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Ma quanto è lunga la vita del sultano?

25 settembre 2017
di Letizia Paolozzi

Un effetto teatrale, certo, le parole della seconda carica dello Stato e quelle del capo della Polizia l’hanno prodotto.
Sulla morte della quindicenne pugliese Noemi Pietro Grasso ha detto: “A nome di tutti gli uomini ti chiedo scusa. Finché tutto questo verrà considerato un problema delle donne, non c’è speranza. Scusateci tutte, è colpa nostra, è colpa degli uomini, non abbiamo ancora imparato che siamo noi uomini a dover evitare questo problema, a dover sempre rispettarvi, a dover sradicare quel diffuso sentire che vi costringe a stare attente a come vestite, a non poter tornare a casa da sole la sera. E’ un problema che parte dagli uomini e solo noi uomini possiamo porvi rimedio”.
E Franco Gabrielli, dopo lo stupro a Villa Borghese: “Non dobbiamo dimenticare che la violenza sulle donne ha certamente elementi comuni ad altri atti criminali ma è legata molto di più a fattori culturali, con la donna percepita non come essere autonomo ma come proprietà. Non ritengo Roma una città insicura, ma una città sicura in cui tutti insieme dobbiamo fare un grosso lavoro per far percepire alla gente che la sicurezza non è soltanto rimessa a delle fredde statistiche ma è una condizione di vita che ognuno di noi deve vivere e deve percepire. E in questo un ruolo fondamentale ce l’ha l’informazione…Comunque – ha proseguito – è ovvio che per chi ha compiti di responsabilità c’è anche il tema della percezione di insicurezza, che va ben al di là delle statistiche: c’è un atteggiamento sui temi della sicurezza per i quali alcuni fenomeni esistono non in quanto tali, ma nel momento in cui vengono posti all’attenzione o ricadono nel cono di luce anche di una certa sottolineatura mediatica. Dobbiamo intercettare tutto quello che serve perchè i cittadini si sentano sicuri, perchè non possono essere soddisfatti leggendo crude statistiche ma devono essere messi nella condizione di percepire la sicurezza. Da prefetto di Roma ho sempre favorito ad esempio iniziative che consentissero ai cittadini di riappropriarsi del territorio. In natura il vuoto non esiste: i cittadini che si ritraggono dal territorio lasciano ampi spazi a tutto quello che in qualche modo può incidere pesantemente sulla percezione di sicurezza…”
Certo, dal tempo in cui ammucchiavano tutti i privilegi per il solo fatto di essere maschi (“Pace prosperità lunga vita al sultano” ironizzava il grande Rino Gaetano), molto è cambiato. Ma non abbastanza. Più le donne vanno avanti correndo verso la Libertà, più si imbarbariscono le reazioni maschili. Certo, non da parte di tutti.
Grasso ha sollevato una nuvola di proteste da parte della maggioranza degli uomini che si pensano buoni, di quelli “nuovi” come vengono definiti sui palchi e nei talk show, che le donne non le toccherebbero nemmeno con un fiore.
Anche i terroristi del Bataclan erano uomini. La contiguità – sempre che ci sia – consiste nell’appartenere gli uni e gli altri al sesso maschile. E all’identità sessuale maschile che ha a che fare con la violenza. Con la semplificazione brutale nel togliere la vita. Dopodiché cominciano le differenze tra gli assassini individuali (quelli che secondo il Tg2 agirebbero in obbedienza a “un amore malato”) e gli stragisti di massa.
Come è ovvio, non tutti gli uomini sono violenti e sarebbe iniquo crocifiggerli per il loro sesso.
Per tornare a Grasso e Gabrielli (e pure a Paolo di Paolo che sull’ Espresso scrive: “Un uomo violento rappresenta sé stesso e nessun altro. La sua violenza, invece, riguarda anche me. Scrivo queste parole con disagio, con imbarazzo, con vergogna. Ma non sposteremo avanti di un millimetro il discorso pubblico, se non saranno anche gli uomini a parlare – a parlare apertamente, responsabilmente – delle violenze che le donne subiscono”), hanno sentito – immagino – che in molti chiedono gesti di riprovazione pubblica. Oltre che un racconto diverso della sessualità maschile e femminile nelle scuole, nel rapporto della madre con il figlio, nelle risorse necessarie ai centri dove si muovono donne competenti. Affinché la produzione endogena e insieme simbolica della violenza si manifesti e diventi oggetto di una reazione collettiva.
Magari i discorsi di questi uomini suonano un po’ avvitati e petulanti, soprattutto dopo tutto il lavoro portato avanti dalle donne, ma sono comunque un modo per smarcarsi, per uscire dal tempo dei privilegi, in cui la regola era: “Pace prosperità lunga vita al sultano”.

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