando non sottomesse, quando non entrambe le cose) sia necessario all’erotismo anche degli uomini con le migliori intenzioni. Io non mi aspetto che questo stato delle cose cambi all’istante, anche perché non c’è atto di volontà immediato che potrebbe cambiarlo, neanche volendo, che tutte e tutti ci siamo dentro fino al collo. Ma non voglio più dare credito agli uomini che rifiutano di vedere il problema, anche quando ci sono donne che passano il tempo a sbracciarsi per indicarglielo. Non voglio più essere disposta all’indulgenza, se la miseria e la confusione su di sé non sono accompagnate da una disponibilità a interrogarsi e lasciarsi interrogare. Sono arrabbiata singolarmente con ognuno di loro nel momento in cui si fa portatore di questa cecità e di questa indisponibilità. E sono stanca di sentirmi dire che pretendo troppo, che sono troppo radicale, che non tengo conto del senso comune. Io non pretendo troppo. Io pretendo il minimo indispensabile.
E dalle donne, dalle compagne, vorrei arrivasse qualche parola in più su come se la cavano quotidianamente con gli uomini con i quali cercano di avere una relazione significativa. E forse su come se la cavano in generale fuori dai circoli in cui c’è una formazione femminista condivisa. Che pure dentro, lo sappiamo, non siam mai d’accordo, ma fuori, fuori è una lotta continua e defatigante per far notare l’ovvio e il palese. Ogni momento ti pare di dover ricominciare da zero, e a volte vuoi o non vuoi, getti le armi. Magari qualcuna mi accontenterà nel corso di quegli “appuntamenti reiterati pubblici” che Letizia Paolozzi ha proposto in chiusura della sua introduzione?

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